Clausole di salvaguardia un cappio al collo dei contribuenti italiani

Le clausole di salvaguardia sono una spada di Damocle, che pende sul futuro dell'economia italiana. Come contribuenti siamo esposti alle incertezze generate dai passati governi, Rezi in testa.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Le clausole di salvaguardia sono una spada di Damocle, che pende sul futuro dell'economia italiana. Come contribuenti siamo esposti alle incertezze generate dai passati governi, Rezi in testa.

Italia in balia delle clausole di salvaguardia, un meccanismo di apparente tutela dei conti pubblici nazionali, che fu introdotto nel 2011 dall’allora governo Berlusconi, il quale si era impegnato con la Commissione europea a reperire entro il 30 settembre dell’anno successivo ben 20 miliardi di euro per tagliare il deficit. In assenza di risorse rinvenute nell’ammontare previsto, allora era stato concordato un taglio automatico alle agevolazioni fiscali. L’intento dell’allora ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, consisteva nel rassicurare i partner europei sulla tenuta dei nostri conti pubblici (eravamo appena entrati nel terribile biennio della crisi del debito sovrano), nonché gli stessi mercati. Per come andarono le cose, non si può dire che la sfida fu vinta, se è vero che proprio il capo di quell’esecutivo, Silvio Berlusconi, fu costretto alle dimissioni da una furente impennata della spread.

Da allora, però, la tattica di utilizzare le clausole di salvaguardia si trasmise di governo in governo. Essa ha fatto comodo a ogni inquilino di Palazzo Chigi, da Mario Monti a Matteo Renzi, in quanto ha consentito loro di guadagnare tempo, impegnandosi ad alzare automaticamente le imposte indirette, nel caso non fossero riusciti a reperire l’ammontare desiderato delle risorse richieste dalla UE per abbattere il disavanzo fiscale. (Leggi anche: Clausole di salvaguardia addio? Servono 20 mld)

Il fallimento delle clausole di salvaguardia

Ora, in una logica puramente di scommessa sul tempo, le clausole di salvaguardia potrebbero persino incentivare un governo a fare bene. Nessun premier vorrebbe vedersi costretto a tagliare detrazioni fiscali o ad aumentare automaticamente le tasse, perché è evidente che tali misure sarebbero impopolari. Impegnarsi a trovare tot miliardi entro la data X, quindi, al fine di evitare di fare scattare aumenti delle aliquote indesiderati è apparsa ad oggi, in teoria, la soluzione più congeniale per mostrarsi credibili in Europa e sui mercati.

La storia di questi anni, però, ci dice che le clausole di salvaguardia hanno miseramente fallito. Lo stesso Monti, che pure fece dell’austerità fiscale una missione “salvifica”, non riuscì a trovare 20 miliardi in pochi mesi e finì con aumentare l’aliquota IVA più alta dal 20% al 21%, evitando di intaccare le detrazioni fiscali. L’anno seguente toccò al governo Letta fare scattare un secondo aumento dell’IVA massima al 22%, non essendo stato in grado, anch’esso in pochi mesi dal suo insediamento, a trovare i 4,5 miliardi mancanti per fare quadrare i conti pubblici rispetto agli impegni del predecessore con Bruxelles.

Il triennio sprecato da Renzi

Da quel momento in poi ci siamo illusi, invece, che la storia delle clausole di salvaguardia fosse alle spalle. Nel triennio 2014-2016, infatti, il governo Renzi è sì riuscito ad evitare che scattassero, ma non adempiendo agli impegni che Roma stessa si era assunta in sede europea, bensì usufruendo della cosiddetta “flessibilità” fiscale per qualcosa come 19 miliardi in tutto. Soldi, per essere chiari, che il precedente esecutivo ha utilizzato per alzare il deficit al di sopra dei limiti concordati, ma senza nel frattempo porre in essere alcuna misura per contenerlo nel futuro.

E siamo arrivati alla legge di Bilancio 2018, quella che il governo Gentiloni o chi per lui, nel caso di crisi politica e/o di elezioni anticipate, dovrà mettere mano entro la metà di ottobre. Si annunciano dolori: 19,6 miliardi da trovare per tagliare il deficit all’1,2% del pil, quando ancora esso viaggia su valori doppi. Se non ci riusciremo, una scure si abbatterà automaticamente sui contribuenti italiani, i quali pagherebbero l’IVA massima dal 22% attuale al 25%, quella intermedia essenzialmente sui beni alimentari e farmaci dal 10% al 13%. (Leggi anche: Se Gentiloni dovrà fare il lavoro sporco)

Rischiamo una recessione con le clausole di salvaguardia

Aldilà dell’ovvia impopolarità contro cui s’imbatterebbe il governo a pochi mesi dalle elezioni (sempre che voteremo a scadenza naturale della legislatura), una stangata di questa portata sarebbe devastante per i nostri consumi interni, che già senza di essa vengono previsti quasi stagnanti nel biennio in corso. L’economia italiana rischia, quindi, una vera e propria recessione, mentre il clima politico potrebbe intorbidirsi a un punto di non ritorno. (Leggi anche: Consumi famiglie italiane attesi deboli)

Ragionevolezza vorrebbe che Bruxelles e Roma s’incontrassero a metà strada: meno tagli da attuare e tolleranza di un rapporto deficit/pil più elevato (1,7-1,8%?). Il guaio è che l’Italia non si presenterebbe credibile al piano delle trattative con i commissari, perché ha già goduto di tre anni di flessibilità, senza che si siano percepiti i risultati positivi in termini di crescita economica da un lato e di risanamento dei conti pubblici dall’altro.

Italia poco credibile sul deficit

L’eredità pesante dei bonus dell’era Renzi sarà un macigno nella strada da percorrere per evitare lo scenario più cupo, anche perché sembra poco verosimile che nell’anno seguente, il nuovo governo sia in grado di trovare i denari mancanti per adempiere agli impegni assunti.

Poniamo, ad esempio, che ci venisse consentito anche solo di dovere disinnescare clausole di salvaguardia per 10 miliardi. L’Italia dovrebbe rimandare al prossimo anno il compito di trovare i restanti 10 miliardi. Ora, se dibattiamo da due mesi e mezzo sui 3,4 miliardi sollecitati dalla UE per tagliare dello 0,2% il rapporto deficit/pil, come speriamo di essere in grado anche solo di trovare risorse per la metà di quelle ad oggi richieste con le clausole di salvaguardia, le quali ammonterebbero, in ogni caso, a tre volte tanto?

E nel 2018, quando al governo potrebbe esserci una fragile maggioranza filo-UE o una maggioranza euro-scettica, come si troverebbero i restanti 10 miliardi? La Commissione europea quasi certamente non darà credito ai nostri impegni, per cui la trattativa sarà basata nella sostanza su considerazioni di opportunità politiche. E non è detto che sia un bene per l’Italia, perché anche su quel piano abbiamo dimostrato di non essere affidabili, come dimostra il fatto che il molto probabile segretario prossimo del PD, Matteo Renzi, dopo avere calciato per anni il barattolo sul marciapiedi, adesso si stia intestando una battaglia contro le sue stesse clausole di salvaguardia. E pensare che i “populisti” al governo ancora non ci siano nemmeno arrivati. (Leggi anche: Flessibilità infinita per Renzi deriva da due grandi errori di Draghi)

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Argomenti: austerità fiscale, clausole di salvaguardia, Crisi economica Italia, Debito pubblico italiano, Economia Italia, Governo Renzi

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