Le profezie sulla fine dell’Euro, a che punto siamo

Da Nouriel Roubini a George Soros, le cassandre sono state smentite. Ma l'incubo è finito? E' tempo di aggiornare le previsioni sulla crisi economica

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Da Nouriel Roubini a George Soros, le cassandre sono state smentite. Ma l'incubo è finito? E' tempo di aggiornare le previsioni sulla crisi economica

Spread BTp-Bund a 300 punti base; euro vicino a 1,30 contro il dollaro; altri 43,7 miliardi di aiuti alla Grecia, che sta riacquistando i suoi stessi titoli del debito per un controvalore fino a 40 miliardi; banche spagnole messe in salvo; dell’attacco di agosto contro l’Italia nemmeno l’ombra e la moneta unica che è sempre qua. Insomma, lo scenario da incubo che avrebbe dovuto scuotere l’Eurozona da settembre in poi non solo non si è verificato, ma sembra essere stato spiazzato da un trend di lento, ma costante ritorno alla fiducia dei mercati.  

La tempesta perfetta di Roubini è stata solo vento di tramontana

Solo a luglio, lo spread decennale tra BTp e Bund tedeschi era tornato a 530 bp, mentre si dava per certa l’uscita della Grecia dall’euro (cosiddetta “Grexit”). Il primo e il più autorevole, forse, ad avere avvertito in estate sulla cosiddetta “tempesta perfetta” era stato Nouriel Roubini, economista e professore alla New York University. Dopo avere previsto in anticipo la crisi del 2008, le sue profezie sulla rottura dell’Eurozona sono state sempre ascoltate con timorosa attenzione. A luglio aveva avvertito tutti che da lì a pochi mesi ci sarebbe stata una divisione dell’Area Euro tra fronte del Nord (Germania, Austria, Finlandia) e quello del Sud (Grecia, Portogallo, Cipro), con Italia e Spagna nel mezzo, a perdere in poco più di tre mesi l’accesso ai mercati finanziari (Da Roubini previsioni più incoraggianti, forse scongiurata la tempesta perfetta)  

Smentite anche le previsioni negative di Soros

Di possibile fine dell’euro entro cento giorni parlarono pure a giugno il finanziere ungherese George Soros e il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, mentre le agenzie di rating e gli uffici studi delle grandi banche internazionali davano per spacciata la Grecia, con Citigroup a valutare le probabilità di una Grexit al 90% (Uscita Grecia dall’Euro sempre più probabile, allarme di Citi). E queste tesi sono sembrate molto realistiche fino alla fine di luglio, quando inizia una visibile inversione di tendenza, dopo che il governatore della BCE, Mario Draghi, annuncia il 26 dello stesso mese di volere approntare un piano di salvataggio della moneta unica, attraverso misure tese a contenere gli spread degli stati in crisi (Spagna e Italia), che convoleranno a settembre nell'”Outright Monetary Transactions“. (Spread sotto i 300 punti: il merito è anche di un altro Mario, Draghi). L’effetto-annuncio di Draghi e l’esito delle infinite mediazioni a Bruxelles tra Germania e resto dell’Eurozona sulle modalità per mettere in sicurezza la Grecia hanno portato sempre più verso una stabilizzazione dei mercati, con le ultime aste dei titoli italiani a rendere il 4,45% per la scadenza a dieci anni. Solo pochi mesi fa eravamo intorno al 7,4% sul secondario. Per non parlare degli stessi titoli ellenici, che per la stessa scadenza sono arrivati a rendere il 50%, mentre nelle ultime sedute sono scese in zona 14-15%. Frutto dell’ipotesi non molto remota che la Germania dia tra un anno (dopo le elezioni federali) il suo assenso a un condono parziale del debito (Grecia annuncia termini buy-back. Decennali ellenici sotto il 15%).  

Crisi Europa: il problema non si chiama più speculazione ma economia reale

Ma gli attacchi contro l’euro e gli stati più in difficoltà saranno finiti? Il problema è che la finanza è stata messa quasi a posto in Europa, mentre l’economia reale è in grande sofferenza in tutti gli stati del sud. E quando l’una viene meno, prima o poi intacca anche l’altra, come abbiamo avuto modo di notare con la violenta crisi dei subprime del 2008. In altri termini, se gli indici di produzione, di occupazione, dei consumi privati e delle esportazioni non si risolleveranno, la conseguenza sarà l’impossibilità per Grecia, Portogallo, Spagna, Italia, ma anche per la Francia di raggiungere i target fiscali fissati, per via dell’erosione progressiva di ricchezza e, quindi, di base imponibile.  

Il Fiscal Cliff sarebbe un terremoto per l’Eurozona

E lo scenario resta esposto a un grande pericolo nel 2013, ossia che gli USA non riescano a trovare un accordo interno tra Casa Bianca e Congresso per evitare il famoso “burrone fiscale” (“Fiscal Cliff”), che farebbe tornare l’economia americana in recessione, privando così l’Eurozona del più grosso mercato di sbocco per le sue merci. Un nuovo elemento di turbolenza per l’economia reale europea, insomma, sarebbe difficilmente digeribile per un’area che sarà già certamente alle prese per metà almeno con il problema della recessione. In particolare, per Atene sarebbe il sesto anno consecutivo di calo del pil e per Roma il quarto in sei anni.  

Previsioni crisi economica: cosa ci attende nei prossimi mesi

Cosa ci aspetta, dunque, realisticamente nei prossimi mesi? Le turbolenze non saranno cessate sui mercati finanziari, anche perché l’Italia, ossia uno dei Paesi più sotto osservazione dalla finanza, si trova ad affrontare la fase delicata delle elezioni politiche in primavera, che dovrebbero mettere fine all’esperienza del governo tecnico. E poi? Nessuno lo sa con precisione e questo potrebbe turbare gli investitori. Di certo, sempre per il momento, sono scese di molto le probabilità di un addio della Grecia all’euro, così come di un cataclisma finanziario-valutario. Ma attenzione a un dato: il premier olandese Mark Rutte, uscito vincitore dalle elezioni di settembre, dopo avere sostituito l’alleato della destra euro-scettica con i laburisti, non ha cambiato granché linea di politica economica, aprendo alla possibilità che un Paese possa uscire dall’Eurozona, senza dovere necessariamente essere espulso dalla UE. E un importante economista, già collaboratore dell’ex presidente USA Ronald Reagan, Martin Feldstein, da tempo sostiene che la Grecia dovrebbe tornare alla dracma, per potere ridiventare competitiva con una moneta debole. Almeno temporaneamente. Che non avanzi negli ambienti della grande finanza e della politica europea l’ipotesi di un’uscita pilotata di Atene, del tutto diversa dallo scenario di caos temuto fino a poche settimane fa?

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Argomenti: Economie Europa, Nouriel Roubini