Le banche italiane saranno salvate con un commissariamento dell’Italia dalla UE

La "bad bank" all'italiana potrebbe essere presto istituita con l'avallo della UE. Ma chiediamoci come funzionerebbe e quale pegno dovrà pagare l'Italia per questa improvvisa "benevolenza" della Commissione europea e della BCE.

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Ieri, i titoli bancari italiani sono esplosi in borsa, recuperando parte delle perdite accusate nelle sedute precedenti. Il caso emblematico è quello di MPS, che dopo avere ceduto martedì ben il 22%, ieri balzava del 46% e anche oggi sta avanzando nelle contrattazioni a doppia cifra. Com’è possibile che gli investitori, terrificati dallo stato di salute del nostro sistema bancario fino all’altro ieri, adesso siano colti dall’euforia? La risposta si chiama “bad bank”. Ieri, sin dalla mattinata si respirava un’aria di ottimismo attorno alla soluzione prospettata dal nostro governo per smaltire parte delle sofferenze bancarie in Italia. Il commissario alla Concorrenza, Margrethe Vestager, si è espressa con toni più possibilisti dei giorni precedenti, parlando di “lavori in corso” con Roma e facendo intendere che una soluzione sarebbe vicina. Lo stesso Financial Times scriveva ieri che l’accordo tra Italia e Commissione europea sul punto sarebbe questioni di giorni (forse già nel fine settimana) o di qualche settimana, anche se avvertiva che in assenza di un’intesa a breve, si rischia di allontanare definitivamente una soluzione di compromesso per le nostre banche.        

Il ruolo della BCE

Ma se fino a lunedì il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, parlava di assenza di un interlocutore a Roma sui dossier più significativi, cos’è cambiato in questi giorni? Tra Roma e Bruxelles è pace fatta, come per dire “abbiamo scherzato”? La realtà che starebbe emergendo sarebbe diversa e più complessa. Ieri, il governatore della BCE, Mario Draghi, ha messo le ali alle borse europee e non solo, quando ha ipotizzato nuovi stimoli monetari a marzo per ravvivare l’inflazione nell’Eurozona, cogliendo i rischi al ribasso esistenti nel corso del 2016 e maggiori delle attese di dicembre.

Più liquidità significa per i mercati finanziari maggiore domanda potenziale per acquistare titoli azionari, obbligazionari, etc. Ma il boom dei titoli bancari italiani non è stato generato da questa considerazione generica, quanto dalla possibilità, paventata dal governatore, che a marzo possa essere esteso l’elenco dei titoli acquistabili.

BCE si accollerà parte delle sofferenze?

  In altri termini, a dicembre il “quantitative easing” non è stato potenziato come acquisti mensili, perché non ci sarebbero sufficienti bond governativi offerti sul mercato secondario. E allora, la soluzione individuata da Draghi e dal suo staff per incrementare ugualmente la liquidità sarebbe quella di acquistare titoli assimilabili ai bond pubblici. Cosa c’entra questo con le banche? Lo vediamo subito. La “bad bank”, com’era stata studiata dal governo Renzi e presentata alla Commissione all’Eurogruppo del 14 gennaio, non è passata, bocciata dai commissari, in quanto si sarebbe tradotta in un aiuto di stato. L’esecutivo puntava inizialmente ad assecondare la creazione di un veicolo partecipato anche dallo stato, che si accollasse parte delle sofferenze bancarie. Bruxelles aveva eccepito che, pagando agli istituti tali crediti a un prezzo superiore a quello di mercato, avrebbe di fatto aiutato i bilanci bancari, caricando l’onere sul contribuente. Da qui, il diverbio delle scorse settimane, che pare giungere al termine sul nuovo schema proposto dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan.      

Come funziona la garanzia pubblica

La bad bank funzionerebbe così: le banche cederebbero i crediti sofferenti a soggetti privati. Questi pagherebbero per il 20% del prezzo cash e il restante 80% attraverso l’emissione di bond, ossia di debito, cartolarizzando le sofferenze. Su questi bond, il cui rating deve essere almeno “investment grade”, quindi, non più basso di “BBB-“, potranno chiedere una garanzia allo stato, che la concederà ai prezzi di mercato e tramite aste competitive, in cambio di un interesse dell’1%. Grazie a questa garanzia pubblica, gli investitori istituzionali potranno acquistare tali bond a prezzi elevati, come se fossero in tutto e per tutto titoli di stato.

E proprio per questo, persino la BCE potrebbe rilevarli sul mercato, di fatto smaltendo indirettamente le sofferenze bancarie italiane, consentendo ai nostri istituti di sbarazzarsi con maggiore rapidità e a prezzi maggiori (minori perdite) dei crediti a rischio. Dunque, alla fine sarà la benevolenza della Commissione europea e della BCE a salvare il nostro sistema bancario? Se così stessero le cose, dovremmo ammettere di sì. A questo punto sorgono 2 domande: consentiranno le banche centrali del Centro-Nord Europa un’operazione potenzialmente rischiosa per Francoforte, quando la Bundesbank ha sinora avversato persino l’acquisto dei titoli di stato? E cosa vorrà in cambio la UE dall’Italia per averle tolto le castagne dal fuoco?    

La Bundesbank vorrà in cambio qualcosa

Sappiamo da tempo che la Bundesbank e il governo tedesco farebbero pressioni sulla BCE, affinché si dia vita a un’immediata separazione tra i bilanci bancari e quelli pubblici. Come? Ponendo limiti alla quantità di titoli di stato che ciascuna banca potrebbe acquistare, nonché imponendo agli istituti di accantonare un capitale minimo sui bond acquistati, al pari di quanto avviene oggi per qualsiasi altra forma di impiego. In pratica, dicono i tedeschi, i titoli di stato non dovranno più essere considerati a rischio zero, anche perché ciò distorce gli impieghi delle banche a discapito dell’economia reale. Chiaramente, il rischio sui bilanci sarebbe diversificato, a seconda del rating dell’emittente. Per intenderci, i BTp sarebbero certamente considerati più rischiosi dei Bund, per cui il loro acquisto sarebbe per le banche più costoso, dovendo accantonare più capitale. Diciamo questo, perché quello che nell’immediato potrebbe essere considerato un salvataggio mascherato delle nostre banche ad opera dell’Europa potrebbe tradursi in un baratto con il fronte del Nord, che avrebbe conseguenze dirompenti su banche e titoli di stato italiani. In cambio, infatti, dovremmo accettare di rifinanziare il nostro debito senza ricorrere in maniera così ingente alla domanda degli istituti tricolori e che i nostri titoli siano ufficialmente riconosciuti a maggiore rischio di quelli emessi dai paesi più solidi, come la Germania.

       

Addio a massima flessibilità sui conti pubblici

Questa sarebbe la contropartita da pagare alla BCE per evitare di naufragare in una crisi bancario-finanziaria disastrosa, che ci riporterebbe in piena recessione dalla sera alla mattina. Resta da soddisfare la Commissione, che se ha alzato la voce in questi giorni, non è certo per una reazione emotiva. Il suo avallo alla “bad bank” significherebbe con ogni probabilità la rinuncia alle dosi massime di flessibilità concesse all’Italia nei mesi scorsi. In pratica, Juncker chiuderà un occhio sul modo in cui le banche italiane saranno salvate a carico del contribuente (garanzia pubblica significherebbe esporre gli italiani alle perdite potenziali del sistema di recupero dei crediti sofferenti), ma in cambio pretenderà il massimo rispetto dei target fiscali concordati, compresa una discesa più veloce del rapporto tra debito e pil. Renzi non potrebbe dire di no, perché altrimenti s’imbatterebbe nella bufera delle banche, con la BCE a scoperchiare quel mondo opaco dei bilanci, dai quali potrebbero emergere sorprese ancora più spiacevoli di quelle sinora note. E ancora una volta Roma ci avrà messo del suo per rendere la situazione più pesante, tra un decreto “salva-banche” con valutazione eccessivamente bassa delle sofferenze (17,6% contro il 45% della media iscritta a bilancio dagli istituti italiani) e una gestione poco consona dei conti pubblici, che nonostante l’incipiente ripresa non migliorano.  

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