Le esportazioni tradiscono l’Eurozona e il rischio di recessione risparmia per ora la Francia

L'Eurozona compie un altro passo avanti verso la stagnazione e forse anche la caduta nella recessione. E la Germania, causa del rallentamento, è anche l'unica a disporre di munizioni contro la crisi.

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L'Eurozona compie un altro passo avanti verso la stagnazione e forse anche la caduta nella recessione. E la Germania, causa del rallentamento, è anche l'unica a disporre di munizioni contro la crisi.

L’inflazione nell’Eurozona a gennaio si è indebolita ulteriormente, segnando una variazione annua dell’1,4%, in calo dall’1,6% di dicembre, quando a sua volta aveva subito una decelerazione dal +1,9% di novembre e dall’apice del 2,2% di ottobre. Il dato non è stato in sé una sorpresa, risentendo certamente del crollo delle quotazioni del petrolio tra ottobre e dicembre, quando sono passate dagli 86 fino a un minimo di poco superiore ai 45 dollari al barile. Quanto sul calo stia pesando l’indebolimento della congiuntura resta da vedere, perché l’indice manifatturiero nell’area è sceso a gennaio a 50,5 punti, poco sopra la soglia dei 50 punti che separa espansione da contrazione dell’attività, ai minimi da oltre 4 anni, scendendo dai 51,4 punti di dicembre.

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Peggio è andata alla Germania, dove la manifattura ha segnalato recessione per la prima volta dalla fine del 2014, attestandosi a 49,9 punti, in netto calo dai 51,5 di dicembre. In Italia, il tonfo è stato ancora più marcato e per il quarto mese consecutivo si è registrata una contrazione, con l’indice ad essere sceso a 47,8 punti dai 49,2 di dicembre. Per il momento, a sorprendere positivamente tra le grandi c’è la Francia, dove la manifattura ha accelerato a 51,2 punti dai 49,7 di dicembre e novembre, tornando agli stessi livelli di ottobre. Anche il pil si è espanso nell’ultimo trimestre del 2018 sopra le previsioni, dello 0,3% su base congiunturale, ritmo uguale a quello del terzo trimestre e in accelerazione dal +0,2% dei primi due trimestri dello scorso anno. In altre parole, la Francia dei “gilet gialli” continua a schivare la stagnazione, esibendo tassi di crescita persino migliori della Germania, dove il pil si è contratto dello 0,2% tra luglio e settembre e per quest’anno è stato rivisto dal governo federale al ribasso al +1% dal +1,8% iniziale.

Siamo dinnanzi a un paradosso? Non proprio. Per capire cosa non stia funzionando nell’area, basti guardare ai seguenti numeri: nei primi 11 mesi del 2018, le esportazioni sono state pari a 2.098,4 miliardi, le importazioni a 1.923,2 miliardi, segnando una crescita rispettivamente del 4,2% e del 6,6% rispetto allo stesso periodo del 2017. In altre parole, le importazioni stanno aumentando a un ritmo superiore rispetto alle importazioni e stimandole su base annua, troviamo che l’avanzo commerciale nei 12 mesi sarebbe diminuito dai quasi 210 miliardi ai poco più di 175 miliardi. Il calo sarebbe di circa 34-35 miliardi, qualcosa come lo 0,3% del pil dell’area. Parliamo di minore ricchezza prodotta nell’area dal canale estero. Dunque, la debole congiuntura internazionale e le tensioni commerciali starebbero già colpendo l’economia dell’unione monetaria, basata sulle esportazioni.

Germania unica a disporre di alternative

Non tutti gli stati stanno subendo, però, gli stessi effetti. Una cosa è la Germania, che ogni anno ormai registra un avanzo della sua bilancia commerciale nell’ordine dei 250 miliardi di euro, un’altra è la Francia, economia importatrice netta per il 2-3% del pil. Sostanzialmente, i punti di forza dei paesi “export-led” si stanno trasformando in debolezza, in questa fase. L’Italia stessa pagherebbe tale scotto, essendo un’economia con un surplus commerciale annuo nell’ordine del 2,5% rispetto al suo pil. Senonché, mentre la Germania può almeno vantare una robusta domanda interna per via della disoccupazione ai minimi da oltre un trentennio (3,3%) e tassi di occupazione superiori al 76%, noi paghiamo la carenza di posti di lavoro occupati e il crollo del pil reale, che rispetto ai livelli toccati nel 2007 continua a restare più basso di circa 4 punti e mezzo percentuali.

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E c’è un’altra differenza negativa con le altre principali economie dell’area: il nostro margine di manovra sul piano fiscale è sostanzialmente nullo, non solo perché la Commissione europea, come abbiamo notato nelle lunghe settimane di trattative estenuanti sulla manovra, non ci consentirebbe di fare altro deficit a causa dell’alto livello del debito, bensì pure per effetto della scarsa fiducia con cui gli stessi mercati guardano ai nostri titoli di stato.

Gli spread, per quanto in calo, risultano nettamente superiori lungo l’intera curva delle scadenze, anche raffrontandoli con quelli di Spagna e Portogallo, segno che gli investitori già nutrono dubbi sulla solvibilità del nostro debito, figuriamoci se segnalassimo loro di volerlo aumentare ulteriormente.

La Francia, al contrario, pur con un debito pubblico prossimo al 100% del pil, gode della fiducia dei mercati e per quest’anno ha annunciato che porterà il deficit in area 3,2-3,3%, molto più del 2% fissato si dal governo Conte. E si consideri che la spesa pubblica francese si attesta al 56% del pil, circa 7 punti in più della nostra, con un disavanzo primario (al netto degli interessi sul debito) ancora nell’ordine dell’1%. Ciò significa che l’economia transalpina tende a mostrarsi più resiliente agli shock esterni, essendo alimentata perlopiù dallo stato, ovvero dalla domanda interna. E i maggiori margini di manovra fiscale ne ritardano l’ingresso eventuale nella recessione o l’avvicinamento alla stagnazione. Accadde così anche nel 2008, quando la seconda economia dell’area si contrasse più tardi e meno delle altre, salvo successivamente ristagnare più a lungo.

Unico sostegno verrà dalla BCE

E la Germania? E’ l’unica a potersi permettere un sostanziale sostegno pubblico alla domanda interna per compensare l’indebolimento delle esportazioni. Con un debito pubblico oramai sceso al 60% del pil e un surplus di bilancio, che nei primi 6 mesi dello scorso anno ha sfiorato il 3%, avrebbe a disposizione qualche centinaio di miliardi di euro potenziale da spendere senza nemmeno infrangere il tetto massimo del deficit (e anche se lo infrangesse, riceverebbe la benedizione di tutti i governi e della stessa Commissione), denaro con cui eventualmente fare investimenti pubblici, tagliare le tasse e aumentare la spesa corrente.

In pratica, se lo volesse, il governo tedesco sarebbe nelle immediate condizioni di evitare il rallentamento. Improbabile che intervenga, tranne che nel caso in cui fiutasse il rischio di una recessione vera e propria, ma non nelle dimensioni sopra accennate, semmai impegnando in tutto o in parte il surplus, senza rinunciare alla politica dello “Schwarze Null”, cioè al pareggio di bilancio.

Quanto agli effetti benefici per le altre economie dell’area da un allentamento fiscale in Germania, sarebbero noccioline, non un reale driver per la loro crescita, anche perché quella di Berlino sarebbe una manovra “one-off” o una tantum che si dir si voglia. E il rilancio della competitività nel sud dell’Eurozona sarebbe agevolato solo nel caso in cui la Germania per anni sostenesse la propria domanda interna, rimarcando la crescita salariale, di per sé trainata dalla piena occupazione. Non pare che questa sia la strada che Berlino intenda anche solo prendere in considerazione per il breve, medio e lungo termine. Se crisi dell’Eurozona sarà, l’unica mano ci verrà data dalla BCE con il rinvio del rialzo dei tassi e il possibile varo di nuovi stimoli. Non aspettiamoci grosse soddisfazioni nemmeno su questo fronte, però, godendo già da anni di tassi azzerati, cambio dell’euro debole e liquidità abbondante. Molto di più non potrebbe fare né Mario Draghi, né chi lo succederà dal novembre prossimo.

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2,2 -1,9 – 1,6 – 1,4 inflazione min da apr 2018

8 8 7,9 7,9 disoccupazione eurozona

0,4 0,4 0,2 0,2 euro pil

52- 51,8- 51,4 – 50,5 min da novembre 201

52,2 .51,8. 51,5 . 49,9 min da dice 2014

49,2 . 48,6. 49,2 . 47,8 min da 201

51.2   49,7  49,7  51,2 francia

2.098,4 (+4,2%)       175,2 mld (1,65% pil) da +209,7 mld (2017 primi 11 mesi, 2% pil)

1.923,2 (+6,6%)

 

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