Lavorare meno a parità di salario: proposta choc dell’Inps, ecco perché va nella direzione sbagliata

Proposta choc del presidente Inps, Pasquale Tridico, che avanza l'ipotesi di ridurre le ore di lavoro, a parità di salario. Ecco perché la ricetta è sbagliata.

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Proposta choc del presidente Inps, Pasquale Tridico, che avanza l'ipotesi di ridurre le ore di lavoro, a parità di salario. Ecco perché la ricetta è sbagliata.

Lavorare tutti, lavorare meno. Fu pressappoco questo il motto di Madame Martine Aubry, quando nel 1997 fu nominata ministro del Lavoro in Francia dall’allora neo-premier socialista Lionel Jospin. Pur dovendo annacquare la proposta iniziale per la prevedibile opposizione delle imprese, la donna introdusse la misura, ai tempi tanto rivoluzionaria, quanto criticata, delle 35 ore di lavoro a settimana, a parità di salario. L’intento del governo fu di incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro, sostanzialmente distribuendo quelli esistenti tra un numero superiore di persone. Da allora, in Francia risultano esservi 4 milioni di occupati in più, ma quanti di questi posti possano essere accreditati alle 35 ore rimane incerto. E se di recente il presidente Emmanuel Macron ha dovuto rendere più flessibile la legislazione sul lavoro, qualche ragione ci sarà. Non si può certo dire che la Francia sia stata e continui ad essere un esempio virtuoso sul fronte dell’occupazione, i cui tassi vengono tenuti relativamente alti da una platea di ben 5 milioni di dipendenti pubblici, 2 in più che in Italia.

Lo sapevate che i lavoratori italiani sono più produttivi dei tedeschi?

Qualche giorno fa, il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, fresco di nomina dopo la fine del mandato di Tito Boeri e considerato vicino al Movimento 5 Stelle, ha lanciato due proposte in sé abbastanza forti: il salario minimo per i lavoratori non coperti dalla contrattazione collettiva e la riduzione dell’orario di lavoro settimanale per creare nuovi posti di lavoro. Su questo secondo punto, ha osservato che l’ultima riduzione per via legislativa sia avvenuta ormai ben 50 anni fa e che, quindi, a suo avviso sarebbe arrivata l’ora di conformarsi alla nuova realtà dell’economia.

Cosa dicono le classifiche internazionali? Contrariamente a quanto si crederebbe, l’Italia figura per l’OCSE tra i paesi in cui si lavora di più ogni anno: ben 1.730 ore nel 2018. In Germania, si lavora “solo” 1.363 ore, in Francia 1.472, nel Regno Unito 1.676 e in Grecia oltre 2.000. A conti fatti, un italiano lavora mediamente quasi 33 ore e mezza a settimana, un tedesco poco più di 26, un francese quasi 28 e mezza, un greco oltre 39. Dunque, l’immagine di un sud dell’Europa sfaticato e di un nord tutto lavoro sarebbe stereotipata. Da questi numeri, emergerebbe che l’idea di Tridico sarebbe tutt’altro che strampalata. In realtà, il ragionamento da compiere sarebbe ben più complesso.

Il confronto tra Italia e Germania

Aggiungiamo altri dati: l’occupazione. Tenendo conto della popolazione in età lavorativa (15-64 anni), sappiamo che risulta occupato in Italia poco più del 58%, 10 punti in meno della media OCSE, contro oltre il 75% in Germania, il 66% in Francia e circa il 55% in Grecia. Sostanzialmente, laddove si lavora meno ore, si osserva una maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Anche questi numeri sembrerebbero dare ragione a Tridico, perché ci dimostrerebbero che 3 tedeschi su 4 risultano occupati, ma lavorando 7 ore a settimana in meno di un italiano. In pratica, se noi italiani lavorassimo quanto i tedeschi, potremmo vantare tassi di occupazione più alti del 20% rispetto al 58% attuale, cioè ci avvicineremmo moltissimo ai livelli della Germania.

Attenzione, però, a fare calcoli semplicistici e, soprattutto, a ribaltare il nesso di causalità. In un altro nostro articolo recente, vi abbiamo dimostrato come la produttività media di un italiano risulterebbe superiore a quella di un tedesco e di uno spagnolo, inferiore solo a quella di un francese, restando tra le grandi economie dell’Eurozona. Anche questi numeri sconfesserebbero l’idea che i lavoratori del Sud Europa batterebbero la fiacca, mentre quelli del nord sarebbero iper-produttivi. Semmai, come ha di recente pubblicato Il Sole 24 Ore, si riscontra il grave problema di una produttività del lavoro praticamente invariata in Italia da inizio secolo, mentre altrove registra tassi di crescita moderati, per quanto non entusiasmanti.

Questo spiegherebbe perché i salari italiani siano fermi da anni, mentre all’estero tendano a crescere.

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Le ragioni della bassa occupazione in Italia

Tirando le somme, il presidente dell’Inps avrebbe ragione o torto? Per prima cosa, dobbiamo capire che i tedeschi lavorano meno degli italiani non per effetto di una qualche legge che abbia ridotto l’orario settimanale, quanto per la diversa struttura produttiva in cui operano. La Germania è all’avanguardia sul piano della produzione di beni ad alto contenuto tecnologico, mentre l’Italia si concentra ancora su produzioni che richiedono più braccia e meno tecnologia. Questo giustifica due dati: l’alta occupazione e le basse ore lavorate tra i tedeschi. Come dimostra la macchina da guerra delle esportazioni della Germania, le imprese tedesche sono molto competitive e ciò sostiene le loro vendite all’estero, creando posti di lavoro qualificati, i quali mediamente richiedono meno ore dei posti di lavoro a bassa specializzazione, di cui abbonda il mercato italiano.

A ciò, però, dobbiamo aggiungere il fenomeno dei cosiddetti “Minijobs”, oggetto di discussione pubblica in Germania da anni. Di cosa si tratta? Di contratti a poche ore con cui numerosi tedeschi vengono assunti. Molti lamentano che falsino le statistiche sull’occupazione, facendo risultare occupate persone impiegate solo per qualche ora a settimana e che sono costrette a svolgere anche più lavori per sopravvivere. Tutto vero, ma resta indubbia la capacità dell’economia tedesca di creare lavoro un po’ per tutti, tant’è che attira braccia dal resto d’Europa.

Perché l’Italia ha cronicamente bassi tassi di occupazione? E cosa accadrebbe se passasse la proposta di Tridico? Nel nostro Paese, lavorano in pochi, perché l’economia è ferma da circa 25 anni. Siamo entrati in quella che gli economisti definiscono una “stagnazione secolare”, fenomeno comune al Giappone e, peraltro, verificatosi nello stesso periodo storico.

Se le imprese non hanno cosa produrre, va da sé che non abbiano ragione di assumere. Alla base di questa eterna crisi contribuiscono numerosi fattori: elevata tassazione su lavoro (cuneo fiscale) e imprese, burocrazia paralizzante, carenza di infrastrutture, bassa meccanizzazione dei processi produttivi, bassa specializzazione tra i lavoratori, basso numero di laureati, dimensioni delle imprese mediamente troppo piccole, etc.

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I rischi della riduzione per legge dell’orario di lavoro

Per ripartire ad assumere, le imprese italiane necessitano sostanzialmente di essere più competitive e il lavoro più produttivo. Questo non significa che i lavoratori debbano lavorare per più ore, bensì che debbano essere messi nelle condizioni di produrre di più, a parità di ore. L’idea di ridurre queste ultime va contro il concetto di produttività, seppure non necessariamente. Per un’impresa, pagare i dipendenti con lo stesso stipendio, a fronte di un minore monte-ore lavorato, significherebbe vedersi aumentato il costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP). In definitiva, spenderebbe di più per produrre, diventando meno competitiva sui mercati nazionali ed esteri, per cui dovrebbe o ridurre i propri margini di profitto e/o aumentare i prezzi alla vendita. Generalizzando una siffatta situazione, i lavoratori rischiano di veder vanificato il beneficio di qualche ora in più di tempo libero da un livello più alto dei prezzi, ossia dalla corsa dell’inflazione.

E se molte imprese esposte alla concorrenza non fossero in grado di aumentare i prezzi, vi sarebbe a loro carico un danno, in termini di minore capacità di profitto, cioè anche di accumulazione di risorse per gli investimenti futuri. In sostanza, il più alto costo del lavoro le priverebbe dei mezzi necessari per investire (autofinanziamento), spingendole a indebitarsi di più. Non è detto che debba accadere sempre. Ci sono comparti della nostra economia terziarizzata, in cui l’orario di lavoro in sé ha perso di significato, almeno così come lo intendiamo da decenni, se non secoli. Un contabile aziendale non è detto che non riesca a svolgere lo stesso lavoro in 7 ore, anziché 8. Anzi, bisogna ammettere che la produzione tende a diminuire con il numero delle ore lavorate consecutivamente, a causa dello stress psico-fisico a cui è sottoposto il lavoratore nell’arco della giornata. In altre parole, si è più produttivi nel corso della prima e della seconda ora di lavoro, che non alla settima e l’ottava. Pertanto, tagliando l’orario settimanale, si perderebbe con ogni probabilità una produzione marginale inferiore a quella pro-quota (un’ora in meno su 8 al giorno farebbe diminuire l’output probabilmente meno di un ottavo), rendendo meno severo l’aumento del CLUP.

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Ridurre l’orario di lavoro per legge colpirebbe il Made in Italy

Tuttavia, resta indubbio come l’operazione, ove fosse attuata, si tradurrebbe in un aumento generalizzato del costo del lavoro, mentre resterebbe indubbio il beneficio in termini macro, visto che più ore di tempo libero a disposizione, a parità di salario, non garantirebbe maggiori consumi. E l’impresa non è nemmeno detto che assumerebbe di più per compensare la quota di produzione perduta. Al contrario, i maggiori costi potrebbero dissuaderla dal produrre, spingere le imprese meno competitive a chiudere o a finire in quella vasta area del sommerso, in cui le relazioni con i lavoratori esulano dal rispetto delle leggi. E ciò appare particolarmente vero per un’economia a crescita zero e con una produttività stagnante da un paio di decenni a questa parte, dove la riduzione dell’orario di lavoro rischierebbe di condannare per un periodo ancora più lungo i lavoratori a stipendi piatti, frustrando le loro aspettative di miglioramento.

Viceversa, per creare occupazione e tendere ai livelli OCSE è necessario aumentare la produttività del sistema Italia, gravando meno sulle imprese in termini fiscali e burocratici e mettendole nelle condizioni di investire di più nell’ammodernamento degli impianti, un po’ come accade da qualche anno con Industria 4.0. I processi di robotizzazione, molto temuti dal mondo sindacale, possono anche avere un impatto negativo sui livelli occupazionali, ma nel tempo pagano, esitando produzioni a costi competitivi e la richiesta di manodopera più qualificata, con annesso miglioramento delle retribuzioni e incentivo alla specializzazione e all’accumulo delle conoscenze.

In Italia, invece, si guarda con ammirazione a una condizione divenuta patologica, ossia la piccola o minuscola dimensione media delle imprese, frutto in molti casi dell’incapacità/impossibilità dei titolari di espandersi, mantenendo il tessuto produttivo in una cronica sotto-capitalizzazione incapace di reggere alla concorrenza dei colossi stranieri, specie con l’ingresso nel mercato globale di economie emergenti come la Cina. La proposta di Tridico in sé non sarebbe del tutto folle, a patto che fossimo almeno nelle condizioni della Germania, in cui i tassi di occupazione sembrano avere raggiunto l’apice, i salari sono in crescita e la carenza di manodopera inizia a colpire i piani delle imprese di espansione della produzione. In Italia, nell’anno 2019 appare più una mossa suicida per quelle esportazioni a cui siamo tornati faticosamente nell’ultimo lustro, un tentativo grottesco di suddividere la stessa torta in fette più piccole e tra un maggiore numero di invitati, arrendendosi alla propria incapacità di ingrandirne le dimensioni.

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