Lavoratori di Serie B: i soliti senza tutele pagano più di tutti la crisi Covid

La crisi dell'occupazione non vale per tutti. Anche in pieno Covid a pagare maggiormente lo scotto sono i giovani, a causa di un mercato del lavoro duale.

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La crisi dell'occupazione non vale per tutti. Anche in pieno Covid a pagare maggiormente lo scotto sono i giovani, a causa di un mercato del lavoro duale.

Chi pensa che la pandemia sia democratica, si sbaglia. Almeno, non in termini di conseguenze economiche. L’altro ieri, l’ISTAT ha diffuso i dati sul mercato del lavoro italiano a luglio, comunicando un calo del numero degli occupati su base annua di 556 mila unità e al 57,8%, -1,3%. Rispetto al mese di febbraio, prima del “lockdown”, sono andati perduti quasi 500 mila posti di lavoro, mentre gli inattivi sono cresciuti di 400 mila e i disoccupati di 50 mila. Ma l’andamento è stato molto diverso per tipologia contrattuale, dato che il numero dei dipendenti assunti a tempo indeterminato risulta diminuito di 498 mila (-16,2%) in un anno e quello dei lavoratori autonomi di 239 mila (-4,5%).

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E i lavoratori a tempo indeterminato o anche detti “stabili”? Sono cresciuti di 181 mila (+1,2%). Non viene difficile capire perché: sono tutelati dalla norma che blocca i licenziamenti praticamente dal marzo scorso fino alla fine di quest’anno. Probabile che la categoria sarebbe uscita ugualmente meglio dalla crisi, pur in assenza del divieto di licenziamento, visto che le imprese, dovendo scegliere chi mandare a casa, si mostrerebbero più propense, anzitutto, a liberarsi della manodopera assunta a termine, facendo scadere i contratti senza rinnovarli. Eviterebbero anche tante rogne sul piano del confronto sindacale.

Giovani dimenticati anche con il Covid

Dai dati ISTAT emerge anche la risalita del tasso di disoccupazione giovanile sopra il 30%. E non è un caso. I giovani sono i principali assunti con contratti a tempo determinato. Quindi, ancora una volta stanno pagando più di altri lo scotto di questa crisi, che da sanitaria si è subito trasformata in economica e sociale.

Il dualismo ormai cronico del nostro mercato del lavoro continua a mietere vittime tra le categorie meno tutelate, le quali diventano sempre meno visibili agli occhi dello stesso legislatore, malgrado i proclami di senso contrario.

In pratica, abbiamo leggi che continuano ad allargare le tutele a chi già le possiede e a dimenticare che esiste un’area grigia sempre più ampia e sempre più in affanno. Non parliamo solo dei contratti a termine e, più in generale, degli “atipici”; le stesse partite IVA sono in buona parte fasulle, cioè finti lavoratori autonomi alle dipendenze di studi professionali o di grosse aziende, nei cui confronti dipendono in toto. “Vuoi lavorare per me? Apriti la partita IVA” è lo scambio di questi anni tra imprenditori impossibilitati ad assumere con contratti rigidi o che non hanno alcuna voglia di sostenerne i rischi.

Quando il blocco dei licenziamenti in autunno verrà rimosso, la crisi entrerà nelle case anche di quei lavoratori ad oggi solo formalmente tenuti in organico, ma nei fatti in esubero. A quel punto, le distanze tra dipendenti a termine e quelli stabili si ridurranno e, soprattutto, molte voci che ad oggi invocano forsennate di “restare a casa” si spegneranno, comprendendo il significato più pregnante di un facile slogan scandito sempre contro gli altri e che a breve tornerà indietro come un rovinoso boomerang.

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