L’attacco di Trump all’OPEC sul petrolio e il gioco di sponda con la Fed che passa da Iran e Venezuela

Ecco le ragioni per le quali il presidente Trump è tornato ad attaccare l'OPEC sul taglio della produzione di petrolio e la partita in corso con l'Arabia Saudita.

di , pubblicato il
Ecco le ragioni per le quali il presidente Trump è tornato ad attaccare l'OPEC sul taglio della produzione di petrolio e la partita in corso con l'Arabia Saudita.

E’ stata una seduta no quella di ieri per il petrolio, con le quotazioni del Brent ad essere scivolate del 3,3% a 64,75 dollari al barile sulle dichiarazioni del presidente americano Donald Trump, tornato ad attaccare l’OPEC via Twitter con un invito al “relax”, avvertendo che il greggio sarebbe già caro e che l’economia mondiale sarebbe “fragile” per sostenere un ulteriore aumento dei prezzi.

Le parole dell’inquilino della Casa Bianca arrivano alla vigilia del mese di marzo, durante il quale l’Arabia Saudita ha promesso una riduzione imponente della propria offerta, a seguito del taglio della produzione deciso a novembre per la seconda volta in due anni e per 1,2 milioni di barili al giorno. Da un minimo di meno 55 dollari a dicembre, le quotazioni sono risalite nei pressi dei 70 dollari.

Che cosa sta succedendo? Trump già ha in mente la prossima scadenza elettorale, quella del novembre dell’anno prossimo, quando cercherà il bis alla presidenza. Dovrà cercare di allontanare il più possibile l’arrivo di una recessione, che ormai i tre quarti degli analisti intravedono iniziare entro il 2021. In effetti, l’economia americana è in espansione dal secondo trimestre del 2009. Siamo già a un record e il rischio avvertito dal presidente risiederebbe in quella stretta monetaria che la Federal Reserve riterrebbe necessario che proseguisse ancora un po’, salvo che i fondamentali non spingano a fare altro.

Il governatore Jerome Powell si è detto “paziente” sul rialzo dei tassi USA al board di gennaio. Può permetterselo, nonostante una disoccupazione ai minimi da quasi mezzo secolo, non fosse altro che per il ripiegamento dell’inflazione negli ultimi mesi, coincidente – guarda caso – con il crollo del 35% delle quotazioni del petrolio tra inizio ottobre e fine dicembre scorsi. Con la loro ripresa, tuttavia, rischia di venire meno la giustificazione più importante per evitare una prossima stretta per i prossimi mesi. Serve, quindi, che il petrolio resti basso, possibilmente sotto o nei dintorni dei 60 dollari. E’ evidente, però, che non basterà un tweet per impedirne la corsa.

Trump attacca la Fed e il principe saudita gli darebbe una mano con il petrolio

Il possibile baratto tra America e Arabia Saudita

Ed ecco che Trump avrebbe in mente qualcosa di più sostanzioso che esternare la sua ira sui social contro l’OPEC. Può vantare ottimi rapporti con la famiglia reale saudita e, in particolare, con il principe ereditario Mohammed bin Salman (MbS). Questi non ha preso bene l’esenzione che la Casa Bianca ha garantito a otto grandi economie del pianeta dalle sanzioni reintrodotte contro le esportazioni di greggio iraniano. Tra i beneficiari, ci siamo proprio noi dell’Italia, oltre a Turchia, Grecia, India, Giappone, Taiwan, Corea del Sud e Cina. Troppo per Riad, che si sente presa in giro dall’America, la quale aveva promesso sanzioni dure contro Teheran, il nemico comune nel Medio Oriente. Invece, dei 2,5 milioni di barili al giorno esportati prima della reintroduzione dell’embargo, l’Iran continua a venderne all’estero almeno 1 milione.

Dal canto suo, i sauditi hanno la necessità di risollevare le quotazioni nei pressi degli 80 dollari per centrare il pareggio di bilancio. Le esportazioni petrolifere valgono ancora quasi l’80% del totale e i due terzi delle entrate statali. Serve un accordo. Quale? Un possibile scambio avverrebbe sulla pelle proprio dell’Iran: eliminare del tutto le esenzioni alle sanzioni o almeno ridurle. Sul mercato vi sarebbe meno greggio disponibile e l’OPEC avrebbe formalmente minori pretesti per perseguire un ulteriore taglio alla produzione. Anzi, l’Arabia Saudita ne approfitterebbe per più che compensare le minori esportazioni iraniane, specie se temporaneamente dovesse registrarsi un crollo atteso anche della produzione in Venezuela, paese sconvolto dalla crisi economica, politica e dalle violenze seguite all’autoproclamazione di Juan Guaido a capo dello stato. Da 1 milione di barili giornalmente estratto, si stima che nei prossimi mesi dovrebbe scendersi intorno alla metà.

Dunque, tra Iran e Venezuela ballano fino a 1,5 milioni di barili al giorno di minore offerta potenziale da qui a breve, quasi quanto gli 1,8 milioni al giorno tagliati dai sauditi solo tra novembre e dicembre.

E’ dato come molto probabile un potenziamento delle sanzioni americane anche contro Caracas, così da mettere definitivamente in ginocchio il regime “chavista” di Nicolas Maduro. Ed ecco che i sauditi farebbero festa, essendo gli unici nell’OPEC a disporre delle potenzialità e della tecnologia per incrementare in poco tempo le sue estrazioni fino – sostiene il regno – ad almeno 12 milioni di barili. Se accadesse, sul mercato affluirebbe più petrolio di quello attuale e il segnale, oltre tutto, sarebbe profondamente negativo per i prezzi, i quali verosimilmente tornerebbero ad assestarsi a non più di 60 dollari, un livello perfettamente compatibile sia con un’inflazione stabile negli USA, sia con i margini di profitto delle compagnie americane. E la Fed non va cercando altro, se non la scusa per non alzare più i tassi.

Ecco come l’Arabia Saudita fregherà l’OPEC sul petrolio

[email protected] 

 

Condividi su
flipboard icon
Seguici su
flipboard icon
Argomenti: , , ,