Tra bad bank e bail-in, a pagare saranno gli italiani?

Tra creazione della "bad bank" e la clausola sul "depositor preference" con effetti penalizzanti sulle obbligazioni seniori, sono a rischio i quattrini dei contribuenti e risparmiatori italiani.

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L’Abi, l’Associazione bancaria italiana, ha stimato a 198,5 miliardi di euro in agosto le sofferenze, ovvero i crediti deteriorati delle banche in Italia, in crescita dai 197 miliardi di luglio e pari al 10,4% di tutti i prestiti erogati dagli istituti. Il dato era stato anticipato dal Rapporto mensile di Bankitalia. Nel settembre del 2008, mese in cui avvenne il fallimento di Lehman Brothers, le sofferenze bancarie nel nostro paese erano di appena 44,1 miliardi, da allora di sono quasi quintuplicate. Quelle al netto delle svalutazioni sono pari a 85,9 miliardi, il 4,79% degli attivi. Per questo, le banche attendono con ansia che si sblocchi il negoziato in corso tra il governo italiano e la Commissione europea per rendere possibile anche nel nostro paese l’istituzione di una “bad bank”, ossia di un veicolo a partecipazione statale, che si accollerebbe parte dei crediti deteriorati (si parla di una sessantina di miliardi), liberando i bilanci degli istituti e ponendo le condizioni per un rilancio dei prestiti a famiglie e imprese, visto che fino a quando non sarà chiara l’entità delle perdite, le banche non torneranno a prestare denaro.

Bad bank è salvataggio bancario mascherato

Tuttavia, Bruxelles ha acceso i fari negli ultimi tempi su tali pratiche, sostenendo che si tratterebbero di aiuti di stato, qualora la “bad bank” pagasse i crediti sofferenti a un prezzo più elevato di quello che sconterebbe il mercato, facendo ricadere sul contribuente tale differenza, a beneficio dei bilanci bancari, l’esatto opposto della direttiva sul “bail-in”, che chiede agli istituti di ricorrere solo in ultima istanza ai salvataggi pubblici (nazionali ed europei), dopo avere coperto le perdite con interventi privati. D’altronde, se lo stato pagasse alle banche i crediti a rischio allo stesso prezzo ai quali se li accollerebbe una società di factoring, non si capirebbe quale bisogno ci sarebbe di un suo intervento, data la presenza di soggetti privati presenti sul mercato, che potrebbero realizzare l’operazione da sé. Per questo, il timore è che la “bad bank” chiesta a gran voce dalle banche e assecondata anche dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, mascheri un salvataggio pubblico, trasferendo risorse dai contribuenti agli istituti.

 

Obbligazioni senior penalizzate da disciplina italiana del “bail-in”

Oggi, il direttore generale del Consiglio di sorveglianza di Intesa-Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro, intervenendo alla Commissione Finanze della Camera sui decreti attuativi delle norme sulle crisi bancarie, ha chiesto rassicurazioni, in particolare, sulle obbligazioni senior, che nei fatti diverrebbero con la nuova disciplina sul bail-in crediti subordinati rispetto ai depositi interbancari e corporate, chiedendo che sia ristretta la clausola di depositor preference, estesa dal legislatore italiano, rispetto alla previsione della direttiva europea, la Brrd. Il trattamento delle obbligazioni senior sarebbe penalizzante per i detentori di questi titoli, i quali rappresentano una porzione importante del portafoglio di investimento delle famiglie italiane. Le banche rischiano di vedere aumentare il costo di rifinanziamento dei loro debiti, in conseguenza del maggiore rischio avvertito da parte del mercato. Tra “bad bank” che scaricherebbero le perdite sul contribuente e il “bail-in” in salsa italiana, che aggrava i rischi in capo agli obbligazionisti senior, pare che gli italiani avrebbero poco scampo alla possibilità di sfuggire dal sostenere gli oneri di una ristrutturazione occulta del sistema bancario del Bel Paese.      

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