Lavoro e inflazione USA come nel 2007, ecco perché il dollaro correrà ancora

L'economia americana sembra non solo avere superato la crisi finanziaria, ma anche tornata ai livelli salutari del 2007, quando inflazione e disoccupazione erano simili ad oggi. Eppure, i tassi USA restano bassi, ragione per credere nel rally del dollaro.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'economia americana sembra non solo avere superato la crisi finanziaria, ma anche tornata ai livelli salutari del 2007, quando inflazione e disoccupazione erano simili ad oggi. Eppure, i tassi USA restano bassi, ragione per credere nel rally del dollaro.

Sono stati pubblicati da poco i dati sulle payrolls non agricole di aprile negli USA, che segnalano l’andamento del mercato del lavoro americano. I posti creati sono stati superiori alle stime di 190.000 unità, salendo a 211.000 dai 79.000 di marzo, quando il maltempo aveva fermato diversi impianti produttivi, rallentando anche la creazione di nuova occupazione. Per i due mesi precedenti, il report del governo ha effettuato una revisione al ribasso per complessive 6.000 unità. In calo il tasso di disoccupazione al 4,4% dal 4,6% e al livello più basso dall’aprile del 2010. Anche volendo considerare i lavoratori part-time cosiddetti involontari, la disoccupazione risulterebbe scesa all’8,6% dall’8,9% di marzo, segno di un miglioramento costante del mondo del lavoro a stelle e strisce, che nel primo trimestre dell’anno ha registrato la creazione media di 176.000 posti di lavoro, poco meno dei 187.000 dei primi tre mesi del 2016.

I salari orari risultano cresciuti nel mese del 2,5% su base annua, in decelerazione dal +2,6% di marzo, il dato più basso dall’agosto scorso, anche se il costo del lavoro nel primo trimestre è aumentato dello 0,8%, il tasso di crescita maggiore dal 2007. (Leggi anche: Dollaro verso nuovi guadagni, questi indizi ci spiegano perché)

Reazione asettica del dollaro

Il dollaro sta reagendo sostanzialmente immutato rispetto ai livelli di chiusura di ieri contro le principali divise del pianeta, riflettendo una lettura opposta delle cifre: da un lato, la disoccupazione arretra e i posti di lavoro creati aumentano a ritmo sostenuto; dall’altro, la crescita salariale appare sempre tiepida, in linea con la media dal 2010 ad oggi. Senza buste paga più pesanti, il pur evidente miglioramento dell’economia americana non riuscirebbe a tradursi in un’accelerazione dell’inflazione, da qui un dollaro quasi asettico dopo il report.

Eppure, nel loro complesso questi dati non possono che essere interpretati in senso “bullish” per il dollaro. Nella primavera del 2007, quando la disoccupazione era agli stessi livelli odierni negli USA, anche l’inflazione viaggiava intorno all’attuale 2,5%, salvo accelerare verso la fine di quell’anno e, in particolare, nel 2008, sostenuta dal super-barile del petrolio. Tuttavia, allora i tassi fissati dalla Federal Reserve erano al 5,5%, mentre oggi sono ancora nel range 0,75-1%. (Leggi anche: Super dollaro, Trump dovrà rassegnarsi a un cambio forte)

Il confronto con il 2007 e le politiche di Trump

Certo, rispetto ad oggi, il petrolio costava 10 anni fa oltre il 40% in più e segnalava un trend decisamente rialzista, tanto che un anno dopo arrivò a prezzare il doppio, ai massimi di sempre sopra i 140 dollari. Detto ciò, però, è inevitabile considerare che i tassi Fed attuali siano eccessivamente bassi rispetto alle condizioni macro dell’economia americana, cinque volte inferiori ai livelli di un decennio or sono, quando sia l’inflazione che la disoccupazione mostravano percentuali del tutto simili a quelle di oggi. Da qui, la previsione di una stretta monetaria potenzialmente più veloce negli USA di quanto sinora scontata dai mercati. Il dollaro non potrà che beneficiarne, anche perché le altre principali banche centrali stanno restando ancora molto accomodanti e attive nell’attuazione degli stimoli monetari.

Rispetto alla data delle elezioni americane, il dollaro ha segnato un rialzo di oltre il 2%, meno di un terzo di quello che era arrivato a guadagnare all’inizio del marzo scorso. Da allora, una maggiore prudenza dei mercati per la capacità dell’amministrazione Trump di realizzare le promesse rese in campagna elettorale ha di molto affievolito il biglietto verde, ma proprio ieri la Camera ha approvato l’eliminazione dell’Obamacare, sollecitata dalla Casa Bianca, cosa che fa pensare che tra Congresso e presidenza vi sia una maggiore sintonia oggi di poche settimane fa, anche se al Senato gli scogli non mancheranno. Dopo due tentativi falliti, però, stavolta Donald Trump potrebbe avere trovato la chiave di volta per andare avanti anche con altre misure, tra cui il taglio delle tasse. Se sarà così, il dollaro si rafforzerà. (Leggi anche: Mercati nervosi per sconfitta di Trump su Obamacare, ecco cosa li spaventa)

 

 

 

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Argomenti: Economia USA, Fed, super-dollaro, tassi USA