Le elezioni in Baviera ci salveranno dalla crisi? Ecco la farsa sui tassi dall’America all’Europa

La Baviera oggi muterebbe gli equilibri politici e finanziari in Europa, dandoci involontariamente una mano con lo spread. E la BCE di Draghi si prepara a fare inversione a U sul QE, pensando a trovare il modo di non perdere la faccia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
La Baviera oggi muterebbe gli equilibri politici e finanziari in Europa, dandoci involontariamente una mano con lo spread. E la BCE di Draghi si prepara a fare inversione a U sul QE, pensando a trovare il modo di non perdere la faccia.

Anche se giustamente vorreste trascorrere questa domenica in santa pace e lontani da notizie di cronaca finanziaria e meno che mai dalla politica, se avete un minuto di tempo da perdere, alle ore 18.00 date un’occhiata sul vostro smartphone ai risultati elettorali in Baviera, dove si vota per rinnovare il Landtag, il corrispondente del nostro consiglio regionale. Vi chiederete perché mai. La risposta sta nel fatto che dall’esito di questo voto dipenderebbe la soluzione o meno tempestiva alla crisi dello spread dell’Italia. Già, i bavaresi a un paio di settimane dall’annuale Festa della Birra a Monaco sarebbero capaci, segnando una X sulle loro schede elettorali, di decidere il futuro dell’Europa sui mercati finanziari. Prima di approfondire il perché, dobbiamo fare un passo indietro a mercoledì e andare in America, dove un irato presidente Donald Trump ha niente di meno che tacciato la potente Federal Reserve di essere “andata fuori di testa”. Sì, l’uomo più potente del pianeta ha detto chiaro e tondo che coloro che stampano dollari siano pazzi.

La scossa alla borsa americana favorisce la pressione dell’Italia sulla BCE di Draghi

Cos’è successo? Mercoledì, Wall Street ha subito un tonfo azionario del 3%, con il Nasdaq, ossia l’indice tecnologico, ad avere chiuso a -4%. Una correzione rispetto ai livelli record toccati poche sedute prima e dovuta a svariati fattori, tra cui il timore che i tassi negli USA continueranno a salire velocemente, dato lo stato di grazia dell’economia americana. Ad ogni modo, parliamo di una seduta storta (sarà negativa anche la successiva), non certo di un dramma. Eppure, Trump ne ha approfittato per attaccare ancora una volta e con parole pesanti il governatore Jerome Powell, arrivando ad affermare il giorno dopo che non lo licenzierà, espressione che nel linguaggio politico evidenzia l’esatto contrario, cioè la volontà di prendere in considerazione persino la cacciata nel caso in cui si ostinasse a proseguire con la stretta monetaria.

Trump auspica che l’era del cosiddetto “easy money” continui, assicurando all’economia americana nuovi trimestri di crescita robusta, così da arrivare alle elezioni presidenziali con un mercato del lavoro che scoppia di salute e redditi in costante aumento. Tuttavia, non pensate che il crollo di Wall Street di metà settimana gli sia dispiaciuto. Anzi, probabile che abbia acceso qualche lumino tornando alla Casa Bianca dal comizio in Pennsylvania. Sì, perché con un’inflazione di poco sopra il target del 2% e la disoccupazione ai minimi da quasi 50 anni, bisogna che la Fed abbia un pretesto per non continuare ad alzare i tassi, altrimenti perderebbe di credibilità. Con quale scusa direbbe ai mercati che la politica monetaria va già bene così? Gli investitori si chiederebbero se davvero la prima economia mondiale stia andando così bene o se a non capirci sia Powell. Ed ecco che le tensioni finanziarie giocano un ruolo importante, diventano quello spauracchio da allontanare e offrono alla banca centrale l’opportunità di tirarsi indietro salvando la reputazione.

Il fattore Baviera per l’euro

Ok, questa è l’America. Ma la Baviera cosa c’entra con tutto questo? Più di quanto immaginiate. La BCE si è impegnata dal giugno scorso a cessare gli acquisti di assets con il “quantitative easing” dalla fine di quest’anno e a non alzare i tassi “fino all’estate 2019”, praticamente preparando i mercati per una prima stretta nella seconda metà dell’anno prossimo, verosimilmente da settembre. Tuttavia, da allora il quadro è mutato in peggio: la crescita nell’Eurozona rallenta, lo spread in Italia è esploso a 300 punti, tra Italia e Commissione UE è in corso una guerra di toni allarmante, mentre le leadership di Emmanuel Macron in Francia e di Angela Merkel in Germania vacillano. La cancelliera non solo è in caduta libera nei sondaggi come il presidente francese, ma sembra avere perduto ogni reale autorità e autorevolezza nel suo stesso partito, non riuscendo nemmeno a farsi eleggere il capo-gruppo al Bundestag.

I sondaggi dicono che il partito gemello della sua CDU – la CSU del ministro dell’Interno, Horst Seehofer – oggi raccoglierebbe intorno al 33% dei consensi, 14 in meno rispetto alle scorse elezioni e dato peggiore da inizio anni Cinquanta. La Baviera costituisce il 16% della popolazione tedesca ed è la regione più ricca della Germania. Qui, si gioca il destino del centro-destra nazionale, un po’ come sarebbe in Italia la Lombardia per la Lega. Se davvero stasera sugli schermi uscissero risultati molto negativi per i conservatori, il rischio sarebbe un ulteriore indebolimento del governo federale e l’aumento delle frizioni tra i partner della coalizione, visto che l’ala destra cercherà di rifarsi un’immagine distinguendosi dai centristi dell’Unione e dagli alleati socialdemocratici. I Verdi vengono dati al 18% e al secondo posto dalle rilevazioni, diventando possibili alleati di governo a Monaco, sebbene con la CSU non corra affatto buon sangue. Crollerebbe all’11% l’SPD, alla pari o superata dagli euro-scettici dell’AfD, che sul piano nazionale sarebbero ormai secondo partito. E un’altra formazione anch’essa euro-scettica e d’impronta localista, chiamata Freie Waehler (Liberi Elettori), viene accreditata del 10%.

La vera eredità di Frau Merkel sarà la crisi dell’euro

La retromarcia sul QE in arrivo dalla BCE

Se stasera la CSU arretrasse molto, la Merkel potrebbe paradossalmente cercare di addebitare il pessimo risultato al ministro ribelle Seehofer, che sui temi dell’immigrazione ha quasi provocato una crisi di governo in estate. E nelle scorse settimane ha assunto come sottosegretario lo stesso capo dei servizi segreti licenziato dalla cancelliera per presunte simpatie verso la destra radicale. Tuttavia, sarebbe solo una formalità. Tutti sanno, a partire dalla diretta interessata, che i tedeschi non tollerano più né la Merkel, né le sue politiche centriste e considerate “lassiste” sull’immigrazione. La sua caduta sarebbe questione di tempo e questo allarma già le istituzioni comunitarie, perché quando mancano appena 7 mesi alle elezioni europee, con i partiti “sovranisti” con il vento in poppa, presentarsi senza nemmeno un volto autorevole da contrapporre agli euro-scettici sarebbe un suicidio annunciato per Bruxelles. I mercati ne prenderebbero nota e con questo caos in arrivo sarebbe davvero difficile sostenere la tesi dell’uscita dagli stimoli monetari.

Già lo scorso giovedì sono usciti allo scoperto due banchieri centrali europei e membri del board della BCE, il finlandese Olli Rehn e l’estone Ardo Hansson, a chiedere entrambi che si prosegua con l’allentamento e non si acceleri verso una stretta. In effetti, i fondamentali macro non deporrebbero in favore di un rialzo imminente dei tassi, tra disoccupazione ancora mediamente sopra l’8% e un’inflazione di fondo all’1% nell’area. Per non parlare delle condizioni economiche e finanziarie parecchio eterogenee nell’area. Le tensioni in Italia e la leadership perduta di Frau Merkel in Germania sarebbero due pretesti perfetti da offrire ai mercati per fare retromarcia e presentarsi al board di fine mese con un comunicato che nella sostanza reciterebbe così: “vorremmo ridurre il grado di accomodamento monetario, ma le incertezze politiche e finanziarie internazionali ci costringono a prendere tempo e a seguirne l’evoluzione passo dopo passo”. L’onore sarebbe salvo e l’euro pure. Infatti, con una BCE che per altri mesi si comprerebbe i titoli di stato, i nostri BTp recupererebbero terreno, lo spread rientrerebbe e lo spettro del default e dell’uscita dall’euro sarebbe allontanato. Tutto facile? Forse, no. Prima di toglierci il fuoco dalle castagne, Mario Draghi ci farà abbrustolire ancora un po’, magari inviando segnali espansivi solo dopo che le agenzie di rating ci avranno declassati di un gradino sopra il livello “spazzatura”. Dovrà essere chiaro a tutti che se Francoforte si rimette a stampare euro sarà solo per questi irresponsabili di populisti al governo a Roma. Insomma, ci aiuteranno, ma non senza averci esposti al pubblico ludibrio, additandoci come fossimo una maledetta peste.

Perché la Germania non alza la voce con l’Italia sulla manovra e la BCE prepara la retromarcia sul QE

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Argomenti: Bce, bolla finanziaria, Germania, Mario Draghi, Politica Europa