'Le banche italiane sono solide? Ecco il possibile "buco" da 40 miliardi

Le banche italiane sono solide? Ecco il possibile “buco” da 40 miliardi

Sulle banche italiane penderebbe un potenziale "buco" di 40 miliardi di euro, dovuto al boom delle sofferenze. I crediti deteriorati ammontano ormai al 23% del totale degli impieghi verso l'economia reale.

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Sulle banche italiane penderebbe un potenziale

L’altro ieri, alla conferenza stampa di fine anno, il premier Matteo Renzi ha dichiarato che non scambierebbe il sistema bancario italiano con quello tedesco “nemmeno dietro pagamento”. Qualche giorno prima aveva notato come Intesa-Sanpaolo valga circa il doppio di quello che viene considerato un colosso bancario, Deutsche Bank. Insomma, da qualche tempo è tornata la sfida tra Italia e Germania, che si gioca tutta sulle banche e sul loro grado di solidità. Con il decreto “salva-banche”, che ha evitato il crac di Banca Etruria, Carife, Banca Marche e CariChieti, il governo ha dato vita a una cosiddetta “bad bank”, alla quale sono state caricate le sofferenze dei 4 istituti, pari a complessivi 8,5 miliardi, ma svalutati al 17,6% del loro valore, cioè a 1,5 miliardi. La svalutazione è stata abbastanza netta, se si considera che mediamente le sofferenze bancarie in Italia sono state ridotte nei bilanci al 40% del loro valore. La distanza tra l’intervento del governo e quello delle banche sui crediti a rischio è abissale e non giocherebbe a favore della tesi sulla presunta solidità del nostro sistema bancario. Infatti, o il governo ha svalutato quei crediti in misura eccessiva, oppure la valutazione è stata corretta, ma a questo punto si apre un interrogativo: la qualità dei crediti appioppati alla “bad bank” è inferiore a quella media dei restanti crediti dubbi delle altre banche? Se sì, si spiegherebbe il gap, altrimenti si avrebbe una conferma indiretta delle difficoltà a cui andranno incontro nei prossimi trimestri i bilanci dei nostri istituti.        

Sofferenze italiane al top in Europa

Che il governo abbia potuto svalutare i crediti in percentuale non lontana dal probabile valore di mercato lo indicherebbe anche il mancato decollo del mercato delle sofferenze.

In pratica, le banche hanno in pancia crediti a rischio per 204 miliardi, che salgono a 348 miliardi, se si tiene conto anche degli incagli (127 miliardi) e dei crediti scaduti (17 miliardi). A questo punto, apriamo una parentesi: la Banca d’Italia considera crediti sofferenti quelli che le banche vantano nei confronti di soggetti in stato di insolvenza o in condizioni simili. Un prestito concesso a un’impresa successivamente fallita, ad esempio, sarebbe una sofferenza. Gli incagli, invece, sono prestiti erogati a soggetti in difficoltà, ma considerati recuperabili. I crediti scaduti sono quelli non rimborsati alla scadenza, ma che si presume possano esserlo a breve. Rispetto al totale dei finanziamenti alle imprese e alle famiglie (1.532 miliardi al 30 giugno 2015), i crediti deteriorati ammontano al 22,8%. Considerando anche gli oltre 400 miliardi di titoli di stato tricolori in pancia agli istituti nostrani, tale percentuale si attesterebbe al 17% degli impieghi, la quarta più alta in Europa. Qui, si passa dallo 0% della Finlandia al 2% di Germania e Regno Unito, mentre il top si ha a Cipro, dove è a rischio il 46% dei crediti; seguono Grecia (34%) e Irlanda (19%).        

Rischio “buco” da 40 miliardi

Certo, si consideri che i bilanci bancari tedeschi, ad esempio, sono stati ripuliti grazie ai salvataggi pubblici per complessivi 240 miliardi di euro, mentre il costo complessivo sostenuto dal governo di Londra per mettere in salvo il suo sconquassato sistema bancario ha superato i 1.100 miliardi di euro. L’Italia, invece, ha messo a disposizione solamente 4 miliardi di prestiti per MPS (restituiti a caro prezzo, anche se in parte il Tesoro si è soddisfatto entrando nel capitale) e i 3,6 miliardi di queste settimane per le 4 banche suddette. Ora, a fronte degli oltre 200 miliardi di sofferenze, le banche italiane quest’anno avrebbero ceduto sul mercato non oltre 15 miliardi. Come mai così poco? La difficoltà si spiega con la divergenza tra la valutazione che gli investitori assegnano ai crediti sofferenti e quella effettuata dagli istituti. E’ evidente che chi acquista da una banca un credito a rischio spinga per pagarlo il meno possibile, al fine di realizzare il massimo profitto, quando lo riscuoterà in tutto o in parte.

Tuttavia, è improbabile che domanda e offerta non s’incontrino per così lungo tempo. Ciò accade, appunto, quando i prezzi non riescono a soddisfare entrambi i lati del mercato. E, in effetti, alle banche italiane converrebbe sbarazzarsi di crediti in gran parte ormai perduti, ma se lo facessero ai prezzi richiesti dal mercato, dovrebbero iscrivere a bilancio ulteriori perdite, che metterebbero a rischio il loro grado di capitalizzazione minimo richiesto per gli standard europei, dovendo colmare il gap con tagli dei costi, accantonamenti degli utili e nuove ricapitalizzazioni. Se dovessero svalutare le sofferenze al 20% del loro valore nominale, ossia il prezzo richiesto attualmente dal mercato per accollarsi tali crediti, dovrebbero iscrivere a bilancio perdite per complessivi 40 miliardi, tenendo conto della loro valutazione media intorno al 40%.      

Bocciata l’ipotesi di bad bank

Dunque, a tanto ammonterebbe il potenziale “buco” nei bilanci delle banche italiane. Da qui la battaglia tra Roma e Bruxelles su una “bad bank” partecipata dallo stato. A differenza del passato, adesso la Commissione europea non è più incline ad avallare operazioni di salvataggio a carico dei contribuenti. Il governo Renzi ha presentato una soluzione nei mesi scorsi, respinta dai commissari, secondo la quale il Tesoro istituirebbe un veicolo semi-pubblico, che si accollerebbe circa una sessantina di miliardi di sofferenze bancarie. Bruxelles ha replicato che, affinché tale soluzione possa essere praticabile, i crediti dovrebbero essere acquistati al valore presumibile di mercato. Ora, il punto è questo. Se lo stato li acquistasse a prezzi di mercato, l’intervento sarebbe inutile, in quanto già potrebbero farlo gli investitori privati. Il non detto di tale proposta sta proprio nella volontà del Tesoro di pagare alle banche un prezzo superiore a quello che il mercato offrirebbe loro per i crediti ceduti. In questo modo, gli istituti avrebbero parzialmente salvi i loro bilanci, dovendo iscrivervi una perdita minima, mentre sul contribuente ricadrebbe il peso della probabile iper-valutazione di questi crediti.

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