Le borse ricattano Yellen e Draghi, chiedono ancora più droga monetaria

Il crollo delle principali borse mondiali è una forma di ricatto del mercato contro le banche centrali, al fine di ottenere nuovi stimoli monetari, che non bastano mai a sfamare la fame di liquidità a costo zero dei grossi investitori.

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Il crollo delle principali borse mondiali è una forma di ricatto del mercato contro le banche centrali, al fine di ottenere nuovi stimoli monetari, che non bastano mai a sfamare la fame di liquidità a costo zero dei grossi investitori.

Dall’inizio dell’anno fino a ieri, Piazza Affari ha perso 140 miliardi di euro, quasi un quarto dell’intera capitalizzazione all’1 gennaio delle nostre società quotate. L’Eurostoxx 600, che sintetizza l’andamento delle principali società di 18 paesi europei, è sceso quest’anno del 15,7%, mentre la stessa Wall Street ha ceduto oltre l’8%. Che cosa sta succedendo? Per capirlo, dobbiamo fare un passo indietro al mese di dicembre.

Allora, furono 3 gli appuntamenti ad avere concentrato l’attenzione dei media e dei mercati: il 3 dicembre, la BCE annunciava nell’ultima riunione dell’anno il potenziamento degli stimoli monetari, il famoso “quantitative easing” veniva prorogato di 6 mesi al marzo del 2017, i tassi sui depositi overnight delle banche tagliati di altri 10 punti base al -0,30% e il governatore Mario Draghi rendeva noto che i titoli acquistati saranno reinvestiti alla scadenza, amplificando nel tempo il beneficio del programma; il giorno seguente, l’OPEC si riuniva, senza trovare alcun accordo per tagliare la produzione di petrolio e arrestare così la discesa delle quotazioni, anzi eliminando per la prima volta da decenni qualsiasi riferimento al target sull’output; il 16, la Federal Reserve alzava di appena lo 0,25% i tassi USA per la prima volta dal 2006, dando vita alla stretta monetaria, dopo 7 anni di tassi zero e liquidità facile e abbondante. Tutti e 3 gli appuntamenti hanno indispettito il mercato, che si attendeva un potenziamento degli stimoli BCE maggiore di quello annunciato, un qualche indizio su un possibile taglio della produzione del petrolio da parte del cartello e auspicava un ennesimo rinvio della stretta americana. In altri termini, gli investitori, sbronzi dopo anni di follia monetaria, hanno compreso che la festa stesse per finire e hanno sin da subito reagito vendendo titoli azionari e obbligazionari e riparandosi nei Treasuries, negli altri bond pubblici “core” dell’Eurozona e, in parte, anche acquistando oro, ossia puntando agli assets-rifugio.        

Mercato chiede nuovi stimoli, fondamentali c’entrano poco

Certo, vero è anche che il governatore Janet Yellen, tra tutte le precedenti occasioni avute per alzare i tassi, ha scelto proprio la data meno adatta, perché se a settembre c’erano già dubbi sull’opportunità di avviare la stretta nel bel mezzo di tensioni finanziarie globali legate alla Cina, a dicembre era una certezza che la mossa non avrebbe fatto bene forse alla stessa economia americana.

In sostanza, la “colpa” della Fed non è stata di avere alzato i tassi, ma di averlo fatto troppo tardi, quando i margini per una stretta appaiono obiettivamente minori che in passato. Il rallentamento della Cina e le avvisaglie di crisi presso altre economie emergenti hanno sì contribuito ad appesantire il clima sui mercati, ma i crolli di queste prime settimane del 2016 non sono spiegabili, se non in minima parte, con le preoccupazioni per l’andamento dell’economia globale, le cui condizioni restano sostanzialmente simili a quelle degli ultimi mesi del 2015. Sono sì preoccupanti, in alcuni aspetti, ma non dimentichiamoci che fino al 31 dicembre le principali borse del pianeta avevano chiuso in deciso rialzo rispetto all’inizio dell’anno. Dunque, le vendite non sono altro che un test, o meglio, chiamando le cose con il loro nome, un ricatto nei confronti di Yellen e Draghi, rei di non assecondare in tutto e per tutto i desiderata dei grandi investitori. Dismettendo ampi pacchetti azionari, specie sul comparto bancario europeo, i fondi segnalano alla Fed e alla BCE (discorso molto simile per la Bank of Japan in Giappone) di essere intenzionati a tornare agli acquisti solo con nuove dosi di accomodamento monetario. Alla prima si chiede uno stop alla stretta o persino un ritorno sui suoi passi, magari riazzerando i tassi e varando un quarto QE; alla seconda un aumento degli acquisti mensili di titoli di stato, in particolare, dai 60 miliardi attuali a non meno di 70-80 miliardi, oltre che un nuovo taglio dei tassi overnight.        

La reazione di Draghi e Yellen

Il vero punto di domanda è: i governatori centrali cederanno? Ne avremo un indizio oggi, quando la Yellen testimonierà al Congresso americano sulla politica monetaria.

Il mercato si aspetta un discorso “dovish”, che segnali un arresto del ciclo restrittivo appena avviato. D’altronde, è proprio esso stato a darle l’alibi con i pesanti ribassi di queste settimane dei titoli in borsa. Draghi ha esternato più volte, partendo dalla riunione di gennaio, l’intenzione di potenziare il QE a marzo. Anche in questo caso, la scusa si chiama “bassa inflazione” e il crollo delle quotazioni del greggio a 30 dollari al barile (-40% dal board di dicembre) lascia intravedere proprio che la crescita dei prezzi potrebbe azzerarsi o anche diventare negativa nell’Eurozona per i prossimi mesi. Dunque, bisogna agire in difesa della loro stabilità. Ufficialmente, Francoforte smentisce seccamente di seguire il mercato, nei fatti le cose appaiono diversamente. E possiamo scommettere che anche il governatore nipponico Haruhiko Kuroda dovrà rassegnarsi a varare nuovi stimoli. L’era dei tassi zero, quindi, non giungerà presto a termine, ma durerà a lungo per ammissione dello stesso Draghi. Il guaio è che tutto ciò non starebbe avendo un effetto concreto sulla crescita dell’economia e, anzi, inizia a colpire seriamente i margini delle banche, che sono strette tra la necessità di impiegare in un qualche modo la loro liquidità, evitando di parcheggiarla presso la banca centrale (dove i tassi negativi rappresentano un costo), e quella di minimizzare le esposizioni verso la clientela, il cui livello di crediti a rischio è più alto che nel periodo pre-crisi.        

BCE e Fed cederanno

Ma se a marzo, Fed e BCE non dessero ascolto al mercato, alzando ancora i tassi la prima (o esternando un linguaggio “hawkish”) e non potenziando il QE la seconda, la reazione degli investitori sarà furente. La pressione sarebbe particolarmente alta su Francoforte, dato che già oggi il cambio euro-dollaro è salito ai massimi da ottobre, guadagnando più del 6% dalla riunione di dicembre, quando Draghi sperava in una reazione di segno opposto degli investitori. Una moneta unica più forte allontana ulteriormente il target d’inflazione, perché riduce il costo dei beni importati, in particolare, proprio del petrolio, che si acquista in dollari.

Per questo, aspettiamoci una Yellen abbastanza sensibile alle richieste di stop della stretta e un Draghi ultra-accomodante e che prima o poi scenderà ancora più esplicitamente in difesa dei titoli di stato dell’Eurozona. Tutto ciò avrà poco a che fare con gli obiettivi ufficiali, ma sarà frutto della paura di essere oggetto di un attacco finanziario, le cui conseguenze sulle claudicanti economie dell’Eurozona da una parte e sulla ripresa degli USA dall’altra sarebbero devastanti, specie per la sopravvivenza dell’unione monetaria.    

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