Le proteste contro le chiusure sono solo all’inizio, così come il lockdown

In numerose città italiane si sono radunati gruppi di protesta per manifestare contro il lockdown. Il peggio deve arrivare.

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Siamo solo agli inizi con le proteste ... e i lockdown

Se guardiamo alla curva dei contagi, l’Italia sarebbe indietro alla Francia di circa due settimane e mezzo. E il presidente Emmanuel Macron si è trovato costretto a presiedere il Consiglio di Difesa per valutare tutte le opzioni in campo contro la diffusione del Covid, ormai a macchia d’olio. Da qui a pochi giorni, il timore dell’Eliseo è che la crescita giornaliera dei casi arrivi nell’ordine delle 100 mila unità. Con 2.500 ricoveri già in terapia intensiva, a Parigi è massima allerta. Il rischio di secondo lockdown era così elevato già ieri, che se si fosse trattato di una scommessa non si sarebbero accettate più puntate. E come da previsione, sarà lockdown per un mese a partire da domani.

Tornando all’Italia, il semi-lockdown imposto dal governo Conte con l’ultimo Dpcm di domenica ha esasperato gli animi delle categorie coinvolte. A migliaia, titolari di bar, palestre e ristoranti hanno dato vita a manifestazioni di protesta spontanee per dire “basta” alle chiusure. La miccia è partita da Napoli, dove venerdì sera in centinaia hanno violato il coprifuoco delle ore 23, inscenando una protesta dinnanzi alla sede regionale. Alcuni facinorosi infiltratisi nella manifestazione hanno creato disordini, attaccando la polizia e qualche giornalista presente. Sono state la camorra e frange dell’estrema destra, secondo lo stesso Viminale e gran parte della stampa.

Le proteste a Napoli contro il lockdown sono l’inizio di una rivolta anti-governativa?

Senonché, lunedì sera le proteste sono dilagate in tutta Italia: Torino, Milano, la stessa Napoli, ma anche Ravenna, Treviso, Trieste, etc., mentre la sera prima c’erano state proteste anche a Roma, Catania, Siracusa e Palermo. E ieri, duri scontri tra polizia e un gruppo di infiltrati tra i manifestanti a Piazza del Popolo a Roma.

E in molte di queste città sono scoppiati gli scontri, ad opera di gruppi di ultra, estremisti di destra e di sinistra e anarchici. A Milano è stata lanciata una bomba-carta contro un’auto della polizia, a Torino sono state sfasciate le vetrine dei negozi a Piazza Vittorio. L’allarme è elevato tra le forze dell’ordine e il governo. Per quanto si tenti di addebitare responsabilità dirette e intenti criminali a questo e quel gruppuscolo di violenti, la sensazione che stia montando una forte rabbia nel Paese è palpabile. Italia Viva con Matteo Renzi ha subito chiesto la rimozione del divieto di apertura dei locali alle ore 18, mentre il premier ha risposto alle critiche del Maestro Riccardo Muti, spiegandogli che la chiusura di teatri e cinema si deve alla necessità di non perdere il controllo della cultura epidemiologica. Gli fa eco il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, che ha attaccato Renzi e difeso la chiusura di locali e luoghi di cultura, musei compresi.

La rabbia sociale crescerà

L’aria non è più quella di marzo. L’Italia è stanca di limitazioni, spesso insensate e arbitrarie, così come di subire i contraccolpi di chiusure decise dall’alto. I ristori promessi dal governo con rapidità ammonteranno a 6,8 miliardi di euro e dalla Commissione il presidente Ursula von der Leyen ha annunciato l’imminente stanziamento di 10 miliardi di fondi Sure per pagare la cassa integrazione italiana. Il guaio è che le risorse disponibili sono poche e le prospettive future anche peggiori. Sull’esempio di quanto sta accadendo all’estero, il lockdown non solo non sarà verosimilmente rimosso dopo il 24 novembre, anzi verrà inasprito, se non già prima di quella scadenza.

I contagi cresceranno di giorno in giorno fino a culminare verosimilmente all’inizio dell’anno prossimo, quando il virus troverebbe il suo picco. Accade ogni anno con quello dell’influenza. Come si farà a contenere questa crescente rabbia sociale, sempre meno controllabile? L’Italia che sta uscendo da questa crisi è ancora più diseguale di quella pre-Covid.

C’è un settore pubblico che vivacchia come sempre sulle spalle del settore privato, con quest’ultimo il solo chiamato a fare sacrifici. Questa dualità sta surriscaldando gli animi, perché sembra ormai un dialogo tra sordi. C’è una parte dell’Italia che pretende restrizioni dure e generalizzate e che nei fatti coincide con il pubblico impiego. Poi, c’è quell’Italia che richiede più libertà e che vuole reagire al rischio di andare in fallimento, che grosso modo coincide con il settore privato.

Nelle prossime settimane, il clima si surriscalderà sempre più. Le tensioni esploderanno da nord e sud. Il governo dovrà decidere se continuare a gestire la crisi in solitudine o se accettare la collaborazione delle opposizioni e delle categorie produttive. Il presidente Sergio Mattarella è chiamato a reggere questa nuova fase dalla sua posizione di terzietà e autorevolezza, altrimenti l’alternativa consisterà nel cercare di fermare le proteste a colpi di manganello. E da lì al collasso delle istituzioni potrebbe essere un attimo.

Perché il nuovo lockdown porterà al reset del debito pubblico nel mondo

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