Le banche italiane hanno finanziato tutto il debito pubblico dell’ultimo anno, ecco i numeri

Le banche italiane hanno acquistato il 100% del debito pubblico netto emesso nell'ultimo anno, a beneficio dei conti dello stato, ma esponendo i propri a rischi maggiori. Tuttavia, i numeri non sembrano (ancora) allarmanti.

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Le banche italiane hanno acquistato il 100% del debito pubblico netto emesso nell'ultimo anno, a beneficio dei conti dello stato, ma esponendo i propri a rischi maggiori. Tuttavia, i numeri non sembrano (ancora) allarmanti.

Ah, se non ci fossero le banche italiane! Tanto vituperate per le note vicende degli ultimi anni, non amate dall’opinione pubblicata nemmeno prima della crisi, percepite troppo chiuse alle esigenze di credito del mercato. Eppure, hanno fatto miracoli proprio quando le cose avrebbero potuto mettersi di male in peggio per l’Italia. Prima della crisi dello spread del 2011, detenevano titoli di stato italiani intorno ai 175 miliardi di euro di controvalore, ma nell’estate del 2016 arrivarono all’apice di circa 430 miliardi.

Da allora e fino alla fine del 2017, gli istituti hanno alleggerito i loro portafogli, riducendo le esposizioni ai BTp a circa 340 miliardi. Si è trattato di approfittare del calo dello spread e di monetizzare la corsa dei prezzi avvenuta dal 2015, in particolare, cioè dall’avvio del “quantitative easing” della BCE e il contestuale azzeramento dei tassi nell’Eurozona.

Le banche italiane frenano la corsa dello spread

In realtà, esiste un patto non scritto tra banche italiane e governo di Roma: le prime acquistano più bond emessi dal secondo quando i rendimenti salgono repentinamente e rischiano di impattare sui conti pubblici. E così è avvenuto anche nell’ultimo anno, con acquisti aumentati di una cinquantina di miliardi di euro dall’aprile del 2018, ultimo mese prima della tempesta che ha scosso i BTp con la nascita del governo Conte. In pratica, equivale esattamente all’intero aumento del debito pubblico italiano al febbraio scorso. Nel frattempo, invece, gli investitori stranieri hanno venduto oltre 72 miliardi netti di bond sovrani italiani, facendone salire i rendimenti medi di circa lo 0,85% al mese scorso, stando ai dati del Rendistato della Banca d’Italia.

I numeri sui BTp delle banche italiane

Per le banche italiane, esposte in BTp per il 10,7% dei loro attivi (la percentuale più alta in Europa), l’aumento dei rendimenti, cioè il calo dei prezzi, comporta problemi di bilancio e contraccolpi anche sul capitale. Perché? I criteri contabili internazionali impongono che i titoli disponibili alla vendita debbano essere iscritti al “fair value”, cioè al loro valore di mercato.

E circa 225 miliardi di BTp nei bilanci bancari italiani risultano proprio “available for sale”. Ciò significa che le minusvalenze teoriche vanno segnalate ai fini del grado di patrimonializzazione (CET 1) e che nel caso di cessioni anticipate rispetto alla scadenza, le perdite potrebbero diventare effettive, se i bond erano stati acquistati a valori più alti.

In teoria, se la duration media dei BTp detenuti dalle banche italiane fosse di 6,4 anni, cioè quanto quella di tutta la massa negoziabile sul secondario, le perdite massime teoriche a loro carico ammonterebbero a una dozzina di miliardi, lo 0,3% degli attivi complessivi. Non sembra una percentuale da impensierire significativamente. E, in realtà, la buona notizia è che la duration media dei BTp in pancia alle banche italiane risulterebbe più che dimezzata, cioè i nostri istituti tipicamente acquisterebbero perlopiù titoli con durata media residua di 2-3 anni. Questo spiegherebbe perché ad essere rimasti più frenati siano stati proprio i rendimenti a medio-breve termine dallo scorso anno, con i biennali ad essere saliti da poco meno di zero allo 0,55-60% attuale e i triennali dallo zero all’1%.

Grazie a questi acquisti, le banche avrebbero mantenuto elevato e costante lo spread tra titoli a lungo e titoli a breve termine, evitando a sé stesse un aumento dei costi della raccolta e al mercato una crisi del credito. E con questi numeri, l’impatto teorico dell’aumento dei rendimenti dall’aprile 2018 potrebbe non superare i 6-7 miliardi, lo 0,2% degli attivi totali. Si tenga conto, infine, che se un bond a 2-3 anni dovesse risultare eccessivamente deprezzato, la banca potrebbe sempre optare per tenerlo fino alla scadenza, al fine di non incorrere in perdite, salvo che il prezzo di carico fosse sopra la pari e/o che si trovasse dinnanzi a esigenze di liquidità improcrastinabili. Non stiamo sottovalutando i rischi che comporta un legame ormai divenuto incestuoso tra banche e stato, semmai vogliamo calcolarne più esattamente la portata. E se queste sono le cifre in gioco, dovremmo ammettere che certe campagne di stampa all’estero appaiono basate quasi sul nulla.

A meno che le condizioni finanziarie sovrane in Italia non peggiorino ulteriormente e significativamente.

Le banche italiane ci salveranno dallo spread, facendosi un favore

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