Lavoro in Italia e bugie della politica, ecco i numeri disastrosi che smentiscono l’ottimismo

Il dramma del lavoro in Italia resta tale negli anni, nonostante la politica si divida ed esulti sugli zero virgola dei tassi di disoccupazione. Il confronto con le altre economie avanzate è umiliante.

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Il dramma del lavoro in Italia resta tale negli anni, nonostante la politica si divida ed esulti sugli zero virgola dei tassi di disoccupazione. Il confronto con le altre economie avanzate è umiliante.

“Chi poco ha, caro tiene”, recita un proverbio italiano. Sarà aggrappandosi a queste parole che la politica italiana ha esultato pochi giorni fa per la discesa dello 0,2% del tasso di disoccupazione a giugno, pur restando questo all’11,1%, nettamente al di sopra la media nell’Eurozona, che è del 9,1%. Gli occupati nel mese sono aumentati di 23.000 unità, portando il tasso di occupazione al 57,8%. Numeri, che dovrebbero raggelare il sangue, anziché dividere il Parlamento tra opposte tifoserie senza idea di cosa stiano commentando. (Leggi anche: Dramma lavoro in Italia, le cifre che tradiscono la Costituzione)

Partiamo da una precisazione: il dramma dell’occupazione in Italia non è un problema relativo al singolo governo, ma che riguarda decenni di assoluta fuga dalla realtà della politica dalla carenza strutturale di lavoro nel nostro paese, l’unico tra le grandi economie avanzate a non avere registrato alcun miglioramento significativo nel nuovo Millennio.

La disoccupazione è il dato a cui l’opinione pubblica tende a guardare, in quanto segnalerebbe lo stato di salute del mercato del lavoro. Se ciò è senz’altro vero, si tratta di numeri parziali, perché a indicarci come realmente stia messo il mercato del lavoro è, in particolare, il tasso di occupazione, ovvero la percentuale di quanti lavorino rispetto alle persone in età lavorativa (15-64 anni).

Disoccupato è formalmente chi non ha un lavoro, ma lo cerca. Sappiamo, però, che nella realtà quotidiana molti non lavorano e al contempo non cercano attivamente un impiego, non perché ne siano disinteressati, bensì in quanto non nutrano reali speranze di trovarlo. Quante casalinghe si occupano della casa per assenza di alternative? Quanti studenti si iscrivono all’università e vi restano parcheggiati, privi di stimoli sul fronte del lavoro? Quanti over-50 nemmeno si iscrivono a una lista di collocamento, dopo avere perso un lavoro, consapevoli che sarebbe perfettamente inutile?

Dramma occupazione in Italia

Il dramma di questa realtà è captato da un dato: occupazione italiana al 57,8% al termine del secondo trimestre del 2017, quando in Germania si attesta al 74,9%, in Francia al 64,3%, in Spagna al 60,4% e la media nell’Eurozona è del 64%.

Dall’inizio del 2000 ad oggi, il tasso di occupazione in Italia è cresciuto di appena il 3,2% contro il +5% della Spagna, mentre in Germania ha segnato in 12 anni un balzo del 9,6% e la media OCSE ha registrato dal primo trimestre 2006 un aumento dell’1,8% al 67,4%. Peggio di noi ha fatto la Francia, il cui tasso di occupazione risulta stabile al 64,3% rispetto a inizio 2003, attestandosi pur sempre di 6 punti e mezzo al di sopra dei nostri livelli.

In termini assoluti, significa che il nostro paese dispone di un esercito di lavoratori occupati o desiderosi di lavorare (disoccupati) di 25,8 milioni di unità su una platea potenziale di 40,3 milioni. Se avessimo gli stessi numeri della Germania, registreremmo una partecipazione al lavoro da parte di ben 31,3 milioni di persone, 7,5 milioni in più, di cui oltre 30 milioni sarebbero occupati contro i circa 22,8 milioni effettivi.

Anche evitando il confronto impietoso con la locomotiva tedesca, otteniamo ugualmente risultati umilianti. Il tasso di partecipazione al lavoro risulta nettamente superiore al nostro persino nella martoriata Grecia, pari al 68,2% a fine 2016 contro il 64,9% italiano. E per non parlare del 75,4% della Spagna. Che cosa vogliono dire queste cifre? Che se è vero che i tassi di disoccupazione di Spagna e Grecia siano molto più alti dell’Italia, ciò lo si deve essenzialmente al fatto che molte più persone in questi paesi risultino disoccupati, evidentemente cercando attivamente un impiego in misura superiore a quanto non avvenga nel nostro paese, dove al Sud, in particolare, la mancanza di lavoro è un problema cronico, che si trasmette di decennio in decennio. (Leggi anche: Crisi lavoro in Italia, record inattivi)

Confronto umiliante per l’Italia sul lavoro

Prendiamo proprio la Spagna, dove la forza-lavoro ammonta a 22,8 milioni di persone, pari all’88,4% dei 25,8 milioni dell’Italia, quando la popolazione spagnola non arriva al 73% di quella italiana.

In altre parole, gli spagnoli partecipano al lavoro molto più di noi italiani. Da qui si spiega quella disoccupazione ancora superiore al 18% contro il nostro 11%.

In Germania, la forza-lavoro supera le 43 milioni di unità, pari alla metà della popolazione totale. Come dire, che un tedesco su due lavora o cerca un lavoro, mentre in Italia è occupato meno del 38% della popolazione complessiva. Dodici stipendi in meno su 100 provvedono sostanzialmente a mantenere gli italiani rispetto ai tedeschi.

D’altra parte, non scopriamo oggi che il problema dell’Italia sia l’occupazione più che la disoccupazione. Nel 2011, quando il governo Berlusconi si dimetteva per la crisi dello spread, affermava orgoglioso di avere lasciato in eredità un tasso di disoccupazione di due punti percentuali più basso di quello medio nell’Eurozona. Ed era vero. Il fatto è che nessuno si sognava allora come oggi di affermare che l’Italia fosse un’economia con maggiori opportunità lavorative del resto d’Europa. A un certo punto, alla metà degli anni Novanta, la Sicilia risultava avere meno disoccupati in percentuale del Nordrhein-Westfalen, il Land tedesco più grande per popolazione. E non per questo si registrarono flussi migratori da Dortmund a Palermo. (Leggi anche: L’imbarazzante ripresa del lavoro in Italia in due grafici)

 

 

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