Le banche centrali dovranno rivedere il target d’inflazione o perderanno credibilità

La bassa inflazione è diventato un brutto mal di testa per le banche centrali, che rischiano di trovarsi costrette ad alzare bandiera bianca, rivedendo i rispettivi target.

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La bassa inflazione è diventato un brutto mal di testa per le banche centrali, che rischiano di trovarsi costrette ad alzare bandiera bianca, rivedendo i rispettivi target.

La Federal Reserve si prenderà una pausa sui tassi negli USA, evitando di alzarli per i prossimi mesi. Troppo alto il rischio di trascinare l’economia americana in un mix di stagnazione del pil e dei prezzi. E pensare che la crescita dei secondi sembrava finalmente assestarsi in maniera stabile attorno al target del 2%, grazie anche alla piena occupazione del mercato del lavoro. Nell’Eurozona, invece, il primo rialzo dei tassi ancora non è avvenuto e probabilmente non ci sarà quest’anno, rinviato a tempi migliori. L’inflazione nell’area si è nuovamente allontanata dal target “vicino, ma poco inferiore al 2%” e a gennaio è scesa all’1,6%. In Giappone, non ne parliamo. L’economia nipponica versa in uno stato di deflazione strisciante cronica da oltre 20 anni e la crescita dei prezzi a dicembre si è ridotta ad appena lo 0,3% tendenziale. Nel Regno Unito, pare che le cose vadano un po’ meglio per il governatore Mark Carney, ma trattasi di apparenza, appunto. Solo il crollo della sterlina seguito al referendum sulla Brexit del giugno 2016 ha alimentato l’inflazione fin sopra il 2% negli ultimi 2 anni, scesa già comunque sotto quella soglia.

La Fed conferma la pausa sui tassi USA, ecco perché le altre banche centrali la seguiranno

Nemmeno nella Svezia della quasi piena occupazione e dell’economia in crescita robusta i prezzi accelerano granché, anche se hanno centrato ultimamente il target. Sta di fatto che la Riksbank tiene ancora i tassi in territorio negativo, così come del resto fa la collega svizzera per i depositi delle banche, dovendo fare i conti con un’inflazione che continua a flirtare con lo zero.

Nel mondo, le banche centrali hanno da tempo un forte mal di testa.

Hanno reagito alla crisi finanziaria del 2008 con una politica monetaria ultra-espansiva e spesso non convenzionale, arrivando a comprare titoli di stato e altri assets, pur di evitare la caduta nella depressione come negli anni Trenta, quando a crollare furono anche i prezzi. A distanza di 10 anni, dove di più e dove meno, la crisi è stata complessivamente superata, il ritorno alla crescita c’è stato, ma non per i prezzi. I tassi d’inflazione nelle economie avanzate restano stagnanti e in molti casi sotto i target. Il caso più eclatante è certamente quello dell’America, che con una disoccupazione ai minimi da quasi mezzo secolo non riesce a centrare stabilmente l’obiettivo di un’inflazione al 2%.

I fattori che tengono bassa l’inflazione

Che cosa sta succedendo? Non è la prima volta che ci interroghiamo sul fenomeno della cosiddetta “goldilocks economy”, quella condizione di crescita economica soddisfacente e di prezzi piuttosto stabili, che in effetti farebbe la felicità delle famiglie. Ricordiamoci, infatti, che per i consumatori sarebbe il massimo che i prezzi nemmeno aumentassero, perché così manterrebbero integro il loro potere di acquisto. Se diminuissero, invece, da un lato accrescerebbero la loro capacità di spesa, dall’altro, nella qualità di lavoratori, rischierebbero decurtazioni salariali o il licenziamento, visto che le imprese reagirebbero tagliando i costi per non ridurre i propri margini di profitto o per non intaccarli oltre un certo limite.

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Che l’inflazione non acceleri nemmeno quando l’economia va bene fa riflettere, il segno che saremmo di fronte a un fenomeno non passeggero, bensì di natura strutturale. In effetti, se guardiamo ai grafici dei tassi d’inflazione negli ultimi 40 anni, ci accorgiamo che ovunque presso le economie avanzate la tendenza è stata a una riduzione. A ciò hanno concorso le stesse banche centrali, che hanno puntato a contenere la crescita annua dei prezzi un po’ tutte intorno al 2%. Cosa ha di magico questa percentuale? Terrebbe conto della crescita della velocità di circolazione della moneta di anno in anno e legata a fattori istituzionali (la cadenza dei pagamenti degli stipendi, delle spese dei consumatori, etc.

), dell’errore statistico sotteso nel calcolare l’aumento dei prezzi e che non capta nell’immediato l’effetto sostituzione tra beni (se il burro cresce di prezzo più velocemente della margarina, i consumatori tendono a comprare più la seconda e meno il primo) e celerebbe anche il tentativo dei governatori e degli stessi governi di stimolare i consumi con una crescita minima dei prezzi, non immediatamente osservabile e percettibile dai consumatori/lavoratori, così da favorire la produzione.

Tuttavia, quel 2% a cui tutte le principali banche centrali tendono si sta rivelando da anni un target complicato da raggiungere e, soprattutto, da mantenere. Sembra come facessero tanta fatica per agguantarlo e bastasse un niente per sottrarglielo nuovamente da sotto il naso. Una volta è il petrolio che scende, un’altra l’economia che non cresce bene, un’altra ancora il cambio che si rafforza. E se fosse che siamo entrati in un’era tendenzialmente deflattiva? La globalizzazione ha abbattuto le frontiere commerciali, creando di fatto un unico grande mercato mondiale di beni e spesso dei servizi. La concorrenza non è più né locale, né tantomeno nazionale, con la conseguenza che le imprese trovano difficile aumentare i prezzi anche quando potrebbero farlo, perché temono di creare le condizioni per l’ingresso di rivali straniere sul proprio mercato.

Le risposte possibili alla bassa inflazione

E la tecnologia, sia causa che conseguenza della globalizzazione, ne sta accentuando i caratteri competitivi e deflattivi. Il mercato unico mondiale esiste anche grazie all’e-commerce, ossia a internet. In questo spazio virtuale si può comprare e vendere da e verso qualsiasi parte del pianeta. Le scarpe del negozio sotto casa sono troppo care? Le cerco su un sito di vendite online, magari un colosso come Amazon o eBay, le acquisto per meno e di fatto sottraggo domanda al piccolo negoziante, che dovrà necessariamente tagliare i suoi prezzi per non chiudere.

E i robot rimpiazzano sempre più il lavoro umano. Siamo entrati nell’era dell’intelligenza artificiale, per cui non è più fantascienza che a badare la nonna sia una macchina e non più una persona in carne e ossa. Tutto ciò deprime la forza negoziale dei lavoratori, i quali anche in piena occupazione dovranno limitare le richieste di aumento degli stipendi, rischiando altrimenti di finire prima o poi per strada, rimpiazzati da chip non sindacalizzati. E se vengono meno le pressioni salariali, i costi ristagnano e i prezzi pure.

Servirebbe un’analisi assai più seria e complessa per sostenere questa tesi, ma quel che più rileva qui è che le banche centrali non riescono ormai da anni ad adempiere al mandato loro assegnato dai rispettivi statuti, con la conseguenza che iniziano a diventare poco credibili. E non si tratta solo di perderci la faccia, quanto di risultare poco efficaci in politica monetaria. Se il mercato non si fidasse più sulla loro capacità di centrare gli obiettivi, perché mai dovrebbe prendere seriamente ciò che dicono e che fanno in tema di tassi o altre misure? Dunque, questa condizione di frustrazione non può durare in eterno. O le banche centrali riusciranno nei prossimi anni a mostrarsi efficaci o dovranno rivedere i loro obiettivi. Questa seconda opzione ad oggi sembra un tabù, anche perché in sé appare la via di fuga di chi ha fallito il proprio mestiere. In realtà, se crediamo a quanto sopra detto, non sarebbe così. Se i governatori di mezzo mondo non riescono a risollevare stabilmente l’inflazione attorno al target, forse non dipende dalla loro incapacità di condurre efficacemente la politica monetaria, quanto per il cambiamento epocale che stiamo vivendo.

Bassa inflazione incubo delle banche centrali, si dovranno rassegnare?

Se Maometto non va alla montagna, indovinate cosa? Saranno i tassi d’inflazione ad essere probabilmente rivisti al ribasso, magari con nuovi target flessibili nelle percentuali (1,5-2%?) o nell’arco temporale entro cui andrebbero raggiunti e misurati (nel triennio, nel quinquennio, etc.). Quanto a quest’ultimo punto, però, difficile che una banca centrale riesca in futuro a compensare un’inflazione sotto il target attuale con un tasso superiore ad esso per gli anni successivi. Pertanto, l’ipotesi più realistica sarebbe l’abbassamento dell’obiettivo, anche perché l’aggiornamento dei panieri ai fini statistici non farà che assegnare un peso crescente a quei beni tecnologici dalla natura deflattiva, ovvero che registrano negli anni prezzi calanti. Lo stesso petrolio, che pure resta la principale fonte energetica nel mondo, entro un massimo di due decenni da oggi dovrebbe registrare il picco di domanda, forse anche prima nel caso di successo delle auto elettriche e delle energie rinnovabili. Nessuno tra i banchieri centrali lo ammetterà mai, ma starebbero già ragionando su come iniziare a comunicare questa revisione ribassista del target senza essere percepiti come sconfitti. Per contro, il Premio Nobel per l’Economia, Paul Krugman, da anni propone l’esatto contrario, ovvero di alzare il target, in modo da surriscaldare le aspettative d’inflazione, le quali resterebbero “fredde” per il semplice fatto che, spiega, oggi non appena i prezzi aumentano il mercato intravede un rialzo dei tassi per calmierarli. Ma vi immaginate le risate se i governatori comunicassero di alzare l’inflazione-obiettivo al 3-4%, quando da anni non si mostrano capaci di tendere al 2%?

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