Le primarie del PD cancellano il renzismo e adesso i 5 Stelle avranno concorrenti a sinistra

Le primarie del PD esitano una vittoria schiacciante per Nicola Zingaretti, una sconfitta nitida per la stagione del renzismo. E adesso cresce la pressione a sinistra sui 5 Stelle al governo.

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Le primarie del PD esitano una vittoria schiacciante per Nicola Zingaretti, una sconfitta nitida per la stagione del renzismo. E adesso cresce la pressione a sinistra sui 5 Stelle al governo.

Nicola Zingaretti è il nuovo segretario del Partito Democratico. Il 64,5% degli 1,8 milioni di elettori alle elezioni primarie di ieri lo hanno votato, una percentuale circa tripla rispetto al 22,8% riscosso dal segretario reggente Maurizio Martina e oltre il quintuplo del miserrimo 12,7% di Roberto Giachetti.

E già questa è la foto di un partito, che a un anno esatto dalla disfatta elettorale delle politiche sembra avere archiviato definitivamente la stagione del “renzismo”. Proprio Giachetti, il terzo arrivato sui tre candidati in lizza per la segreteria, era l’uomo di Matteo Renzi, per quanto non sostenuto ufficialmente. In fondo, l’ex premier aveva puntato tutte le sue carte sul mancato raggiungimento del 50% da parte di Zingaretti, uno scenario che avrebbe aperto le porte al mercanteggiamento dei voti in Assemblea nazionale, dove i fedelissimi renziani avrebbero fatto pesare al massimo il loro appoggio al vincitore.

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E le primarie erano anche un sondaggione, che il fiorentino sperava portasse qualche buona novella al suo ego smisurato. Invece, appena un elettore su otto ha preferito il suo candidato. Certo, se si fosse presentato in prima persona, i risultati sarebbero stati ben diversi. Chissà, magari avrebbe rivinto, considerando che meno di due anni fa aveva ottenuto il 70%. Tuttavia, il solo fatto che non abbia ad oggi dato concretezza a quei rumors che si rincorrono da mesi sulla scissione e la creazione di un partito centrista sarebbe la dimostrazione che i numeri non sarebbero dalla sua parte, almeno non tali da rilanciarne le ambizioni da statista. E sinora, di fare il cespuglio della situazione non sembra volerne sentire.

La linea Zingaretti per il suo PD

Zingaretti, 53 anni, fratello del più popolare Luca, meglio noto come il “commissario Montalbano”, è governatore del Lazio sin dal 2013 ed esponente del corpaccione di sinistra del PD, quello che un tempo faceva capo all’ex PDS-DS. La sua vittoria, complice la recente sparizione di Leu, potrebbe far tornare all’ovile esponenti come Massimo D’Alema, Pierluigi Bersani, Pippo Civati e Stefano Fassina.

Sarebbe il sigillo della fine del renzismo. Gli ex DS erano andati via dal PD, proprio alla vigilia delle scorse primarie del 2017, al fine di segnalare la loro distanza siderale rispetto al segretario ed ex premier.

Cosa sarà Zingaretti per la politica italiana? Con ogni probabilità, punterà a riconquistare i consensi perduti a sinistra, ridando al PD l’immagine più rassicurante di partito progressista, rifuggendo dal neo-centrismo à la Renzi, che nei fatti lo hanno mutato geneticamente. Sembra la fine anche della vocazione maggioritaria, che a dire il vero nacque nel 2007 con Walter Veltroni come primo segretario e raggiunse l’apice con Renzi al governo. Si torna a una idea di Ulivo refreshata, alle coalizioni più o meno ampie, almeno come numero di componenti, non certo di voti, guardando ai risultati di questi ultimi anni. Sui temi dell’economia e del lavoro, quindi, dovremmo assistere a un ritorno al passato, anche se appare improbabile, se non impossibile, andare indietro fino all’era pre-Monti. Resta da vedere se i renziani accetteranno di rimanere in un partito con inclinazioni più socialisteggianti. Ad ogni modo, coloro che dovrebbero più restare preoccupati della svolta al Nazareno sarebbero i rappresentanti del Movimento 5 Stelle.

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Se il PD si sposta a sinistra, i grillini avranno maggiori difficoltà a tenere il consenso da quelle parti, specie adesso che stanno al governo e che dovranno dimostrare con i fatti di essere più autenticamente progressisti dei piddini. E il bello è proprio questo: siamo arrivati a una fase, nella quale il governo “giallo-verde” di Giuseppe Conte non può permettersi di andare ancora più a sinistra, anzi deve necessariamente dare risposte alla crescente forza elettorale della Lega di Matteo Salvini, il quale dal canto suo deve capitalizzare i successi continui ai seggi. Dunque, l’M5S si trova stretto tra una sinistra che, pur con timidezza e affanno, cerca di ricomporsi, e un centro-destra in forte ascesa nei consensi, trainato dall’alleato leghista.

Politica dei due forni anche per Di Maio?

D’altra parte, Zingaretti potrebbe rafforzare i pentastellati, essendo stato il candidato apparentemente dalle posizioni più dialoganti. Chi ai gazebo ha votato ieri il governatore laziale ha optato per una linea di confronto con i 5 Stelle, cosa che non poteva dirsi per i voti andati a Martina e, soprattutto, a Giachetti. In altre parole, anche Luigi Di Maio nei prossimi mesi potrebbe fare valere nei confronti di Salvini la politica dei due forni. E c’è da scommettere che il PD zingarettiano adesso farà di tutto per cercare di dividere i due contraenti al governo, seminando zizzania e mettendosi di mezzo tra i vice-premier, attirando a sé con proposte-civetta almeno l’area più di sinistra dell’M5S, quella che fa capo a Raffaele Fico in Parlamento e che non vede di buon occhio la Lega.

Sorgono altre domande sulla nuova linea del PD: sarà così ostile al reddito di cittadinanza come lo è stato sino adesso? Difenderà a spada tratta la sua riforma del lavoro di 5 anni fa, continuando ad attaccare il “Decreto Dignità”, rischiando di restare debole in quel mondo basso-salariato e precario, che ha fatto le fortune politiche dei grillini? Sull’Europa esternerà posizioni diverse da quelle “macroniane” di Renzi o attaccherà l’austerità fiscale, seppure da un’angolatura più prudente e istituzionale? Tanti interrogativi, che verranno sciolti nei prossimi mesi e che preannunciano momenti infuocati dentro e fuori il Nazareno. Se c’è una cosa che l’ex premier non potrà mai accettare è che i suoi mille giorni di governo vengano considerati un “incidente” nella storia del PD. A quel punto, farebbe le valigie e si creerebbe una creatura tutta sua, anche se fosse elettoralmente piccola. Nessun dialogo con i 5 Stelle potrà avvenire con lui dentro il partito. E’ un fatto di fisionomia e Zingaretti dovrà mettere in conto una scissione a destra, nel caso in cui la cambiasse.

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giuseppe.

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