Le proteste in Iran anticipano il rischio di una crisi come nel Venezuela

Proteste in Iran dei negozianti contro la crisi del rial. Il cambio è crollato nelle ultime settimane sull'annuncio del presidente americano Trump di reintrodurre le sanzioni contro il regime di Teheran.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Proteste in Iran dei negozianti contro la crisi del rial. Il cambio è crollato nelle ultime settimane sull'annuncio del presidente americano Trump di reintrodurre le sanzioni contro il regime di Teheran.

Sono state giornate di proteste a Teheran contro il governo. Domenica e lunedì, i commercianti sono scesi in strada, esasperati per il crollo del cambio sul mercato nero, segno di una crisi dell’economia iraniana che si sta facendo piuttosto seria. Domenica, in particolare, il rial ha perso il 15% contro il dollaro, salendo a un tasso di cambio record di 90.000 sul mercato nero. Il cambio ufficiale viaggia ancora a poco meno di 42.700, perdendo oltre l’11% da quando il 9 aprile scorso il governo unificò il tasso ufficiale con quello di mercato aperto, al contempo avviando una dura lotta contro i cambi-valuta, di cui un centinaio risulta essere stato arrestato per avere infranto il divieto di scambiare rial contro dollari a tassi differenti di quelli vigenti sul mercato ufficiale. Resta il fatto che le distanze tra i due cambi aumentano e al momento bisogna racimolare più del doppio della quantità di moneta per acquistare un dollaro sul mercato nero.

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Il problema sta nella carenza di valuta pesante, una storia che abbiamo tristemente imparato a conoscere nel Venezuela di Nicolas Maduro, dove si è giunti a tassi di cambio ufficiali anche di migliaia di volte più forte di quelli reali di mercato. Il tasso illegale, nonostante tutto, viene valutato dagli analisti come il più prossimo alle condizioni reali di domanda e offerta, non sottoposto a fronzoli normativi.

I guai per l’economia iraniana sono solamente agli inizi. Obbligati formalmente a scambiare rial contro la divisa americana ai tassi vigenti sul mercato ufficiale, i cambi-valuta sono rimasti senza dollari. La domanda, invece, continua a irrobustirsi sui timori di una gigantesca svalutazione e di una conseguente alta inflazione, che finirebbero per divorare i risparmi delle famiglie. Se mettiamo, poi, che la banca centrale di Teheran ha abbassato di recente i tassi sui depositi in valuta locale sotto il 15%, ben meno della media di anche il 25% degli ultimi anni, si capisce come il governo sembra che stia facendo di tutto per aggravare una crisi, che rischia di travolgere il regime dell’ayatollah.

La crisi legata alle sanzioni sul petrolio

Che cosa sta succedendo di preciso? A maggio, il presidente americano Donald Trump ha annunciato che gli USA si ritireranno dall’accordo sul nucleare siglato alla fine del 2015 ed entrato in vigore nel gennaio 2016, il quale ha consentito all’Iran di tornare ad esportare petrolio a pieno regime, in cambio di un’intesa complessiva per minimizzare il rischio che utilizzi il nucleare a scopi militari. La Casa Bianca ritiene che tale accordo sia stato “demenziale”, in quanto non sventa la minaccia, bensì la contiene, ovvero rallenta i tempi eventualmente necessari perché Teheran si doti della bomba nucleare. Pertanto, saranno ripristinate le sanzioni americane contro le esportazioni petrolifere iraniane e per la loro natura extra-territoriale, colpirebbero chiunque continuasse e commerciare con l’Iran, venendo tagliato fuori dal circuito finanziario americano, il più liquido e importante al mondo.

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L’Iran ha incrementato le esportazioni di un milione di barili al giorno con l’accordo, che adesso rischiano di svanire. Alle quotazioni attuali, il paese perderebbe circa la metà delle entrate derivanti dalla vendita di greggio all’estero, cioè circa 25 su una cinquantina di miliardi di dollari. Il minore afflusso atteso di valuta pesante sta facendone impennare già i tassi di cambio, con ripercussioni che si avvertono sui prezzi. A maggio, l’inflazione è schizzata al 9,7% annuo dal 7,9% di aprile. Ma siamo ancora agli inizi. Il governo americano ha chiesto formalmente all’India di cessare le importazioni dall’Iran sin dal 4 novembre prossimo. E il ministro del Petrolio di Nuova Delhi ha trasferito l’appello alle raffinerie del sub-continente asiatico, affinché si preparino a finanche “azzerare” gli acquisti da Teheran da qui a 4 mesi. Nei 10 mesi al gennaio scorso, l’India ha importato greggio iraniano per una media di quasi 400.000 barili al giorno, pari a circa un nono delle importazioni totali nazionali.

L’obiettivo di Trump

Le proteste iraniane al grido di “morte al dittatore” e “lasciate stare la Siria e occupiamoci di noi” sono esattamente quello che Trump voleva vedere e sentire urlare nelle piazze e strade di Teheran. Nelle intenzioni della Casa Bianca, lo stralcio dell’accordo sul nucleare finiranno per mettere pressione al presidente Hassan Rohani, il quale si vedrebbe costretto a utilizzare a fini interni le risorse sinora dirottate per sostenere movimenti all’estero e la dittatura siriana filo-iraniani. Se non lo facesse, il rischio sarebbe lo sgretolamento della Repubblica Islamica. E per quanto il piano possa sembrare un azzardo geopolitico serio – Rohani ha minacciato di rispolverare i piani di armamento nucleare – si levano voci critiche contro la gestione della crisi diplomatica con gli USA. La figlia dell’ex presidente Hashemi Rafsanjani, tale Faezem, ha invitato il governo ad attivarsi per negoziare con l’America prima che sia troppo tardi, sostenendo che non avrebbe scelta. Per contro, Kayhan, il giornale che si fa interprete delle istanze dell’ayatollah Khameini, ha riportato parole di netta chiusura della guida spirituale e voce suprema del paese, il quale ha invitato alla “esecuzione e confisca dei beni dei terroristi economici”.

Siamo al punto a cui Trump voleva che si arrivasse, ossia a un rinvigorimento dello scontro tra conservatori e riformatori, venuto meno negli ultimi anni proprio con la sottoscrizione dell’accordo sul nucleare. Non è affatto detto che gli eventi vadano esattamente nella direzione auspicata dal presidente americano. La fase immediatamente successiva alla reintroduzione delle sanzioni potrebbe tradursi in una maggiore repressione del regime ai danni degli oppositori politici, intesi in senso ampio. Tornando all’esempio del Venezuela, abbiamo potuto notare come Caracas abbia accusato gli avversari “fascisti” di avere ordito una “guerra economica”, in combutta con gli USA imperialisti. Potrebbe e dovrebbe accadere lo stesso a Teheran, dove man mano che i dollari mancheranno, il cambio illegale si farà sempre più debole, ci sarà carenza di beni e i prezzi esploderanno, si moltiplicheranno gli arresti di negozianti, accusati di speculare ai danni dei clienti, e dei cambi-valuta, facile oggetto delle invettive popolari. Il tutto condito certamente dall’infamia di agire in sintonia con i piani americani anti-rivoluzionari per distruggere dall’interno la Repubblica Islamica.

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Argomenti: Crisi paesi emergenti, Economie Asia, economie emergenti, valute emergenti

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