Creare lavoro con la crescita, non tramite leggi

Il lavoro concentra l'attenzione della politica italiana, ma non certo per risolverne i problemi. Al contrario, stiamo facendo passi indietro nel dibattito e si trovano facili scorciatoie legislative.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Il lavoro concentra l'attenzione della politica italiana, ma non certo per risolverne i problemi. Al contrario, stiamo facendo passi indietro nel dibattito e si trovano facili scorciatoie legislative.

Se dovessimo riassumere la settimana appena trascorsa sul piano politico con un termine, dovremmo utilizzare “lavoro”, non perché sia stata proficua, almeno non più delle altre, bensì perché il tema dell’occupazione ha concentrato buona parte dell’attenzione mediatica e degli stessi partiti. Giovedì, il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha sostenuto a un convegno milanese sull’Europa, che i politici italiani mentono, in quanto non direbbero agli elettori che il lavoro manca e che non è possibile darlo a tutti.

Nelle ore precedenti, il candidato alla segreteria del PD e governatore pugliese, Michele Emiliano, sempre da Milano proponeva la reintroduzione dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, laddove il Jobs Act di Matteo Renzi ha cancellato l’obbligo di reintegro per i licenziamenti senza giusta causa. In contemporanea, il responsabile economico della Lega Nord, Claudio Borghi, avanzava la sua proposta sull’articolo 18: rimetterlo, ma solo in tempi di “vacche magre”, ovvero licenziare senza giusta causa si potrebbe fare, ma solo in tempi di crescita economica, mentre in crisi no. (Leggi anche: Licenziamento senza giusta causa? Sinistra PD e Lega fanno a gara di demagogia)

Il dibattito sul lavoro fa un passo indietro di 20 anni

E venerdì, il Consiglio dei ministri recepiva l’abrogazione dei voucher e della norma sugli appalti contenuta nel Jobs Act, che poco prima la Commissione Lavoro della Camera aveva esitato, ponendo fine alla pratica dei buoni-lavoro, escogitati sin dal 2003 dall’allora governo Berlusconi per regolamentare le occupazioni occasionali, estese di fatto sotto il governo Prodi dal 2008 e, soprattutto, Renzi dal 2014 e da tempo oggetto di critiche feroci da parte della Cgil e della sinistra della maggioranza, nonché di un referendum abrogativo, ora saltato. (Leggi anche: Voucher aboliti segnano la fine delle riforme)

Grande attenzione al mercato del lavoro, si direbbe. E, invece, questo resta il paese con la disoccupazione giovanile a quasi il 40%, dove 3 giovani su 1.000 fino ai 34 anni ogni anno cercano fortuna all’estero e con un Sud in condizioni socio-economiche peggiori di quelle lamentate dalla Grecia. Il chiacchiericcio attorno al Jobs Act e, in generale, la richiesta di irrigidimento del mercato del lavoro con l’eliminazione di quelle forme di flessibilità, che in questi ultimissimi anni avevano dato un minimo sollievo a chi un’occupazione non ce l’aveva, fa parte di un tentativo di impostare il dibattito su direttrici ideologiche e che ci riportano di fatto indietro agli anni Novanta.

La liberalizzazione del mercato del lavoro funziona

Il Jobs Act di miracoli non ne ha fatti, così come oltre un decennio prima non ne aveva fatti la Legge Biagi, la riforma del lavoro tanto vituperata del 2003, che porta il nome del consulente del lavoro ucciso per mano delle Brigate Rosse esattamente 15 anni fa (era il 19 marzo 2002). Eppure tra il gennaio del 2004 e il luglio del 2008, quest’ultimo il mese di picco per la nostra occupazione, risultano essere stati creati 900.000 posti di lavoro, non tantissimi, ma per un’economia a crescita zero come quella italiana, non si è trattato di un risultato così insignificante.

Negli ultimi due anni, poi, ovvero a Jobs Act applicato, di posti di lavoro ne sono stati creati quasi mezzo milione, nemmeno in questo caso granché, ma con un pil cresciuto mediamente dello 0,8% all’anno, si tratta di un mezzo miracolo, più che di un risultato deludente. Certo, avrà influito più la decontribuzione dei neo-assunti che non l’abrogazione dell’art.18 in sé, ma nel complesso non è stata una cattiva riforma, di certo andava nella direzione auspicata dalle imprese. (Leggi anche: Disoccupazione risale, Jobs Act ha esaurito i suoi effetti)

Voucher aboliti, ma incidevano quasi nulla

I voucher così tanto ostracizzati da parte del mondo sindacale e della sinistra parlamentare sono stati una forma marginale di utilizzo della forza-lavoro in Italia, tanto che nel 2016 ne sono stati venduti 121,5 milioni da 10 euro, ovvero per complessivi 1,2 miliardi, corrispondenti a meno di 65.000 posti di lavoro full-time, lo 0,27% del totale. Parliamo di ore retribuite per lavori domestici, nei campi, straordinario, occasionale, come ripetizioni scolastiche, giardinaggio, servizio al bar o al ristorante in giornate festive o di punta (Ferragosto, Natale, etc.).

Crediamo per caso, che eliminati i voucher, l’imprenditore assumerà un ragazzo per la settimana di Ferragosto con contratto a tempo determinato o indeterminato? E non era meglio per il lavoratore occasionale ricevere un buono comprensivo delle ritenute Inps, quando adesso rischia di ritrovarsi una paga in nero? (Leggi anche: Voucher lavoro, demagogia dannosa all’economia)

Serve crescita, non norme più rigide

Qualcuno potrebbe eccepire che la mancanza di lavoro esiste in Italia e che pure lo sfruttamento è abbastanza forte, specie al Sud. Ma la lotta al precariato e al lavoro nero la si combatte creando occupazione, non rendendo più rigide le norme che regolano il mercato. In un’economia con bassa o nulla disoccupazione, il potere contrattuale si sposta in favore dei lavoratori. E’ una legge di mercato: è più forte la risorsa più scarsa. Da noi abbondano i disoccupati e scarseggiano le imprese, inevitabile che a queste condizioni qualcuno approfitti della manodopera abbondante per assumere anche in barba alle leggi.

Fatto salvo che le violazioni vadano perseguite, il problema numero uno, ma anche due, tre, dell’occupazione italiana si chiama crescita. In Italia non cresciamo da due decenni e siamo l’unico grande paese, che ad oggi non è riuscito a recuperare i livelli di ricchezza perduti con la crisi del 2008. Anzi, rispetto al 2007 abbiamo un pil del 7,5% più basso in termini reali e una produzione industriale di oltre in quinto inferiore. Il Fondo Monetario Internazionale stima che recupereremo solo intorno al 2025, ovvero a quasi un ventennio dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale.

Se la politica vuole occuparsi seriamente del tema del lavoro, anziché ingaggiare una caccia alle streghe contro le imprese per scaricare su di loro le tensioni, dovrebbe preparare e attuare un piano di rilancio della nostra economia. Non esistono imprenditori buoni e altri cattivi, ma solo condizioni favorevoli o avverse ai lavoratori. Fa molto meno trendy affermarlo; per questo aveva ragione Visco il giovedì scorso: i politici italiani mentono, offrono agli elettori le soluzioni più facili. E anche le meno efficaci, aggiungiamo. (Leggi anche: Economia italiana solo 21-esima nel 2050, condannati alla bassa crescita)

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Argomenti: Crisi economica Italia, Economia Italia, Jobs Act

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