Le dimissioni del premier Conte arriveranno entro dopodomani. E poi?

Il governo "giallo-rosso" è di fatto finito. Ne hanno preso atto anche dentro il PD. La relazione del ministro Bonafede rischia di far implodere malamente l'esecutivo.

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Le dimissioni di Giuseppe Conte stanno per arrivare

Giuseppe Conte sembra rassegnato all’ipotesi delle dimissioni. Adesso, serve capirne la tempistica. Dentro il PD, dove il premier è stato difeso a spada tratta fino al giorno in cui ha incassato la fiducia al Senato, non nascondono che la strategia di puntare sui cosiddetti “responsabili” non stia funzionando. Bruno Tabacci, centrista e incline all’operazione, ha affermato chiaramente nel fine settimana che, a suo avviso, i numeri per andare avanti non ci siano e che la prospettiva delle elezioni anticipate si starebbe facendo concreta. Chissà che non si gridi volutamente al lupo per attirare qualche senatore in più a Palazzo Madama sul timore della mancata rielezione.

Fatto sta che una scadenza entro cui prendere una decisione esiste ed è mercoledì 27 gennaio, dopodomani. Quel giorno, il Senato dovrà votare la relazione del ministro del Guardasigilli, Alfonso Bonafede, sullo stato della giustizia in Italia. Il ministro è nel mirino da tempo di parte della stessa maggioranza per le sue posizioni “giustizialiste”. Le opposizioni di centro-destra voteranno compatte contro, così come singoli esponenti della maggioranza, come Pierferdinando Casini e il socialista Riccardo Nencini. Lo stesso farebbero i senatori di Italia Viva, cioè i “renziani”, che con la loro astensione di settimana scorsa hanno impedito la bocciatura del governo in Aula.

Persino i senatori di Forza Italia che hanno “tradito” il mandato votando a favore della fiducia voteranno quasi certamente contro la relazione. E tenuto conto che per l’occasione appaia difficile che si ripresentino i senatori a vita, specie la novantenne Liliana Segre, il rischio che il governo vada sotto appare alto. Potrebbe non ottenere neppure 150 voti, a quel punto con ogni probabilità inferiori ai “no”, a meno che tatticamente Italia Viva continui ad astenersi.

Ma non sembra questo più il caso, se non per una parte di essa.

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Lo scenario dopo le dimissioni di Conte

E quindi? Il problema è capire cosa accadrebbe dopo le dimissioni. PD e Movimento 5 Stelle lavorano a un Conte-ter, ma il problema sarà lo stesso di questi giorni, ovvero come ampliare la maggioranza raccattando voti al Senato. La speranza di Nicola Zingaretti e Luigi Di Maio sarebbe che la formalizzazione della crisi spinga i senatori centristi più indecisi a compiere un passo in avanti, attratti dalla prospettiva di essere “ricompensati” con cariche di ministri e sottosegretari, oltre che dall’evitare le elezioni anticipate. Basterà? La figura del premier non appare più inamovibile, in quanto divenuta troppo divisiva. Dall’estate in poi, troppi gli errori di comunicazione e nella gestione fattiva della crisi sanitaria ed economica commessi. La sua popolarità è in picchiata, per cui la sua sostituzione non sembra più anatema.

Ma il Movimento 5 Stelle resisterebbe a un cambio di premiership? E lo stesso Conte non sarebbe attratto dalla prospettiva di mettersi a capo di una propria lista, che i sondaggi darebbero a doppia cifra, di fatto dandosi un futuro politico anche nel caso di sconfitta alle prossime elezioni? Dal canto suo, Matteo Renzi vorrà davvero andare a nuove elezioni o opterà per fare il “puparo” di un terzo esecutivo in questa legislatura? Molti interrogativi, che dovranno trovare risposte in tempi brevissimi, forse entro la settimana. Con una pandemia da gestire nel pieno di un rallentamento delle vaccinazioni e di una crisi economica che sta prolungandosi per via dei “lockdown”, il presidente Sergio Mattarella probabilmente avvierebbe consultazioni flash dal giorno successivo alle dimissioni per assegnare l’incarico allo stesso Conte o a chi dovesse sostituirlo entro sabato-domenica. E un Conte-ter o un governo di unità nazionale nascerebbero esclusivamente sulla base di numeri solidi, cioè del coinvolgimento stabile di parte delle opposizioni, non di qualche semplice transfuga.

Non possiamo permetterci settimane di nave senza nocchiero e il fattore tempo rema contro i piani del premier. A complicare la sua permanenza a Palazzo Chigi vi sarà proprio la difesa d’ufficio di Bonafede, in quanto allenterà ulteriormente il rapporto tra Conte e il campo centrista. Il giustizialismo grillino resta la discriminante ostativa all’ampliamento della maggioranza al Gruppo Misto e Forza Italia, solo per citare due gruppi parlamentari. E gli “azzurri” di Silvio Berlusconi sono consapevoli che abbracciare un governo con PD e M5S senza Lega e Fratelli d’Italia equivarrebbe a decretare la loro morte politica. D’altro canto, nel caso di un governissimo con tutti dentro sarebbe alta la tentazione di almeno un gruppo (M5S o FDI) di restarne fuori per capitalizzare il consenso tra gli elettori contrari a un simile scenario. Quando si apre una crisi, non si sa mai come vada a finire.

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