Le petro-valute sotto pressione e ora capitola la Nigeria

La Nigeria chiede aiuto alla Banca Mondiale per ottenere dollari necessari a tamponare la crisi delle riserve, esplosa con il crollo delle quotazioni del petrolio.

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La Nigeria chiede aiuto alla Banca Mondiale per ottenere dollari necessari a tamponare la crisi delle riserve, esplosa con il crollo delle quotazioni del petrolio.

La Nigeria chiederà aiuti internazionali per 3,5 miliardi di dollari. L’annuncio è arrivato dal ministro delle Finanze, Kemi Adeosun, secondo cui il paese sta già tenendo colloqui per ottenere 2,5 miliardi dalla Banca Mondiale e un altro miliardo dalla Banca Africana per lo Sviluppo. Il ministro sostiene che sarebbe molto più economico richiedere tali prestiti con accordi bilaterali, anziché rivolgendosi al mercato.

Per la prima economia africana si tratterà di tamponare le casse statali, sotto pressione per il  crollo del prezzo del petrolio, che rappresenta i 2 terzi delle entrate pubbliche. Si stima che il paese avrà bisogno di 20 miliardi per coprire il suo fabbisogno con l’estero, quando tradizionalmente registra un attivo delle partite correnti. Le riserve della banca centrale nigeriana sono già diminuite di un quarto nel 2015 e si prevede che potrebbero esaurirsi del tutto entro i prossimi 9 mesi, dato che la domanda di dollari è pari a 4,6 miliardi al mese, mentre l’offerta aumenta a solamente un miliardo ogni mese. Per questo, da più parti si sollecita il presidente Muhammadu Buhari e il governatore Godwin Emefiele a porre fine al “peg”, che da quasi un anno lega il naira al dollaro a un cambio minimo di 199, quando al mercato nero un biglietto verde viene scambiato ormai a oltre 300 naire.

Cambio illegale già svalutato del 50% rispetto a quello ufficiale

Il divario crescente tra naira ufficiale e quello illegale è una spia preoccupante della separazione tra banca centrale e realtà. L’istituto svalutò il cambio nel novembre del 2014, quando l’OPEC rinunciò a tagliare la produzione di greggio, facendone crollare le quotazioni, portandolo da 155 a 168 contro il dollaro. Un’altra svalutazione si ebbe un anno fa, quando a febbraio si pose un nuovo limite minimo al valore del naira a 199. Complessivamente, quindi, negli ultimi 15 mesi si è avuto un indebolimento del cambio del 26%, ma molto inferiore a quello che suggerirebbero i fondamentali. Buhari dal Kenya è tornato sulla svalutazione, negando che questa possa essere la soluzione idonea al problema. Insieme a Emefiele, stanno cercando di attutire l’impatto della crisi imponendo controlli sui capitali e restringendo l’accesso alle importazioni di beni.

Ma l’economia non sembra in grado di farcela, senza un recupero immediato delle quotazioni del greggio.      

Valute emergenti sotto pressione con crisi quotazioni petrolio

D’altronde, il naira non è certo l’unica valuta sotto pressione a causa della crisi del petrolio e di altre materie prime: il Venezuela ha assistito al collasso del bolivar all’1% del suo valore ufficiale sul mercato, mentre lo stesso dollaro canadese è sceso ai minimi degli ultimi 11 anni. Il rublo ha perso il 49% nel 2015, il real brasiliano il 42%, il peso messicano il 38% e la corona norvegese il 26%. L’Azerbaigian ha dovuto abbandonare il peg a dicembre, mentre il mercato incrementa le aspettative per la fine del cambio fisso tra il rial saudita e il dollaro, in vigore dal 1985, a causa del forte calo delle riserve di Riad, che in 15 mesi risultano scese di 100 miliardi a circa 635 miliardi. Il caso nigeriano è emblematico delle difficoltà incontrate dai paesi, i cui governi non si arrendono all’evidenza e s’intestardiscono a difendere un cambio irrealistico. Il petrolio rappresenta per questa economia il 95% delle esportazioni, per cui i dollari in entrata sono diminuiti dal picco delle quotazioni di metà del 2014 a poco più di un quinto. Impossibile che il naira possa conservare l’attuale ancoraggio al dollaro. E sfumando in queste ore l’ipotesi di un taglio della produzione da parte dell’OPEC, diventa più probabile che si avvicini una terza svalutazione del cambio, prima che la banca centrale resti a secco di valuta straniera.  

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