Lavoro stabile un miraggio: solo un contratto su 20 a tempo indeterminato

Contratti stabili appena un ventesimo di quelli complessivamente accesi nel primo trimestre dell'anno. Con la fine degli incentivi del Jobs Act siamo tornati al problema di sempre: precarietà. Manca la crescita.

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Contratti stabili appena un ventesimo di quelli complessivamente accesi nel primo trimestre dell'anno. Con la fine degli incentivi del Jobs Act siamo tornati al problema di sempre: precarietà. Manca la crescita.

Numeri amari quelli snocciolati ieri dall’Istat per il primo trimestre dell’anno, quando risultano essere stati attivati 322.000 contratti di lavoro in più dei posti soppressi rispetto allo stesso periodo del 2016. Il saldo tra assunzioni e licenziamenti era stato di 266.000 unità nei primi tre mesi dello scorso anno. Tuttavia, di questi solamente 17.000 sono stati i nuovi contratti stabili, quelli a tempo indeterminato. A fronte di quasi 389.000 attivati (trasformazioni incluse), le cessazioni sono state di oltre 381.000 unità. E così, poco più di un contratto su venti è risultato essere stato stipulato nei primi mesi dell’anno in maniera stabile, un terzo dell’incidenza riscontrata nel primo trimestre 2016. Nessun confronto possibile, poi, con lo stesso periodo del 2015, quando furono stipulati 215.000 contratti stabili, approfittando degli sgravi contributivi previsti dal Jobs Act.

Diremmo, quindi, che la speranza di una minore precarietà nel mondo del lavoro si è infranta contro la fine degli incentivi contemplati per le assunzioni nel biennio 2015-’16. Era immaginabile che si sarebbe registrato un tonfo dei nuovi contratti a tempo indeterminato, ma che i numeri sarebbero stati così negativi non era per niente scontato. (Leggi anche: Assunzioni stabili in forte calo, senza crescita lavoro precario)

Senza crescita effetti Jobs Act temporanei

La strategia dell’allora governo Renzi, che varò la riforma della legislazione sul lavoro, consisteva nell’anticipare una fase positiva per l’occupazione attraverso norme incentivanti le nuove assunzioni, rese non solo più economiche, ma anche più flessibili con l’addio al vecchio articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, in attesa che la successiva ripresa economica ne avrebbe rafforzato gli effetti.

E’ proprio questa seconda fase a non essere (ancora) arrivata. La crescita del pil rimane stagnante in Italia e attesa dagli organismi internazionali mediamente nell’ordine dell’1% per il triennio in corso, un ritmo del tutto insufficiente per consolidare le assunzioni, specie per rendere meno precario il mercato del lavoro.

E le richieste di sussidi di disoccupazione sono aumentate del 7% su base annua a quota 370.000 unità nel primo trimestre del 2017, mentre nel periodo gennaio-aprile sono crollate del 58,1% le ore di cassa integrazione autorizzate. (Leggi anche: Crisi inghiotte 1,5 milioni di under 25)

Occupazione stabile un miraggio senza un’accelerazione del pil

Questi numeri sarebbero la spia di un sottofondo negativo per l’occupazione italiana. Non poche volte abbiamo spiegato che senza crescita non vi sarebbero norme che tengano per stimolare il mercato del lavoro. Le imprese assumono nuovi dipendenti se prevedono di aumentare la produzione, lo fanno con contratti stabili, poi, quando hanno sufficiente fiducia che potranno impiegarli nel medio-lungo periodo.

Il crollo verticale dei contratti a tempo indeterminato segnala da un lato l’esaurimento degli effetti del Jobs Act, dall’altro quell’assenza di stimoli tra le imprese per tornare ad assumere. E pensare che con un cambio dell’euro ai minimi dalla sua nascita, il made in Italy ne sta beneficiando con una buona crescita delle esportazioni nette; che i bassi tassi d’interesse dovrebbero stimolare gli investimenti e che il petrolio a buon mercato abbassa i costi di produzione, stimolando i consumi interni.

Se con queste condizioni ultra-favorevoli non siamo stati in grado a fare ripartire l’occupazione italiana, se non giusto il tempo di sfruttare gli incentivi legati al Jobs Act, ci chiediamo cosa accadrà al nostro mercato del lavoro, quando inevitabilmente i tassi saliranno, l’euro si rafforzerà e magari anche il costo delle materie prime si alzeranno. Né è pensabile che sia positiva la creazione di posti di lavoro senza crescita del pil, in quanto si tradurrebbe in una spartizione della stessa torta tra più convitati, impattando negativamente sulla prospettiva salariale, che senza un aumento della produttività resta anemica.

Servono altri numeri per auspicare nuove assunzioni e possibilmente stabili. Siamo lontani dal raggiungerli. (Leggi anche: Stipendi italiani destinati a restare fermi, lo dicono questi dati)

 

 

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