Le banche centrali hanno ancora la fiducia del mercato?

Le banche centrali non starebbero riuscendo a centrare gli obiettivi su inflazione e crescita e ciò mina alle basi della loro credibilità. E se arrivasse un nuovo shock negativo?

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Le banche centrali non starebbero riuscendo a centrare gli obiettivi su inflazione e crescita e ciò mina alle basi della loro credibilità. E se arrivasse un nuovo shock negativo?

L’analista Schroders ha posticipato al prossimo mese di marzo la previsione riguardo al primo rialzo dei tassi USA da parte della Federal Reserve. Se prima si attendevano tassi al 2% entro la fine del 2016, adesso le aspettative sono state dimezzate all’1%. Lo stesso mercato non crede più all’avvio imminente della prima stretta monetaria americana dal 2006, stimando al 40% le probabilità che ciò avvenga entro dicembre. In poche settimane, il quadro sembra mutato notevolmente. Le stime sulla crescita dell’economia mondiale sono state tagliate dai principali analisti, compreso l’FMI, che ieri le ha abbassate al 3,1% per l’anno in corso. Rallentano le economie emergenti e la ripresa non appare più nemmeno tanto solida per le economie avanzate, anche se il World Economic Outlook di ieri sottolineava come a trascinare la crescita tra le economie mature siano USA e Regno Unito, in grado di resistere maggiormente degli altri ad eventuali shock negativi.

Inflazione non aumenta

Fatto sta che le pressioni deflazionistiche temute negli USA, a causa del rafforzamento del dollaro contro le altre valute, stanno riducendo drasticamente la credibilità della Fed, che dopo avere iniettato nell’economia americana circa 3.500 miliardi di dollari in 6 anni, ancora non è riuscita a riportare l’inflazione al target del 2%, nonostante il governatore Janet Yellen rassicuri che ciò accadrà  in tempi brevi. Eppure, l’FMI l’ha invitata ieri formalmente ad alzare i tassi solo dopo avere verificato una risalita dei prezzi, stimolando la crescita dei salari. Altrove, le cose vanno anche peggio per i responsabili della politica monetaria. Il “quantitative easing” della BCE non ha ancora sortito gli effetti sperati, come dimostra la ricaduta nella deflazione o inflazione negativa dell’Eurozona a settembre, dopo 6 mesi. Lo stesso dicasi per il Regno Unito, dove la Bank of England assiste a un ritorno dell’inflazione zero, tanto che il suo capo-economista parla apertamente di adottare tassi negativi, mentre il nuovo leader laburista, Jeremy Corbyn, propone un “QE per il popolo”, ovvero il finanziamento diretto delle spese infrastrutturali da parte della banca centrale.

Il clima di pessimismo sul raggiungimento dei target d’inflazione si respira anche in Giappone, dove nonostante 2 anni e mezzo di stimoli monetari ingenti e tesi a raddoppiare la base monetaria, la crescita tendenziale dei prezzi rasenta lo zero. E ancora, l’elenco delle banche centrali in crisi di risultati si allunga con la Reiksbank svedese, ma anche la SNB elvetica, e così via. Ovunque torna in auge l’invito provocatorio dell’ex Premio Nobel, Milton Friedman, di “sparare la moneta dall’elicottero”, volendo con ciò sottolineare che tale metodo sarebbe migliore e più neutro delle ordinarie politiche monetarie espansive, i cui effetti sull’economia sono distorsivi e a vantaggio di alcuni.

Finite le munizioni?

La domanda che il mercato si pone e alla quale tenta di rispondere è se le banche centrali sarebbero oggi in grado di sostenere l’economia, nel caso di un nuovo shock. La risposta inizia ad essere tendenzialmente negativa. In primis, perché a differenza del 2008, oggi i tassi sono già ovunque azzerati o, addirittura, sotto lo zero, per cui su questo versante non ci sarebbero margini di manovra. Dunque, gli istituti dovrebbero votarsi a misure non convenzionali, come quelle già attuate dalla Fed e la BoE  prima e dalla BoJ e la BCE dopo, limitandoci alle principali. Ma il loro impatto sull’economia reale appare sempre più limitato. Dopo un iniziale recupero della fiducia tra gli investitori, si avverte come siano insufficienti gli stimoli, in assenza di un sostegno concreto alla crescita. Anche volendo ampliare il QE, la BCE avrebbe molte difficoltà ad acquistare più titoli di stato di quanto sinora programmato, a causa della scarsa offerta sul mercato secondario. La Fed potrebbe risultare priva delle coperture politiche, se con le elezioni presidenziali dell’anno prossimo dovesse arrivare alla Casa Bianca un repubblicano. Lo stesso Giappone si rende conto che le stamperie a pieno ritmo non riescono da sole a fare uscire l’economia da 2 decenni di stagnazione e deflazione. Senza una risalita dei prezzi delle materie prime non ci sarà alcun rialzo dell’inflazione, ma questi potranno crescere solo con un’economia mondiale più solida e con un dollaro più debole. Per questo, la Fed temporeggerà ancora e avvierà forse la stretta nel 2016. Nel frattempo, il mercato si spazientirà, avvertendo nelle mosse dell’istituto una sorta di navigazione a vista. La volatilità, pertanto, potrebbe aumentare nelle prossime settimane, in assenza di punti fermi a cui appigliarsi. Pur con l’enfasi che lo contraddistingue, il finanziere svizzero Marc Faber lo aveva detto: il 2015 sarà l’anno della perdita di credibilità delle banche centrali.

     

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