Le mani dei grillini sui risparmi degli italiani e il cattivo esempio del governo uscente

La Cassa depositi e prestiti viene sfruttata sempre più per finalità politiche e il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio vorrebbe trasformarla in una banca di stato per fare credito nel Mezzogiorno. Il rischio è di colpire il risparmio privato gestito dall'ente.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Cassa depositi e prestiti viene sfruttata sempre più per finalità politiche e il Movimento 5 Stelle di Luigi Di Maio vorrebbe trasformarla in una banca di stato per fare credito nel Mezzogiorno. Il rischio è di colpire il risparmio privato gestito dall'ente.

Luigi Di Maio, mentre lotta per fare il premier e domani incontrerà il presidente Sergio Mattarella per ultimo tra i leader politici alle seconde consultazioni al Quirinale per formare il nuovo governo, ha ribadito l’intenzione del Movimento 5 Stelle di utilizzare la Cassa depositi e prestiti (Cdp) come una banca pubblica per gli investimenti, che serva da sostegno alle piccole e medie imprese. Nessuna novità, perché da mesi i grillini propongono di trasformare l’attuale braccio finanziario del Tesoro in una sorta di nuova Cassa per il Mezzogiorno, aiutando l’area più povera del Paese, quella in cui hanno anche raccolto maggiori consensi. Il modello di ispirazione è la KfW tedesca, acronimo che sta per “Kreditanstalt fuer Wiederaufbau”, ovvero Istituto di credito per la ricostruzione. In Francia, con minore vigore ne esiste una simile, la Caisse des dépots.

Non a caso, il potenziale ministro dell’Economia pentastellato, Andrea Roventini, non più tardi di un paio di settimane fa metteva in guardia il governo Gentiloni dall’astenersi sulle nomine dei vertici della Cdp, in scadenza a maggio. Trattandosi di un esecutivo dimissionario – il ragionamento di uno dei massimi collaboratori di Di Maio – non spetta ad esso nominare i dirigenti di un ente, che per i grillini dovrà assumere un’importanza strategica in un’Italia “sovrana” a 5 Stelle.

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La Cdp gestisce i risparmi degli italiani

La Cdp gestisce tra l’altro il risparmio depositato dalle famiglie presso Poste Italiane, che tra libretti e buoni fruttiferi ammontava a 253 miliardi al dicembre scorso, circa il 15% del nostro pil attuale. Il nuovo contratto siglato nei mesi scorsi per il triennio 2018-2010 prevede commissioni in favore di Poste nell’ammontare annuo compreso tra un minimo di 1,55 e un massimo di 1,85 miliardi di euro. Mica male per una società, che ha chiuso il 2017 con un utile netto di 689 milioni e ricavi per 33,4 miliardi. Sia Cdp che Poste sono controllate dallo stato, rispettivamente a più dell’83% e al 40%. La quota restante nella Cdp è nelle mani delle Fondazioni bancarie.

Perché il progetto di Di Maio appare deleterio? Esso implicherebbe l’utilizzo del risparmio degli italiani per finalità di politica economica, che nulla avrebbero a che fare con gli obiettivi statutari della Cdp, consistenti nell’impiego delle risorse in progetti strategici e remunerativi. Non potrebbe essere altrimenti, trattandosi di denaro dei risparmiatori privati, che quando lo parcheggiano in un qualche ufficio postale puntano essenzialmente sia a metterlo al sicuro, sia a ottenere una pur minima remunerazione. Sarebbe come se aprissi un conto corrente in banca, sapendo che i miei soldi verrebbero impiegati per prestare denaro a imprese senza requisiti o per sostenere lo sviluppo delle aree più depresse d’Italia.

La Cdp intesa dai grillini sarebbe una sorta di bancomat elettorale, ma anche volendo essere buoni, verrebbe sfruttata per finalità assistenziali, che non sarebbero proprie di una società che si finanzia con il risparmio privato, per quanto controllata dallo stato. Tuttavia, sarebbe ingeneroso addossare al solo M5S una visione tendenzialmente irresponsabile dell’uso delle risorse del braccio finanziario del Tesoro. Sta accadendo proprio sotto i nostri occhi che il governo uscente stia sparando le ultime sue cartucce, spingendo la Cdp ad entrare in TIM fino al 5%, al fine di fare asse con il fondo americano Elliott Management e mettere i francesi di Vivendi in minoranza, cosicché da rinazionalizzare la rete, attraverso un’operazione complessa e che passerebbe con la fusione di un’altra controllata della Cdp, ovvero Open Fiber. Costo dell’intervento: ai valori attuali di borsa del titolo TIM, quasi 900 milioni.

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Il rischio di prosciugare la cassa

E c’è un’altra acquisizione possibile da qui a qualche settimana da parte della Cdp: Alitalia, ossia l’apoteosi di una società fallita, mal gestita e fonte di ogni nefandezza industriale e sindacale. E l’intervento della Cdp è stato invocato negli ultimi anni dei presunti governi “liberali” a ogni crisi aziendale dal ministro di turno dello Sviluppo, dal premier o dal Tesoro, perché quando in Italia non si trova alcuna soluzione formalmente compatibile con il rispetto del mercato, si ripiega su espedienti finalizzati a dribblare le regole, mantenendo il bon ton. La Cdp viene considerata da tutti, destra e sinistra tradizionali, l’ultima istanza a cui appellarsi anche per varare false privatizzazioni, sostanzialmente facendo transitare con una partita di giro assets dal Tesoro alla sua controllata, incapaci, o meglio, non desiderosi di cederli sul mercato, sottraendoli così al controllo politico.

La Cdp è una cassa ricca, che a fine 2017 vantava un attivo patrimoniale di 420 miliardi e un patrimonio netto di quasi 36 miliardi, un utile netto consolidato di 4,5 miliardi e liquidità disponibile per quasi 180 miliardi. Naturale che ogni governo sia tentato di metterci le mani, sia per ragioni di consenso, sia anche per piazzarvi fedelissimi o uomini dell’establishment industriale-finanziario a cui pagare le famose cambiali elettorali. Ma la Cdp non nasce per esaudire il libro dei sogni del premier di turno, il quale mediamente da noi resta in carica poco più di un anno, bensì per svolgere un ruolo di sostegno all’economia, evidentemente agendo per finalità pubbliche, ma non finanziando progetti avveniristici, assistenziali o ad elevato rischio di perdita, altrimenti le risorse di cui è dotata si ridurrebbero nel tempo e dopo anni la cassa rimarrebbe vuota. E questo accadrebbe se, in barba alle valutazioni di mercato, si mettesse a prestare denaro alle pmi, finendo intrappolata in crediti deteriorati e patrimoni difficilmente aggredibili, trasformandosi sì in una vera banca di stato, ma che rimanderebbe a MPS. E a pagare sarebbero non certo grossi investitori, ma i risparmiatori delle Poste, i cui investimenti medi ammontano a meno di 12.500 euro a testa.

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Politica, Politica italiana, Servizi pubblici

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