L’autocritica di Juncker sull’austerità europea sventra il fronte anti-sovranista

L'autocritica di Juncker sull'austerità sa di presa in giro, quando mancano pochi mesi alle elezioni europee. Bruxelles non ha cambiato linea su nulla e il suo massimo rappresentante è stato un uomo inadeguato.

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L'autocritica di Juncker sull'austerità sa di presa in giro, quando mancano pochi mesi alle elezioni europee. Bruxelles non ha cambiato linea su nulla e il suo massimo rappresentante è stato un uomo inadeguato.

Qualche giorno fa, il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, ha usato parole abbastanza clamorose, quando ha sostenuto che sulla Grecia sarebbe stata praticata “un’austerità avventata” in piena crisi e gli altri stati UE si sarebbero mostrati poco solidali con il popolo ellenico. Aldilà del contenuto di tale espressione, viene da chiedersi come mai, quasi a scadenza di mandato, nel momento peggiore per le formazioni europeiste al potere, uno dei massimi rappresentanti delle istituzioni comunitarie abbia fatto autocritica. Se fossimo nel paese delle meraviglie di Alice, diremmo che si sia trattato di una genuina presa di coscienza degli errori commessi nella gestione non soltanto della crisi di Atene, bensì nel complesso di quella dell’euro di questi anni. Queste parole appaiono ancora più incomprensibili, se si considera che fino a poche settimane fa lo stesso Juncker sia stato agguerrito oppositore della manovra di bilancio presentata dall’Italia, che inizialmente alzava il target sul deficit al 2,4% del pil, scalato poi al 2%.

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Per mesi, i commissari hanno tuonato contro il nostro Paese, manco stessimo per lanciare missili nucleari verso il resto del pianeta, tacciandoci di irresponsabilità e paventando scenari catastrofici sul piano economico e finanziario per quello zero virgola in più di disavanzo fiscale a cui il governo Conte puntava e che parzialmente ha portato a casa. Delle due l’una: o siamo dinnanzi a una Commissione erratica o dietro alle sue posizioni e dichiarazioni si cela una qualche strategia, per quanto incomprensibile al momento appaia.

La confusione mentale di Juncker

Cercare di comprendere Juncker è opera quasi impossibile e non vogliamo neppure speculare sulle voci, secondo cui avrebbe problemi con la bottiglia.

Parliamo di un uomo, le cui dichiarazioni sono perlopiù sopra le righe e spesso contraddittorie sia con le proprie rese in precedenza, sia con quelle del blocco politico che lo sostiene. Anche sulla Grecia, è passato spesso dal mostrarsi inflessibile contro il governo di Atene al criticare duramente gli altri governi, tedesco per primo, definendoli egoisti. Insomma, Juncker è quello che è, ma il problema politico delle sue parole non appare per ciò stesso minore. Sostenere, infatti, che l’Europa abbia scelto di attuare politiche “avventate” per reagire alla crisi significa sostanzialmente dare ragione alle formazioni “sovraniste” ed euro-scettiche, date con il vento in poppa alle prossime elezioni europee di maggio.

Soprattutto, Juncker rischia di creare problemi alla cancelliera Angela Merkel, suo principale sponsor nel 2014 e la cui debolezza politica in Germania e all’estero appare da mesi lampante. In Italia, poi, rende ancora più flebile la voce delle opposizioni, specie quella del PD, che nell’ultimo decennio ha sposato la linea dell’ortodossia filo-UE. Che senso ha avuto criticare sé stessi e il proprio operato, quando il PPE e i socialisti tentano di difendersi con le unghie e con i denti dalle accuse di avere mandato in malora mezzo continente con politiche suicide e di avere persino saccheggiato economie come la Grecia?

Se, poi, fossimo a una rottura rispetto al passato, quanto meno diremmo che si tratterebbe di una svolta, giusta o sbagliata/tardiva che fosse, mentre non è così. Come abbiamo evidenziato sopra, l’Italia ha subito mesi di linciaggio a Bruxelles per avere voluto innalzare il deficit di qualche decimale di punto percentuale, mentre dalla BCE arrivano segnali tutt’altro che distensivi sul fronte bancario, con la richiesta di accantonamenti di capitale più cospicui per velocizzare l’abbattimento dei crediti deteriorati o NPL. E sotto i riflettori di Francoforte restano le forti esposizioni delle banche italiane verso i BTp. Insomma, la musica non è affatto cambiata, eppure qualche massimo esponente ci vorrebbe far credere che la UE abbia riconosciuto e compreso gli errori commessi.

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Nessun ravvedimento concreto di Juncker

Per concludere, c’è la vicenda Brexit. La Commissione europea gioca ancora al poliziotto cattivo contro Londra, puntando o fare saltare i piani del governo May per fare uscire il Regno Unito dalla UE o almeno a portare a casa un accordo punitivo nei confronti dei britannici, così da mettere sull’attenti cittadini e formazioni politiche dell’area e dissuaderli dal compiere scelte simili. Anziché cercare di spuntare un accordo massimamente favorevole agli interessi economici (e non solo) europei in gioco, ma realisticamente accettabile per la controparte, si continua a perseguire l’azzardo, rischiando di provocare grossi contraccolpi anche politici all’intero continente.

No, non siamo in presenza di un’autocritica ragionata e forse nemmeno genuina. Juncker è il rappresentante di istituzioni che si sono screditate da sole con un atteggiamento ottuso e arrogante, oltre che discriminatorio nei confronti di alcuni stati membri, come dimostra il caso della Francia, che di recente ha comunicato senza nemmeno trattare alcunché di violare per quest’anno il tetto massimo del deficit al 3%, quando già aveva avvertito che avrebbe riportato un rapporto più alto anche per l’anno passato. Tutto questo, senza che i commissari si siano sentiti in dovere di indagare, anzi plaudendo alla risposta del presidente Emmanuel Macron verso la protesta sociale. La falsa autocritica di Juncker rafforza la convinzione che di questi personaggi da macchietta bisogna liberarsi al più presto. Non sono affatto custodi di alcun progetto europeo, ma semplicemente uomini sbagliati al posto sbagliato e che hanno forse compromesso irrimediabilmente proprio quel progetto, seminando un clima di esasperazione verso Bruxelles da un lato e tra stati dall’altro. Del resto, nessuna istituzione autorevole e rappresentativa si sognerebbe mai di definire i suoi membri “commissari”, termine che sa di stato di polizia, di coercizione, di burocrati autoreferenziali al di sopra della democrazia e di politiche squilibrate.

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