Avanzata partiti euro-scettici vista con gli occhi dell’economia

Euro-scettici con il vento in poppa in tutta l'Eurozona. La loro avanzata si spiega con pochi dati macroeconomici, relativi all'ultimo decennio.

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Euro-scettici con il vento in poppa in tutta l'Eurozona. La loro avanzata si spiega con pochi dati macroeconomici, relativi all'ultimo decennio.

Se 10 anni fa ci avessero parlato dell’avanzata dei “populisti” nell’Eurozona, avremmo strabuzzato gli occhi. Che la UE e, in particolare, l’euro siano stati accompagnati sin dalla loro nascita da un atteggiamento di scetticismo, oltre che di aperta opposizione, è sempre stato noto, ma nulla da impensierire i partiti tradizionali, che forti dei consensi riscossi fino a poco tempo fa, riuscivano a garantire a Bruxelles un sostegno granitico.

La fotografia scattata dalla stessa UE adesso è nettamente diversa da quella di un decennio or sono. Un quarto dei cittadini residenti nei 19 paesi dell’Eurozona sarebbe contrario alla moneta unica. In Italia, facendo la somma dei consensi potenziali dei partiti dichiaratamente contrari all’euro, si arriverebbe a una maggioranza parlamentare euro-scettica.

Per capire cosa sia accaduto nell’ultimo decennio, bastino tre dati. Il primo riguarda il tema sensibilissimo della disoccupazione: oggi è senza un lavoro nell’Eurozona il 9,5% della popolazione in cerca di un impiego, una percentuale superiore al 7,3% di fine 2007-inizio 2008, anche se in calo negli ultimi quasi quattro anni e nettamente inferiore al picco dell’oltre il 12% toccato nel 2013. (Leggi anche: Perché gli euro-scettici vincono sui partiti tradizionali)

Disoccupazione in crescita, tranne che in Germania

In quest’ultimo decennio, la Germania ha visto crollare il suo tasso di disoccupazione dal 9% al 3,9%, mentre tutte le altre principali economie lo hanno visto salire. Nel dettaglio, è passato dal 6% all’11,5% in Italia, dall’8% al 18% in Spagna, dal 7,5% al 23% in Grecia e dal 7,2% al 10% in Francia.

Alla base di questa divergenza tra il mercato del lavoro tedesco e quelli delle altre principali economie dell’area vi è un andamento asimmetrico sul fronte della crescita. Il pil si è espanso dal 2008 (incluso) al 2016 dell’8,3% in Germania, del 5,4% in Francia, mentre si è contratto del 7,5% in Italia, dello 0,8% in Spagna e di un drammatico 25% in Grecia. (Leggi anche: Perché la risposta degli euro-scettici alla crisi è spesso sbagliata)

Debito pubblico esploso, ma non in Germania

Infine, i livelli di debito pubblico sono esplosi mediamente in tutta l’area, passando dal 64,9% del 2007 al 90,7% attuale rispetto al pil, ma con forti differenze tra stato e stato.

In Germania, dopo un’impennata fin sopra l’80%, risulta adesso sceso al 65,9%, poco sopra il 63,5% di 10 anni fa; in Francia è schizzato dal 64,4% al 97,8%, in Italia dal 103% al 133%, in Spagna dal 35,5% al 100%, in Grecia dal 103% a quasi il 180%.

La crisi economico-finanziaria del 2008-’09 e il colpo di coda nel triennio 2011-2013 hanno esacerbato le differenze tra le varie economie dell’area, ponendo fine al processo di convergenza che pure si era registrato nel decennio precedente ed esitando un pil nel complesso stagnante, ma frutto di una crescita accettabile, pur modesta, in Germania, più lenta ancora in Francia e di una pesante recessione nel Sud Europa, sebbene la Spagna sia tornata ad agganciare i livelli di ricchezza del 2007.

Che il progetto euro sia messo in discussione in grossa parte dell’area non dovrebbe sorprendere. La lentezza dei progressi compiuti dall’Eurozona e l’assenza di certezze sulle prospettive di ripresa in economie come la Grecia e l’Italia creano i presupposti stessi per un’offerta politica differente da quella dei partiti tradizionali, rimasti ancorati con rigidità spesso desolante a schemi e contenuti non più rispondenti alle richieste della base. Il disastro dei numeri di cui sopra non può trovare come risposta le spallucce dei governi. (Leggi anche: Perché euro-scettici avanzano in tutta la UE?)

 

 

 

 

 

 

 

 

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