Le elezioni in Spagna segnano la fine del bipolarismo e l’inizio della rivolta euro-scettica a Madrid

Le elezioni in Spagna esitano la vittoria dei socialisti di Pedro Sanchez senza una maggioranza chiara. Il centro-destra si frantuma con il crollo dei popolari. Finito lo storico bipolarismo post-franchista e in prospettiva continua ad esservi una nuova stagione di ingovernabilità.

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Le elezioni in Spagna esitano la vittoria dei socialisti di Pedro Sanchez senza una maggioranza chiara. Il centro-destra si frantuma con il crollo dei popolari. Finito lo storico bipolarismo post-franchista e in prospettiva continua ad esservi una nuova stagione di ingovernabilità.

Pedro Sanchez è il vincitore delle elezioni politiche di ieri in Spagna. Il premier uscente ha ottenuto il 29% dei consensi e 123 seggi alla Camera, rispettivamente il 6% e 38 in più rispetto alle precedenti consultazioni del 2016. Tuttavia, il suo Partito Socialista (Psoe) resta lontano dalla maggioranza assoluta dei 176 seggi richiesti per governare da solo, per cui dovrà trovare alleati. E su questo fronte, le notizie non gli sono molto positive.

Podemos, la formazione anti-austerity della sinistra radicale di Pablo Iglesias è calata dal 21% al 14% e da 71 a 42 seggi. Insieme, i due partiti arrivano a 165 seggi, per cui necessitano dell’appoggio di una terza formazione per governare. In teoria, basterebbero i 15 seggi di Erc, i repubblicani catalani, i quali hanno già sostenuto nell’ultimo anno Sanchez alla Moncloa, ma staccandogli la spina proprio qualche mese fa sul mancato voto alla sua finanziaria.

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A destra, il panorama si è frastagliato. Il Partito Popolare è letteralmente crollato dal 33% di 3 anni fa a meno del 17%, perdendo 71 seggi e conquistandone solo 66. Il suo leader Pablo Casado non è stato in grado di ravvivare i consensi dopo che la tangentopoli ha travolto parte della classe dirigente del PPE. I voti sono andati essenzialmente alle altre due formazioni del centro-destra: Ciudadanos e Vox. I centristi sono passati dal 13% al 16%, arrivando a 57 seggi (+25) sulla dura campagna del leader catalano Alberto Rivera contro la secessione della Catalogna. La destra “sovranista” di Vox non aveva alcun seggio nella legislatura uscente e Santiago Abascal è riuscito in pochi mesi a portare il partito, di fatto sconosciuto, al 10% e a 24 seggi.

Fine del bipolarismo spagnolo

Tirando le somme, i due principali partiti di centro-sinistra raccolgono il 43%, esattamente quanto i tre che si rifanno all’area di centro-destra, sebbene i primi prevalgano per 18 seggi. Ad ogni modo, le elezioni spagnole di ieri hanno segnato la fine del bipolarismo, se si considera che nel 2016, pur già in condizioni di affanno, i due principali schieramenti avevano ottenuto insieme il 56% e 222 seggi, mentre adesso risultano ridimensionati al 46% e 189 seggi.

Del resto, questo è stato il terzo voto generale in 40 mesi, a conferma che l’ingovernabilità sia entrata a fare parte del vocabolario politico madrileno.

A pesare sulla caduta del bipolarismo post-franchista sarebbero stati fattori perlopiù locali, anche se non solo: il discredito delle istituzioni a seguito delle numerose indagini di questi anni sulla corruzione; le tensioni tra Madrid e Barcellona sul separatismo catalano; l’alta disoccupazione che continua a riguardare quasi il 15% della popolazione occupata, nonostante la crescita economica più che soddisfacente di questi anni.

Difficile la governabilità

Contrariamente a quanto stia avvenendo da tempo nel resto del Vecchio Continente, in Spagna a frantumarsi è la destra e probabilmente per una ragione semplice: i popolari che furono di José Maria Aznar prima e Mariano Rajoy fino allo scorso anno vengono percepiti insieme ai socialisti quale principale partito filo-europeista, ossia parte del sistema contro cui si è levata negli ultimi anni una domanda forte di rinnovamento. Naturale che non possano beneficiare dell’ondata di euro-scetticismo e delle istanze di cambiamento sempre più forti nella penisola iberica.

Fa pensare, infine, il dato deludente di Podemos, che oltre tutto avrebbe dovuto beneficiare anche dell’unione con un’altra formazione di estrema sinistra. Sembrano lontani i tempi in cui Iglesias impensieriva l’establishment nazionale ed europeo per le sue posizioni alla Tsipras. In effetti, non solo ha moderato fortemente le sue richieste, ma alla prova dei fatti il suo partito si è rivelato progressista all’acqua di rose, molto conciliabile con il programma dei socialisti, che nei fatti hanno divorato un terzo dei suoi voti. Questa è la sintesi di quanto accaduto ieri: i popolari hanno ceduto metà dei loro voti a centristi e sovranisti; i socialisti li hanno “rubati” a Podemos.

Difficile che il gioco delle alleanze di governo venga risolto prima delle europee di fine maggio. Improbabile che Iglesias da un lato ed eventualmente Rivera dall’altro vogliano scoprire le loro carte, rischiando di intaccare i rispettivi consensi in vista del prossimo appuntamento elettorale.

E quand’anche dovesse trovarsi un accordo a tre tra Psoe, Podemos e Erc, sarebbe dalle fondamenta assai fragili, come l’esperienza dell’ultimo anno ha insegnato.

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