Le cifre della crisi in arrivo nell’Eurozona e lo spettro di un nuovo 2014, ma con poche armi

La crisi dell'Eurozona sembra vicina, anche se al momento non saremmo prossimi alla recessione. Siamo in condizioni non dissimili di quelle del 2014, con l'unica differenza della BCE.

di , pubblicato il
La crisi dell'Eurozona sembra vicina, anche se al momento non saremmo prossimi alla recessione. Siamo in condizioni non dissimili di quelle del 2014, con l'unica differenza della BCE.

Arrivano sempre più dati deludenti sulla performance economica nell’Eurozona, i quali fanno temere, se non un’imminente recessione, almeno l’arrivo di un forte rallentamento, ossia di una fase stagnante per il pil. Ha fatto impressione ieri, in particolare, scoprire che a dicembre l’attività economica in Francia si sia contratta, come segnalano il PMI composito, manifatturiero e dei servizi di IHS-Markit, attraverso le rilevazioni mensili. In tutti i tre casi, il dato è stato inferiore ai 50 punti, la soglia di demarcazione tra espansione e contrazione. Stando a questi risultati, spiega il capo-economista dell’istituto, Chris Williamson, l’economia francese nell’ultimo trimestre dell’anno dovrebbe crescere dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti, giù dal +0,4% registrato nel periodo luglio-settembre, quando aveva segnalato una promettente accelerazione, in controtendenza rispetto al resto dell’area. A pesare negativamente sono state certamente le proteste dei “gilet gialli” contro l’aumento programmato, poi sospeso, delle accise sul carburante. Il comparto retail avrebbe già accusato un crollo delle vendite per un miliardo di euro e a soffrire sarebbero anche il settore dei trasporti e quello legato al turismo, entrambi risentendo dei blocchi stradali e delle cancellazioni delle prenotazioni seguite alle immagini delle violenze andate in onda in tutto il mondo.

La crescita nell’Eurozona si sta spegnendo e i rischi deflattivi aumentano: BCE in allerta 

Resta da vedere quanto vi sia di temporaneo in questo rallentamento, quando a soffrire appare anche la Germania, il cui pil risulta contrattosi nel terzo trimestre già dello 0,2%, anche se sulla base dei dati su manifatturiero e servizi, che compongono oltre i due terzi dell’economia tedesca, nel quarto trimestre dovrebbe risalire dello 0,2%, sostanzialmente compensando il calo precedente e allontanando i timori di una recessione presso la prima economia europea. L’Italia, come sappiamo, ha segnato anch’essa un calo del pil dello 0,1% nel terzo trimestre e s’incamminerebbe verso il bis anche tra ottobre e dicembre.

Quanto all’Eurozona, sempre Williamson spiega che la crescita attesa sarebbe dello 0,2-0,3% per il trimestre in corso, lievemente migliore dello 0,2% del terzo trimestre, anche se bisogna considerare che queste sono le settimane dello shopping e delle vacanze natalizie, quando l’economia approfitta del clima festivo e tende a surriscaldarsi. Non sembra che stia accadendo esattamente questo. Per una lettura completa delle cifre sul rallentamento in corso, eccovi quelle relative a Eurozona, Francia e Germania.

Eurozona PMI servizi                51,4 da 53,4 (consensus 53,5) – minimo dal gennaio 2015

Eurozona PMI manifatturiero 51,4 da 51,8 (consensus 51,9) –  minimo da febbraio 2016

Eurozona PMI composite         51,3 da 52,7 (consensus 52,8) – minimo da novembre 2014

Francia PMI composite             49,3 da 54,2 (consensus 54)   –  minimo da novembre 2014

Francia PMI manifatturiero     49,6 da 50,7 (consensus 50,7) – minimo da ottobre 2016

Francia PMI servizi                    49,7 da 55,1 (consensus 54,8)   – minimo da marzo 2016

Germania PMI composite         52,2 da 52,3 (consensus 52,8)   – minimo da gennaio 2015

Germania PMI manifatturiero 51,5 da 51,8 (consensus 51,8)    – minimo da maggio 2016

Germania PMI servizi                52,5 da 53,3 (consensus 53,4)   – minimo da giugno 2018

L’Eurozona verso la recessione?

In definitiva, stiamo assistendo alla più debole crescita dalla fine del 2014, ossia da ben 4 anni a questa parte. I timori di recessione appaiono, quindi, abbastanza fondati. Allora, la congiuntura negativa fu combattuta dalla BCE a colpi di stimoli monetari. Ricordiamoci, ad esempio, che nel maggio del 2014 il governatore Mario Draghi annunciava che nei mesi successivi avrebbe reso ben più accomodante la politica monetaria e da settembre iniziava a tagliare i tassi, portandoli sottozero per i depositi overnight. Nel gennaio 2015, poi, varava il “quantitative easing” per la potenza di 80 miliardi di euro mensili, iniziando a rastrellare bond sul mercato dell’area sin dal marzo seguente.

I bassi tassi, combinati con il crollo delle quotazioni del petrolio iniziato verso la metà del 2014 e con brusca accelerazione verso la fine di quell’anno, crearono un mix positivo per l’economia, indebolendo nel frattempo anche il cambio euro-dollaro, passato da quasi 1,40 dell’8 maggio – data della riunione BCE della svolta – a un minimo prossimo alla parità di inizio 2017. Rispetto ad allora, le condizioni di fondo sono parzialmente mutate: il petrolio è crollato del 30% in due mesi, scendendo a 60 dollari al barile, mentre il cambio euro-dollaro ha perso il 10% dai massimi dell’anno, portandosi in area 1,13. E i tassi? Rimarranno azzerati almeno fino all’estate prossima, stando all’ultimo board della BCE di giovedì scorso, per cui la politica monetaria appare certamente più espansiva del 2014. Tuttavia, mentre allora le aspettative del mercato erano per un grado di accomodamento maggiore imminente, adesso scontano la fine del QE da un lato e un primo rialzo dei tassi tra il 2019 e il 2020.

Questo non significa chiaramente che la BCE sia avulsa dal contesto macroeconomico. Così come quattro anni fa reagiva alle minacce di deflazione nell’Eurozona, spolverando l’artiglieria pesante, nei prossimi mesi farebbe lo stesso, qualora il rallentamento dell’economia si traducesse anche in un pericoloso effetto depressivo sui prezzi. Il punto, come abbiamo sottolineato anche ieri con un articolo sulle possibili mosse di Francoforte, è che già le armi potenti sono state utilizzate in battaglia contro la bassa inflazione, per cui bisognerà sorprendere il “nemico” con qualcosa di più spettacolare per ottenere l’effetto “wow” di stimolo per l’economia e, di riflesso, dei prezzi. Anche perché, se condizioni di fondo così ottimali in questi anni hanno esitato una crescita nell’area a dir poco insoddisfacente, cosa mai aspettarsi venendo meno anche solo uno degli elementi favorevoli?

Fine del “quantitative easing” e previsioni macro più deboli: l’incoerenza solo apparente della BCE di Draghi 

[email protected]

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: ,