Lavoratori precari e redditi bassi rischiano la povertà anche nell’età della pensione

La pensione integrativa servirà sempre più per colmare le carenze del nostro sistema previdenziale pubblico, ma di questo passo ne rimarranno sprovvisti proprio coloro che più di tutti ne hanno bisogno.

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La pensione integrativa servirà sempre più per colmare le carenze del nostro sistema previdenziale pubblico, ma di questo passo ne rimarranno sprovvisti proprio coloro che più di tutti ne hanno bisogno.

In Italia, sono quasi 8 milioni i lavoratori iscritti a una qualche forma di previdenza complementare (fondi negoziali chiusi, aperti o piani individuali di risparmio), per masse gestite alla fine del 2018 di 167 miliardi di euro. Con il passaggio al metodo contributivo, molti lavoratori oggi sanno già che la loro pensione non risulterà sufficiente a consentire loro di godere di un tenore di vita adeguato durante la terza età, anche perché nel frattempo i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno ridotto i cosiddetti coefficienti di trasformazione, vale a dire che hanno reso, specialmente per il futuro, meno generosi gli assegni.

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Funziona così: quanti hanno iniziato a versare contributi dall’1 gennaio 1996 percepiranno la pensione solamente sulla base dei contributi effettivamente versati. Rispetto al sistema retributivo o misto, non è nemmeno previsto in loro favore l’integrazione al minimo, per cui o si raggiungerà un montante adeguato di contributi, oppure si rischia la fame. In passato e ancora oggi per i lavoratori che al 31 dicembre 1995 avevano versato almeno 18 anni di contributi, si andava in pensione con il metodo retributivo, vale a dire che l’assegno veniva legato agli anni di contribuzione (in soldoni, prendevi l’80% dell’ultimo assegno con 40 anni di contributi) e sulla base degli ultimi anni di retribuzione.

Il sistema pensionistico è diventato meno espansivo con il tempo, anche perché negli anni Novanta era arrivato a livelli di insostenibilità. Si andava in pensione mediamente fino a un minimo di 54 anni di età effettivi nel 1994 e si percepivano assegni molto alti, a fronte di pochi contributi versati. Chiaramente, a pagare il conto è stato previsto che fossero le future generazioni, come sempre accade quando i padri dilapidano i patrimoni, lasciando ai figli i debiti. Ora, in un sistema economico razionale, si farebbe almeno di tutto per spingere i giovani a mettersi al riparo per la vecchiaia con la costruzione di una pensione integrativa. Invece, aldilà delle solite chiacchiere politiche, nessun governo si è mostrato realmente sensibile al tema.

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Tra bassi salari e lavoro precario

Perché? Semplice: farsi una pensione integrativa costa, perché bisogna versare ogni mese il premio richiesto. E i lavoratori italiani più giovani o hanno lavori discontinui, cioè sono precari, oppure hanno redditi bassi, per cui non riescono a mettere da parte quanto basta per il loro futuro. Il paradosso di questo quadro avvilente è che rischiano di restare scoperti sia sul fronte della previdenza pubblica che di quella privata proprio coloro che ne hanno bisogno di più, dato il basso assegno atteso. Parliamo di giovani, donne e meridionali. Gli under 35, stando ai dati Covip, partecipano a uno schema privatistico solamente per il 20,4% della forza lavoro e contribuendo per i due terzi in meno della media. Le donne partecipano al 26,9% contro il 32,7% degli uomini e contribuendo per il 20% in meno. Infine, i versamenti al sud sono inferiori alla metà di quelli al nord.

Urge un piano emergenziale, altrimenti l’unica soluzione tra 20, 30 o 40 anni sarà di dovere assistere milioni di pensionati poveri, chiaramente a carico dei contribuenti, piaccia o meno, dando per scontato che nessuno potrà essere lasciato morire di fame. Quello che servirebbe per rafforzare il pilastro previdenziale privato sarebbe da un lato l’abbassamento del cuneo fiscale, così che le minori tasse offrano ai lavoratori maggiore capacità di risparmio, dall’altro politiche attive di sostegno all’occupazione, in modo da creare nuovi posti di lavoro e possibilmente stabili. In definitiva, devono aumentare le retribuzioni nette dei lavoratori e le occasioni di lavoro non precarie per i più giovani. Senza, ci ritroveremo tra una trentina di anni in una condizione di così forte instabilità sociale, da mettere a durissima prova anche la già debole tenuta delle istituzioni repubblicane.

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