Le grandi imprese disertano l’Italia e salari e stipendi non crescono

Le grandi imprese in Italia sono poche e ciò colpisce l'economia, rallentando i ritmi della crescita. Ecco i dati della Cgia di Mestre, che accendono i fari sulle dimensioni troppo piccole delle imprese italiane.

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Le grandi imprese in Italia sono poche e ciò colpisce l'economia, rallentando i ritmi della crescita. Ecco i dati della Cgia di Mestre, che accendono i fari sulle dimensioni troppo piccole delle imprese italiane.

Italia patria delle piccole e medie imprese. Lo sappiamo da sempre e lo confermano anche i dati pubblicati pochi giorni fa dalla Cgia di Mestre e riferiti al 2016, che ci collocano ai primissimi posti in Europa per fatturato e valore aggiunto. In particolare, con 2.855 miliardi di euro le imprese italiane sono quarte dopo Germania (6.195), Regno Unito (3.976) e Francia (3.696). Di questi, il 68,1% proviene dalle pmi (imprese con meno di 250 dipendenti), il 24,5% dalle micro-imprese (meno di 10 dipendenti).

Ne consegue che solo il 31,9% del fatturato provenga dalle grandi imprese, dato che si confronta con il 51,9% della Germania, il 55,3% del Regno Unito e il 45,3% della Francia.

L’economia italiana non cresce perché è poco libera

In termini di valore aggiunto, resta la quarta posizione dell’Italia con 702 miliardi, superati dai 1.659 della Germania, 1.304 del Regno Unito e 941 della Francia. Le pmi tricolori contribuiscono per il 67,3%, di cui le micro-imprese con il 27,9%. Resta il 32,7% in mano alle grandi imprese, nettamente meno del 45,3% in Germania, del 52,1% del Regno Unito e del 44,5% della Francia.

Da questi dati, emerge quanto segue: le grandi imprese italiane creano valore aggiunto per 230 miliardi su 911 miliardi di fatturato, cioè per un quarto (25,2%) del totale. La percentuale scende di poco al 22,3% tra le pmi e sale al 27,8% tra le micro-imprese. E all’estero? In Germania, abbiamo rispettivamente 23,3%, 28,8%, 25,8%; nel Regno Unito 30,9%, 32,4% e 40%; in Francia 25%, 24,2% e 28,5%. Rapportando i dati italiani per ciascuna delle tre categorie agli altri paesi, otteniamo che le grandi imprese italiane producono valore aggiunto in percentuale al fatturato per il 95,5% della media (semplice) delle prime tre economie europee, dato al 78,2% tra le pmi e tra le micro-imprese all’88,5%. In altre parole, le relativamente meno efficienti in Italia si mostrerebbero le pmi.

Poche grandi imprese, ce ne vorrebbero di più

Questi dati vengono corroborati da altri forniti dalla Cgia e riguardanti l’occupazione. Al netto dei dipendenti pubblici e di alcuni comparti economici rilevanti, spiega l’istituto, gli occupati italiani risultano 14,5 milioni, di cui ben 6,5 milioni alle dipendenze di micro-imprese, il 44,9% del totale, primo posto in Europa.

Altri quasi 5 milioni lavorano nelle pmi, per cui ne deduciamo che circa 3,1 milioni sarebbero dipendenti di grandi imprese. Questi dati ci dicono anche, quindi, che il valore aggiunto per dipendente presso le micro-imprese sarebbe in Italia di 30.000 euro, presso le pmi quasi raddoppierebbe a circa 56.530 euro e presso le grandi imprese s’impennerebbe a quasi 74.200 euro. E le micro-imprese costituiscono il 94,8% del totale, mentre le pmi il 99,9%, rispettivamente il 2% e lo 0,1% in più della media europea.

Perché l’economia italiana entra in recessione e la disoccupazione scende?

In sintesi, il lavoro presso le grandi imprese risulterebbe di gran lunga più produttivo, cosa arcinota, perché sappiamo che il livello di tecnologia adoperato presso di esse si mostra da sempre mediamente superiore. Questo significa anche che la crescita economica verrebbe maggiormente stimolata dalle grandi realtà aziendali, le sole realmente in grado di reggere alla concorrenza internazionale e di creare occupazione qualitativamente elevata e meglio remunerata. Difficile garantire salari adeguati e crescenti con una struttura produttiva imperniata essenzialmente su imprese di dimensioni minuscole. E tutto questo tiene a freno la domanda interna e la stessa produzione, data la maggiore esposizione alla competizione dall’estero dai prodotti a basso contenuto tecnologico e valore aggiunto.

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