Le conigliette di Playboy piangono Hugh Hefner, fondatore della rivista che sfidò il politically correct

Muore a 91 anni il fondatore di Playboy, simbolo di un'America che si liberò dal puritanesimo, ma che finì nel mirino proprio dei progressisti. Ma Hugh Hefner fu anche un sostenitore dei diritti civili.

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Muore a 91 anni il fondatore di Playboy, simbolo di un'America che si liberò dal puritanesimo, ma che finì nel mirino proprio dei progressisti. Ma Hugh Hefner fu anche un sostenitore dei diritti civili.

Hugh Hefner se n’è andato all’età di 91 anni. Era nato nell’aprile del 1926 a Chicago, figlio di un contabile e di un’insegnante, entrambi cresciuti con un’educazione molto puritana. “Erano persone perbene”, dirà l’uomo nel 2011, “ma a casa mai non c’erano né baci, né abbracci, erano molto repressi”. Il fondatore di Playboy resterà nella storia americana, e non solo, come una figura rivoluzionaria, per quanto spesso ridotta a macchietta da buona parte della stampa.

Era il 1944, quando divenne corrispondente militare subito dopo il liceo, avvicinandosi così al mondo della scrittura. Sentì subito il bisogno di creare qualcosa di diverso, una rivista in cui si potesse parlare anche di esso, sfidando i costumi del tempo. E fu così che nel dicembre del 1953, mettendoci appena 600 dollari propri e raccogliendo 10.000 dollari tra gli investitori, fondò Playboy, che uscì senza numero, perché il rischio che fosse un flop era altissimo.

Non fu così. Le copie vendute si attestarono a 50.000 e forse a spingerle contribuì molto la copertina, un’immagine di nudo di Marilyn Monroe, che l’attrice aveva utilizzato già per un calendario. Da lì, inizia il successo di Hefner, che toccò l’apice negli anni Settanta, quando le copie vendute arrivarono a ben 7 milioni.

La parabola di Playboy

La sua carriera non fu tutta rose e fiori. Nel 1963 venne arrestato con l’accusa di avere violato le regole del buon costume con la sua rivista. Le famose “conigliette” di Playboy, giovani donne di grande bellezza che apparivano in copertina e tra un articolo e l’altro, scandalizzarono l’America puritana, ma allo stesso tempo divennero il simbolo di un’era di liberazione sessuale, in cui l’intimità non era più un tabù. Ma guai a pensare che Playboy fosse una rivista di puro sesso. Hefner auspicava di voler essere ricordato per avere migliorato la società, sosteneva che essa avesse bisogno di parlare in pubblico del sesso, in modo che questo fosse vissuto al meglio in privato. “Se non parliamo di sesso sui libri, sui giornali, … , non aiuteremo a renderlo un fatto più privato, ma semplicemente più nascosto”, dichiarò negli anni Settanta.

Lo stesso Hefner utilizzò la sua rivista per scrivere lunghi articoli, molti dei quali a sostegno dei diritti civili. Sì, perché l’uomo appoggiò la causa nei neri di Martin Luther King, un’intervista del quale fu pubblicata su Playboy, così come nel 1976 fece endorsement apertamente per la candidatura del democratico Jimmy Carter alla presidenza. Tra le altre interviste, anche quelle a Mohammed Alì e John Lennon. Il successo della sua attività fu tale, che il fondatore decise di farne un brand, creando anche programmi televisivi come “Playboy’s Penthouse” e “Playboy After Dark”, che ne lanciarono l’immagine anche come uomo di intrattenimento.

E, tuttavia, come per una sorta di rovesciamento delle parti, furono proprio gli ambienti progressisti a detestarlo negli ultimi decenni, dopo avere visto in lui una sorta di riferimento per la contestazione della società tradizionale.  Dagli anni Settanta, infatti, Hefner è stato al centro di invettive da parte del mondo femminista, anche perché l’uomo non fece mai nulla per accattivarsene le simpatie. Delle donne, ad esempio, diceva che “nel senso buono del termine, sono oggetto del desiderio” degli uomini. E di conigliette ne sposò diverse, l’ultima nel 2012 all’età di 86 anni, quando si unì in matrimonio a Crystal Harris, 60 anni più giovane.

Nudo ritirato e tornato sulle copertine di Playboy

Negli anni Sessanta aprì in America il primo Playboy Club a Chicago. Ne seguirono altri, ma per loro arrivò la chiusura negli anni Ottanta, quando i costi divennero insostenibili. Gli affari hanno iniziato a declinare dalla fine degli anni Ottanta, quando l’uomo fu colpito da un infarto, che temporaneamente lo impedì persino della parola, ma dal quale si riprese successivamente in pieno, anche se nel 1985 si dimise da ceo della società che guidava, lasciandone la gestione alla figlia. Per sua stessa ammissione, arrivava a bere fino a 36 bottiglie di Pepsi al giorno.

E tra femminismo rampante e l’era di internet, con quest’ultima ad avere reso anche le immagini considerate un tempo spregiudicate quisquilie dinnanzi alla pornografia disponibile in rete, le copie vendute sono letteralmente crollate a 800.000 per numero nel 2015, tanto che nel 2013, Playboy scioccava i suoi lettori, annunciando che non avrebbe più pubblicato immagini di nudo femminile. Decisione, che fu revocata lo scorso anno, definita dalla stessa società “un errore”. (Leggi anche: Playboy, torna il nudo in copertina, Twitter festeggia con #NakedIsNormal)

E sempre l’anno scorso, Hefner vendeva la sua Playboy Mansion, l’abitazione di Los Angeles, nota per le sontuose feste che l’uomo organizzava sin dagli anni Settanta e alle quali partecipavano tantissime belle e giovani donne. Il prezzo di cessione è stato di 100 milioni di dollari, la metà di quanto inizialmente richiesto, ma pur sempre il più alto mai spuntato nella capitale californiana.

 

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