Le banche hanno reagito male alla BCE, ecco perché fanno bene ad avere paura

Le banche europee in borsa hanno subito forti cali dopo l'annuncio di prestiti mirati della BCE, che in teoria avrebbero dovuto sostenerne i titoli. Ecco perché i mercati si mostrano contrariati.

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Le banche europee in borsa hanno subito forti cali dopo l'annuncio di prestiti mirati della BCE, che in teoria avrebbero dovuto sostenerne i titoli. Ecco perché i mercati si mostrano contrariati.

Non doveva andare così, ma è successo che i titoli bancari in borsa siano stati affondati dall’annuncio della BCE di nuovi prestiti mirati con le aste T-Ltro, che si terranno dal settembre prossimo e fino al marzo del 2021 con cadenza trimestrale. Tra giovedì pomeriggio e la serata di ieri, hanno perso mediamente oltre il 5%. Un po’ meglio è andata alle banche italiane, che hanno ceduto “solo” il 4%.

Può sembrare un paradosso che, mentre Mario Draghi si appresti ad erogare liquidità a pioggia agli istituti e a costi presumibilmente nulli, i beneficiari reagiscano contrariati. Non se lo sarà aspettato nemmeno il governatore, che avrà strabuzzato gli occhi dinnanzi agli indici tutti negativi seguiti alle sue dichiarazioni “dovish” di giovedì pomeriggio, rese in conferenza stampa dopo il board.

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Cerchiamo di capire quali siano state le ragioni di un simile comportamento dei traders sui mercati finanziari. Nel corso della conferenza stampa, Draghi ha anche proiettato le nuove stime macro per l’Eurozona e relative al triennio 2019-2021. Il pil per quest’anno dovrebbe crescere solo dell’1,1%, molto meno dell’1,7% atteso ancora a dicembre. E dalla stessa Eurotower si nutrono dubbi persino sui dati appena rivisti al ribasso. Tralasciamo per il momento le previsioni per il prossimo biennio, che lasciano il tempo che trovano. Il problema è che la BCE non si rivela per l’ennesima volta credibile sulla capacità di prevedere una crisi e anticiparne gli effetti. A gennaio, Draghi si mostrava relativamente tranquillo sullo stato di salute dell’economia nell’area, pur citando diversi fattori esterni e interni che, a suo dire, stavano già aumentando i rischi al ribasso.

Resta il fatto che solamente due mesi fa, la BCE aveva smesso di acquistare titoli di stato e altri assets con il “quantitative easing”, confidando in una risalita dell’inflazione al target “vicino, ma di poco inferiore al 2%”, a sua volta conseguenza del migliorato quadro macro. Come può una banca centrale sbagliare così clamorosamente i tempi, negando quanto tutti gli istituti di analisi andassero dicendo da mesi, salvo indietreggiare alla meno peggio, riesumando parte degli stimoli monetari? I mercati sembrano avere perduto parte di quella sicurezza nutrita fino a poco fa, cioè che Francoforte abbia la situazione sotto controllo.

Non è così e per giunta, bisognerebbe ascoltare con attenzione quanto ha dichiarato ieri Clement Fuest, uno dei principali economisti in Germania, a capo dell’Ifo, istituto di ricerca economica.

La BCE non convince i mercati

Egli si è espresso favorevolmente alle misure “appropriate” adottate dalla BCE, ossia le aste T-Ltro e il rinvio del rialzo dei tassi, notando come la politica monetaria, però, abbia “esaurito tutte le sue cartucce” e ammettendo che, nel caso arrivasse una recessione, la BCE avrebbe pochi strumenti per combatterla. In altri termini, i tassi sono già azzerati, la liquidità resta abbondante, con l’istituto a reinvestire i proventi delle scadenze dei bond in portafoglio, per cui poco altro sarebbe capace di fare per contrastare una eventuale crisi. Questo lo sapevamo. Allora, qual è il problema? Che Draghi terrà la prima asta T-Ltro solo tra 6 mesi. Nel frattempo, se l’economia nell’Eurozona dovesse peggiorare, non vi sarebbe alcun sostegno. E qui risiederebbe il contrariamento dei mercati, i quali sembrano dire al governatore “ma come, dovreste evitare come la peste che l’area entri in recessione, visto che non disporreste di strumenti sufficienti ed efficaci per combatterla, e, invece, prendete tempo e rinviate l’avvio delle misure a dopo l’estate?”.

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Dal canto suo, va bene chiarirlo, Draghi non può sempre vestire i panni del salvatore della patria, perché egli è chiamato per mandato a difendere la stabilità dei prezzi, non a fare altro. E, oltre tutto, la politica monetaria sarebbe solo uno dei tre pilastri per garantire tale stabilità e la crescita economica, assieme alla politica fiscale e alle riforme. Queste ultime due spettano ai governi, i veri assenti da anni dal palcoscenico del rilancio dell’economia.

Gli appelli di Draghi ai governi degli stati virtuosi, affinché utilizzino i loro margini fiscali per sostenere la domanda interna si sprecano, così come quelli rivolti ai governi degli stati più indebitati, affinché ricostituiscano i cuscinetti fiscali per prepararsi ai giorni avversi. Agli uni e agli altri, poi, la BCE chiede riforme strutturali nazionali e sovranazionali, ovvero liberalizzazioni, apertura dei mercati, consolidamento dei conti pubblici, sostegno agli investimenti pubblici e alla produttività, completamento dell’unione monetaria, tramite una garanzia unica sui depositi da un lato e un maggiore coordinamento fiscale dall’altro.

Sinora, la BCE è stata lasciata dai governi sostanzialmente sola nel suo tentativo di sostenere la ripresa dell’Eurozona. Paradossale che possa sembrare, forse solo se il successore di Draghi sarà un “falco” monetario, come il tedesco Jens Weidmann, venendo meno gradualmente il sostegno che questi offrirebbe all’economia dell’area, i governi sarebbero costretti a uscire allo scoperto, a meno che non intendano subire le conseguenze delle loro inazioni. Una volta per tutte, dovrebbero scegliere se fare dell’euro una moneta condivisa anche sul piano delle politiche fiscali – e se sì, in che modo – oppure se lasciarlo in balia della crisi di fiducia dei mercati, ma dovendo mettere in conto una rottura prima o poi. Per adesso, l’unico serio rischio che si avverte è che Draghi completi il mandato così come lo aveva iniziato, con l’Eurozona in crisi e possibili nuovi attacchi speculativi contro l’Italia, in grado di minacciare l’integrità dell’unione monetaria. Con questi chiari di luna, vi stupite se le banche ignorano la liquidità a pioggia loro dedicata e siano spaventate più che altro dal possibile scivolamento dell’area in una nuova crisi?

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