Il lavoro divide Francia ed Europa, Macron contro il blocco dell’est

Il presidente Macron conferma la linea dura contro i lavoratori dell'Europa orientale dislocati in Francia. Tensioni tra Parigi e le capitali dell'est, mentre s'infiamma il dibattito sulla riforma del lavoro.

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Il presidente Macron conferma la linea dura contro i lavoratori dell'Europa orientale dislocati in Francia. Tensioni tra Parigi e le capitali dell'est, mentre s'infiamma il dibattito sulla riforma del lavoro.

Mentre si accinge da oggi a incontrare diversi leaders dell’Europa centro-orientale (Austria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Romania e Bulgaria), nel tentativo di rilanciare le relazioni diplomatiche tra la Francia e il blocco dei paesi dell’est, il presidente Emmanuel Macron ha confermato ieri di volere porre la questione dei cosiddetti “lavorati dislocati”, quelli che possono lavorare in uno stato alle stesse condizioni contrattuali con le quali sono stati assunti nello stato di origine. Secondo l’Eliseo, questo stratagemma consentirebbe a molte imprese francesi di far lavorare sul territorio nazionale dipendenti di stati europei con un costo del lavoro più basso, di fatto alterando la concorrenza. (Leggi anche: Ora Macron contro mercato unico europep, attacca lavoratori dell’est)

Per questo, Macron punta a riesumare una proposta della Commissione europea dello scorso anno e che dovrebbe essere messa ai voti in autunno, ma che non gode dell’appoggio di ben 11 stati, tra cui anche la Danimarca. Il presidente francese vorrebbe limitare a un anno ogni due la possibilità per un lavoratore straniero di lavorare in Francia alle medesime condizioni contrattuali del suo paese di origine, mentre successivamente dovrebbe essere soggetto a tutte le norme previste per i colleghi francesi, comprese quelle sui bonus e gli straordinari.

Già dalla campagna elettorale si era speso per limitare la possibilità di assumere stranieri a costi inferiori di quelli vigenti in Francia, ma il tema è diventato ora scottante, perché l’Eliseo si sta attirando le ire di tutte le capitali orientali, preoccupate dei contraccolpi che subirebbero i propri lavoratori. La Polonia, in particolare, figura ad oggi quale paese maggiormente beneficiario della pratica, inviando all’estero 3-400.000 lavoratori.

Tensioni sulla riforma del lavoro in Francia

Dietro alla battaglia contro il lavoro “cheap” dell’Europa orientale si nasconde una precisa strategia mediatica di Macron, che a Parigi dovrà fare digerire ai suoi connazionali la riforma del codice del lavoro, redatto a inizio ‘900 e che consta di oltre 3.300 pagine. Il presidente vorrebbe rendere più flessibili le norme, comprese quelle sui licenziamenti, un passo che gli sta già alienando le simpatie di buona parte di quegli stessi elettori che tra maggio e giugno gli hanno consentito sia di arrivare all’Eliseo, sia di conquistare la maggioranza assoluta dei seggi all’Assemblea Nazionale.

E ieri è intervenuto niente di meno che l’ex presidente François Hollande, che attraverso l’agenzia France Press ha ammonito Macron dal rendere ancora più flessibile il mercato del lavoro francese, sostenendo che le riforme varate sotto i suoi governi sarebbero state sufficienti e che proseguire su questa strada avrebbe il solo effetto di dividere la Francia.

Hollande è stato un sostenitore non ufficiale dell’attuale presidente in campagna elettorale, tanto da essersi attirato le critiche di gran parte della gauche per il suo mancato appoggio al candidato socialista. La sua presidenza è stata estremamente impopolare, esitando il peggiore risultato nella storia della Quinta Repubblica per il Partito Socialista, che alle elezioni legislative di giugno ha raccolto appena il 6% dei consensi. (Leggi anche: I primi 100 giorni di Macron vanno a vuoto e non è una cattiva notizia)

Politica estera arma per sedare gli animi

Il fatto che persino Hollande si stia muovendo per frenare Macron sulla riforma del lavoro segnalerebbe una possibile forte opposizione a sinistra, che si riverserebbe nelle piazze, essendo nei fatti l’Assemblea Nazionale fuori dai giochi per le opposizioni, divise in piccoli gruppi sparuti contrapposti tra di loro. Proprio dall’entità delle proteste annunciate già per settembre da parte del sindacato comunista CGT e da Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra radicale e che al primo turno delle presidenziali ha ottenuto quasi il 20% dei voti, dipenderà il cammino delle riforme del governo.

Nell’impresa di recuperare almeno parte del terreno perduto, anche i socialisti potrebbero inseguire la piazza.

Se le manifestazioni anti-Macron saranno imponenti, il presidente potrebbe annacquare parte delle misure proposte, ma rischiando l’inconcludenza dei suoi predecessori. Il 39-enne ex ministro e banchiere sta subendo già un tracollo verticale della popolarità, scesa al 36%, quando al ballottaggio di maggio aveva trionfato con il 66% dei consensi. Per questo, serve spostare l’attenzione sulla concorrenza “sleale” dei lavoratori dell’Est Europa. Più la strada verso l’approvazione delle riforme si farà tortuosa, più alti i toni e più irruente le azioni in politica estera. Ne sanno qualcosa Fincantieri e Fondazione Cr Trieste, che si sono viste soffiare da sotto il naso Stx, nazionalizzata da Macron per offrire ai concittadini un contentino proprio sul terreno scivoloso del lavoro. (Leggi anche: Perché la partita Stx-Fincantieri durerà mesi e Macron non ci regalerà nulla)

 

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