Le banche italiane sono stracolme di BOT e BTP

Gli istituti nostrani sono stracolmi di titoli di stato italiani, apparentemente sicuri e remunerativi. Ma se la crisi politica precipita si rischia seriamente il crac

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Gli istituti nostrani sono stracolmi di titoli di stato italiani, apparentemente sicuri e remunerativi. Ma se la crisi politica precipita si rischia seriamente il crac

Spread Btp-Bund stabilmente sopra i 300 punti base per la scadenza decennale. Sembra tanto, ma se si considera che siamo in pieno stallo politico-istituzionale da un mese e mezzo, forse in pochi ottimisti avrebbero sperato tanta grazia da parte dei mercati. Ma le banche italiane continuano a fare incetta di BOT e BTP. Alla fine di febbraio, secondo la rilevazione della Banca d’Italia, risultavano in pancia agli istituti di casa nostra 351,6 miliardi di euro, il record storico dal 1998, anno di inizio della serie.  

Esposizione banche italiane titoli di stato:  siamo al 22% del Pil

E nonostante il clima pre – e post-elettorale, rispetto a gennaio si è registrato un aumento dai 350,77 miliardi detenuti a gennaio. Si tratta qualcosa come il 22% del pil o circa un quinto dell’intero debito pubblico italiano quotato sul mercato. Apparentemente, gli istituti troverebbero conveniente acquistare titoli sicuri, con rendimenti ben più alti dei bond pubblici e spesso privati del Nord Europa. Ma, appunto, si tratta di apparenza. Perché molto dipende dall’evoluzione della crisi politica ed economica dell’Italia. Se non ci dovesse essere nelle prossime settimane una prospettiva chiara di governo a Roma, il rischio è che i mercati, ad oggi così benevoli con il Bel Paese, potrebbero tornare a speculare al ribasso contro i nostri titoli pubblici e privati, facendo impennare i rendimenti di BoT e BTp, in contemporanea al loro crollo di valore sul mercato secondario. titoli di stato E poiché nell’ottobre del 2011 fu assunta dall’allora coppia Merkel-Sarkozy la decisione sciagurata di valutare i titoli di stato italiani in pancia alle banche ai prezzi di mercato, ai fini di bilancio, tale svalutazione equivarrebbe a un guaio di tipo patrimoniale per gli istituti colmi di bond pubblici italiani. Dovrebbero riportare temporanee minusvalenze a bilancio, con la conseguenza che molti di loro sarebbero costretti a ricapitalizzarsi ancora una volta, per non incappare nella bocciatura delle agenzie di rating e nel cartellino rosso dell’Eba, che tra l’altro ha imposto un Core Tier1 (grosso modo, il rapporto tra attivi e impieghi) minimo del 9%.  

Aumentano lo sofferenze bancarie in Italia

Fabbisogno di capitale per le banche italiane e meno crediti a famiglie e imprese. Questo sarebbe lo scenario prossimo, ossia un’amplificazione di quanto accade già da circa un anno e mezzo. I dati di Via Nazionale sono chiari. A febbraio, gli impieghi delle banche in favore del settore privato sono diminuiti dell’1,3% su base annua (-0,7% verso le famiglie e -2,6% verso le società non finanziarie). A ciò si aggiunge un aumento delle sofferenze lorde, balzate al 18,6% dal 17,5% del mese precedente. E nonostante una lieve diminuzione dei tassi praticati alle società non finanziarie (dal 3,1% al 2,9% per prestiti sopra il milione di euro e dal 4,39% al 4,38% per cifre inferiori al milione), i tassi crescono, invece, per le famiglie. Per un mutuo, il tasso medio praticato è del 3,94% (3,92% a gennaio), mentre per una finanziaria è del 9,78% (9,59% a gennaio). Al contrario, scende dall’1,17% all’1,15% il tasso medio in favore dei depositanti. Insomma, meno prestiti e generalmente a tassi superiori. Ma allora che fine hanno fatto gli oltre 250 miliardi che le banche italiane hanno ottenuto tra la fine di dicembre del 2011 e la fine di febbraio del 2012 con le due aste Ltro della BCE? Semplice. Sono andati ad abbellire i bilanci e a ricapitalizzare gli istituti. Per il resto, hanno alimentato proprio la domanda di titoli di stato italiani, acquistati a rendimenti alti, a fronte di tassi di solo l’1% praticati dalla BCE, A loro volta, BoT e BTp svolgono una funzione di garanzia verso Francoforte. Le banche italiane possono accedere ai prestiti dell’Eurotower, ma in cambio devono mostrare titoli in garanzia, i bond pubblici, appunto. E senza che tale liquidità affluisca alle famiglie o alle imprese, perché da un lato le banche si guardano bene dal prestare denaro al settore privato travolto dalla crisi, dall’altro sono costrette a fare fronte a fabbisogni continui di capitali, a causa della sfiducia verso il sistema Paese.  

Rating Italia: il rischio downgrade è sempre alto

rating ItaliaIl peggio potrebbe arrivare proprio dalle agenzie di rating. Per quanto lo scenario possa sembrare estremo, esiste il rischio più che concreto che almeno una delle tre sorelle (S&P, Moody’s e Fitch) declassi il nostro debito sovrano a un livello “non investment grade”, cioè a “junk” o “spazzatura”. Potrebbe essere il caso di Moody’s, che assegna all’Italia un giudizio di Baa2, appena due “notch” o gradini sopra il livello “spazzatura”, mentre gira voce che essa sia già pronta a un nuovo “downgrade”, che farebbe precipitare i nostri titoli di stato a un giudizio molto prossimo a quello degli appestati (Rating Italia verso il downgrade? Ecco i segnali di Moody’s). In tale situazione, la BCE non potrebbe più ricevere BoT e BTp in garanzia (ma il livello “spazzatura” dovrebbe essere un giudizio generalizzato delle quattro agenzie di riferimento per Francoforte) e le banche italiane sarebbero danneggiate tre volte: la prima, non potendo più ricevere liquidità diretta da Francoforte; la seconda, trovandosi con un capitale travolto dalle svalutazioni sul mercato dei BoT e BTp in pancia; la terza, dovendo pagare a carissimo prezzo il ricorso ad eventuali emissioni obbligazionarie per rifinanziarsi. Sarebbe l’apocalisse della finanza e delle banche e in men che non si dica si trasmetterebbe all’economia reale già asfissiata da cinque anni di crisi infinita.

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Argomenti: Economia Italia, sofferenze bancarie, Spread