Le azioni Apple crollano del 40% in 3 mesi: forse l’iPhone è diventato troppo caro?

L'iPhone non tira più come prima e Apple crolla del 40% in 3 mesi in borsa. Adesso, Tim Cook deve accelerare la strategia di allentamento della dipendenza dal melafonino.

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L'iPhone non tira più come prima e Apple crolla del 40% in 3 mesi in borsa. Adesso, Tim Cook deve accelerare la strategia di allentamento della dipendenza dal melafonino.

E’ stato un crollo verticale quello di giovedì in borsa per le azioni Apple, che hanno ceduto il 10%, scendendo a 142,19 dollari, ai minimi da 22 mesi, pur recuperando ieri parte delle perdite, risalendo sopra i 146 dollari. Bisogna tornare al marzo di due anni fa per trovare prezzi così bassi. Rispetto ai massimi toccati il 3 ottobre scorso, il tonfo ammonta a quasi il 40%, pari a circa 430 miliardi di capitalizzazione in meno.

E così, da società più capitalizzata al mondo e prima ad avere sfondato la barriera dei 1.000 miliardi, adesso si ritrova superata da Amazon, Google e Microsoft. Cos’è successo? Ieri, il successore di Steve Jobs alla guida di Cupertino, Tim Cook, ha scritto agli investitori una lettera per informarli che le previsioni per il trimestre scorso sarebbero divenute più deboli, lanciando il cosiddetto “profit warning”. Rispetto al fatturato atteso di 89-93 miliardi di dollari, probabile che a consuntivo risulti sugli 84 miliardi. Non stiamo parlando di un duro colpo, a dire il vero, eppure il mercato ieri ha reagito scomposto dinnanzi al taglio delle stime.

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Cook ha giustificato la revisione al ribasso con il fattore Cina, spiegando che la crescita economica della seconda economia mondiale starebbe rallentando e che il resto lo farebbero le tensioni commerciali. Parliamo di quello che il manager definisce ironicamente un “ipermercato” per Apple, fornendogli il 15% dei ricavi complessivi. E che la Cina stia preoccupando non solo il produttore degli iPhone, bensì l’intero pianeta, è verissimo. A ciò si deve la gran parte dei timori in borsa negli ultimi mesi. Tuttavia, additare le difficoltà della Cina e il deterioramento delle sue relazioni commerciali con l’America, in particolare, sarebbe ingenuo e anche ingeneroso. E a dirlo è niente di meno che Goldman Sachs, la banca d’affari USA, che è arrivata a paragonare Apple a Nokia.

Secondo l’analista, anche il costruttore di telefonini finlandese non si aspettava oltre un decennio fa di essere rimpiazzato a ritmi così elevati da prodotti concorrenti, eppure è accaduto sin dal 2007.

Il rischio, spiega, è che l’iPhone starebbe perdendo smalto per due ragioni essenziali: le sue vendite sono sempre più esposte alla congiuntura economica mondiale, ora che il tasso di penetrazione di questo prodotto di punta è diventato molto alto; il prezzo di vendita risulterebbe alto, specie se raffrontato a quello dei prodotti dei principali concorrenti. Per questo, aggiunge, anche il 2019 dovrebbe esitare un fatturato totale inferiore alle attese e a quello dello scorso anno, atteso sui 253 miliardi, mentre l’utile per azione è stato tagliato da 13,6 a 11,66 dollari.

Cosa succede ad Apple?

Procediamo con ordine. L’iPhone costituisce ancora circa i due terzi del fatturato di Apple e a novembre la società ha scioccato la comunità finanziaria, quando ha annunciato che non avrebbe più pubblicato i dati sulle sue vendite. Come mai? Da diversi trimestri, queste risultano stagnanti o persino leggermente declinanti, con la conseguenza che il mercato tende a reagire a ogni report trimestrale in maniera anche scomposta dinnanzi ai numeri. Tuttavia, non è stato un bel messaggio per gli investitori, i quali non a caso hanno tagliato le azioni Apple detenute in portafoglio, abbassandone di oltre 400 miliardi la capitalizzazione in poche settimane.

Negli ultimi mesi del 2017, per la prima volta Cook lancia un iPhone a prezzi sino ad allora considerati tabù, ossia a 1.000 dollari per la versione X. Troppo persino per gli amanti dei melafonini prodotti dalla mela morsicata. Di recente, la società si è spinta oltre con gli upgrade XS e XS Max ed è arrivata a vendere quest’ultimo in Cina per 9.599 yuan, pari a 1.400 dollari. Se consideriamo che un colletto bianco cinese guadagni non più di 1.150 dollari al mese, capiamo come Apple vorrebbe penetrare il mercato cinese con un prodotto dai prezzi proibitivi per i più, tanto che persino la classe medio-alta dovrebbe risparmiare più di uno stipendio per potersene comprare uno.

Aldilà del fattore prezzo, esiste anche quello relativo agli upgrade, che non giustificherebbero in sé più l’acquisto di un nuovo iPhone a distanza di un anno dal vecchio e a prezzi ancora più alti, specie se Huawei lancia in concomitanza i suoi smartphone apprezzati per il buon rapporto qualità/prezzo.

Tuttavia, la strategia di vendere iPhone sempre più costosi potrebbe in sé riflettere il desiderio di Apple di legarne le vendite a una nicchia di mercato poco sensibile agli eventuali deterioramenti dell’economia. In pratica, meglio puntare su pochi clienti relativamente facoltosi e che non spariscono alla prima crisi economica, piuttosto che su tanti ed esposti alla congiuntura.

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Il problema di questa strategia semmai consiste nei numeri. Sostituire quasi 220 milioni di clienti (tanti sono stati quelli dei 12 mesi al 30 settembre scorso) con una nicchia non è un’operazione semplice, perché implica che il prezzo di vendita dovrebbe mediamente crescere a livelli molto alti per compensare i mancati incassi. Tuttavia, un consumatore facoltoso non acquista un bene solo perché costoso e proibitivo per le tasche del grosso del mercato, ma giustamente pretende che l’extra-prezzo venga giustificato dalla qualità. Il punto è proprio questo: Apple è davvero in grado di garantire al mercato upgrade adeguati ai prezzi maggiorati di vendita? Non è per caso che la tensione tra USA e Cina su Huawei, dopo l’arresto di dicembre del suo direttore finanziario e figlia del proprietario, sia legata alla necessità del sistema americano di preservare il successo di uno dei suoi emblemi del nuovo millennio nel mondo?

Non siamo ancora a un declino dell’iPhone, ma il punto di saturazione sembra raggiunto o vicino. I miglioramenti tecnologici apportabili ai prodotti già lanciati appaiono sempre meno convincenti – e non potrebbe essere altrimenti, salvo qualche innovazione eclatante – e, pertanto, o Apple trova nuovi mercati di sbocco tra le economie emergenti ad oggi poco penetrate (ma a quali prezzi?) o dovrà accelerare la corsa ai servizi, gli unici nel lungo periodo a potere sostituire l’alta percentuale assorbita dall’iPhone del fatturato complessivo.

Ma si consideri che nel terzo trimestre dello scorso anno, iCloud, Apple Pay, Apple Music e l’App Store hanno reso 10 miliardi su un totale di 62,9 miliardi, un record per Cupertino, ma incidendo ancora per meno del 16% contro 4 volte tanto l’iPhone. E’ la strada giusta da percorrere, ma al contempo lunga. E fino ad allora, ogni segnale negativo in arrivo dagli smartphone colpirà le azioni della mela morsicata, che ha fatto eccessivo affidamento su un unico prodotto e ha pensato di allontanare lo spettro della saturazione del mercato con l’aumento dei prezzi.

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