Reddito di cittadinanza e lavoratori stagionali che non si trovano, dove sta la verità?

Le associazioni di categoria lamentano la mancanza di manodopera a causa del sussidio, specie nel comparto turistico-alberghiero. Ecco cosa succede.

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Reddito di cittadinanza e lavoratori stagionali

La stagione estiva sta appena decollando con le riaperture delle attività dopo il lungo inverno delle restrizioni anti-Covid. E già si registra una grossa polemica in Italia circa l’impatto negativo che il reddito di cittadinanza avrebbe sui lavoratori stagionali. “Non si trovano”, è la denuncia che arriva dalle associazioni di categoria, specie attive nel comparto turistico-alberghiero, da nord a sud. Tempo fa, il governatore campano Vincenzo De Luca aveva lanciato l’allarme, forse il primo tra i rappresentanti istituzionali. In questi giorni, gli imprenditori toscani ammettono che mancherebbero all’appello migliaia di lavoratori stagionali nella regione. E il problema sarebbe lo stesso: ai colloqui, i giovani si presentano avendo l’asso nella manica del reddito di cittadinanza.

Essi non accetterebbero le condizioni offerte, sostenendo che meglio sarebbe altrimenti percepire il sussidio. E non sarebbero in pochi ad avanzare una proposta “indecente” ai datori di lavoro: assunzioni alle condizioni descritte, ma in nero. In questo modo, i lavoratori stagionali (e non solo) percepirebbero sia lo stipendio che il reddito di cittadinanza e porterebbero a casa congrue mensilità.

Lavoratori stagionali introvabili?

Il tema è molto serio. Quando il reddito di cittadinanza fu approvato ed entrò in vigore poco più di due anni fa, avemmo modo di sottolineare come avrebbe avuto effetti deleteri sul mercato del lavoro italiano. Non puoi offrire un sussidio relativamente elevato (fino a 1.300 euro mensili, in certi casi) in uno stato, dove il tasso di disoccupazione giovanile figura tra i più alti in Europa e dove l’occupazione in alcune sue aree si colloca agli ultimissimi posti.

E, purtroppo, avevamo ragione. Il reddito di cittadinanza sta disincentivando al lavoro molti giovani, specie non qualificati.

Essi trovano più conveniente percepire il sussidio, anziché alzarsi la mattina per recarsi al lavoro. Detto questo, non quadrano neppure le lamentele di certi imprenditori. Non vi è dubbio che abbiano maggiori difficoltà a trovare manodopera disponibile, ma sul piano macroeconomico manca una qualche forma di autocritica dopo decenni di contratti precari e abusi palesi che si sono fatti di strumenti normativi sorti per vivacizzare il mercato del lavoro e che sono finiti il più delle volte per peggiorarlo.

In Italia, abbiamo due grossi problemi al riguardo: il costo del lavoro è alto per via dell’eccessiva tassazione (cuneo fiscale) e, viceversa, gli stipendi netti percepiti dai lavoratori sono fin troppo bassi. Inoltre, esistono tutele eccessive per i lavoratori assunti a tempo indeterminato, pur ammorbidite dal Jobs Act del 2015. E ciò spinge gli imprenditori a cercare soluzioni meno gravose, come i contratti a tempo determinato e le collaborazioni pseudo-esterne. Non si contano le partite IVA aperte nell’ultimo decennio da giovani, che a tutti gli effetti sono nella pratica lavoratori subordinati e niente affatto autonomi.

Certe imprese non fanno i conti con il mercato

Dicevamo, però, che serve un’autocritica. A un ragazzo, che oggi percepisca o meno anche solamente 500 euro di reddito di cittadinanza, non puoi offrire stipendi da fame con la scusa che si tratti di un’opportunità di crescita. Nel comparto turistico, si arriva a orari estenuanti per retribuzioni eclatanti: anche 2-3 euro netti l’ora, se non di meno. E chiaramente, senza pause settimanali. E’ accettabile una simile offerta o sarebbe il caso che anche le imprese si adeguassero al mercato? Le regole della domanda e dell’offerta valgono per entrambi i lati: così come i lavoratori devono fare i conti con la realtà delle condizioni macro, anche le imprese devono prendere atto che non possano attrarre manodopera con paghe risibili.

Discorsi etici come “i giovani di oggi non hanno voglia di lavorare” sono le giustificazioni mentali che molti imprenditori trovano alla propria incapacità di adattarsi.

E perseverare non fa bene allo stesso mondo delle imprese. Contratti mal retribuiti e infondatamente a termine riducono da un lato il costo del lavoro, ma dall’altro anche la produttività e l’accumulo delle conoscenze. Pensate che un lavoratore dia il massimo per un lavoro che sa dovrà lasciare dopo qualche mese e con cui porta a casa spiccioli? E pensate che abbia voglia di formarsi, di accrescere le sue conoscenze specifiche per così poco e temporaneo? E dall’altra parte, quale impulso avranno gli imprenditori più piccoli ad investire e innovare, se riescono ad andare avanti con manodopera poco qualificata?

Ma la bassa produttività rende le aziende poco competitive. Anziché crescere, finiscono per avvitarsi su sé stesse e a sopravvivere di espedienti normativi. Questo non significa che il reddito di cittadinanza sia un bene. Non lo è affatto. Il denaro impiegato allo scopo sarebbe meglio utilizzato per abbattere quel cuneo fiscale che s’interpone tra impresa e lavoratore. Tuttavia, se qualcuno avesse nostalgia degli anni d’oro delle assunzioni a 5-600 euro al mese per anche 60-70 ore settimanali di lavoro, sarebbe il caso che cambiasse mestiere. Diffidate degli imprenditori che vanno in TV a lamentare la scarsa voglia di lavorare di chi non riescono ad assumere. Significa che ignorano le più elementari regole del mercato e cercano di buttarla nell’etica per continuare a portare avanti attività perlopiù decotte, carenti di innovazione e fondate solamente sulla scarsa qualità del prodotto/servizio offerto.

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