L’attacco al dollaro della Cina prosegue e Trump blocca Alibaba su MoneyGram

Pakistan e Cina regoleranno gli scambi in yuan e non più in dollari. E l'America di Trump reagisce con minacce per il sostegno di Islamabad al terrorismo islamico.

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Pakistan e Cina regoleranno gli scambi in yuan e non più in dollari. E l'America di Trump reagisce con minacce per il sostegno di Islamabad al terrorismo islamico.

La Banca di Stato del Pakistan ha dato il suo via libera alle imprese pubbliche e private, affinché gli scambi di beni e servizi e gli investimenti con la Cina possano avvenire in yuan. La nota arriva a un paio di settimane di distanza da dichiarazioni favorevoli in tal senso del governo di Islamabad e sembra legato al CPEC, il China Pakistan Economic Corridor, un accordo commerciale tra i due paesi, che a sua volta rientra nel più vasto progetto di Pechino di creare una nuova Via della Seta, che leghi economicamente ben 60 paesi. E non sembra una coincidenza che questo annuncio venga reso a pochi giorni di distanza dalle schermaglie verbali con Washington. Nei giorni scorsi, il vice-presidente Mike Pence si è recato per la seconda volta in poco tempo in visita in Afghanistan per stare vicino alle truppe americane ivi stanziate e da lì ha attaccato proprio il Pakistan, avvertendolo che il sostegno ad Al Qaida avrà un costo e che l’alleato avrà molto da perdere proseguendo su questa strada. (Leggi anche: Ecco perché l’ascesa dello yuan sarebbe positiva per l’economia mondiale)

Chiaramente, Islamabad ha negato le accuse, ma la tensione con gli USA è salita tantissimo, tanto che diversi analisti italiani vi hanno letto nell’adozione dello yuan come valuta per gli scambi con la Cina una sorta di ritorsione contro la Casa Bianca. In realtà, guardando alla tempistica dei fatti, sembra vero il contrario, ossia che l’amministrazione Trump abbia attaccato il Pakistan dopo che questi ha esternato i suoi piani per adottare lo yuan al posto del dollaro nelle relazioni bilaterali con la Cina.

Non stiamo parlando di una perdita significativa sul piano dei numeri: il Pakistan ha esportato beni e servizi per circa 1,62 miliardi di dollari nel 2017 verso la Cina, ma ne ha importati per 10,57 miliardi, segnalando un enorme squilibrio commerciale. L’interscambio ammonta, quindi, a poco più di 12 miliardi di dollari, nulla che possa impensierire Washington, nemmeno nel caso in cui il 100% di tali pagamenti venisse d’ora in avanti regolato in yuan. Tuttavia, qui vale il principio: il dollaro viene bypassato da un’economia asiatica per le relazioni commerciali con paesi terzi, mettendone a rischio lo status di valuta di riserva mondiale.

Cina attacca il dollaro

Il pericolo è tanto più forte, se si considera che la Cina stia ambendo apertamente a sostituire progressivamente il dollaro nelle relazioni con i principali partners commerciali. A inizio settembre, nel corso di una riunione con gli altri membri del cosiddetto Brics (Brasile, Russia, India e Sudafrica), Pechino ha avanzato un’offerta alle altre economie asiatiche con cui commercia: regolare in valute locali e non più in dollari i pagamenti per la compravendita di petrolio, garantendo migliori condizioni contrattuali a chi optasse per tale soluzione. Un attacco nemmeno velato al dollaro, che sta creando più di qualche preoccupazione negli USA. (Leggi anche: Bomba cinese contro petrodollari, America minacciata)

Che tra le prime due potenze economiche del mondo sia in atto una guerra sotterranea e non militare (per adesso, per fortuna) lo segnala non da ultimo anche il blocco da parte della Commissione per gli investimenti esteri negli USA (Cfius) dell’autorizzazione alla vendita di MoneyGram alla cinese Ant Financial, società affiliata ad Alibaba, colosso delle vendite online, il vero concorrente diretto di Amazon nel mondo, anche se per adesso vanta un business molto concentrato in patria. L’operazione da 1,2 miliardi di dollari è saltata per le evidenti riserve dell’amministrazione Trump, che accusa esplicitamente la Cina di favorire le proprie imprese, ai danni degli interessi dei lavoratori americani. Nei precedenti 27 anni, solo tre accordi transnazionali erano stati bocciati negli USA.

Trump più vicino a Riad per difendere il dollaro

Lo scontro USA-Cina, quando siamo a quasi un anno di presidenza Trump, è stato meno intenso del previsto, anzi i toni tra Washington e Pechino sono rimasti abbastanza distesi per via dell’alleanza di scopo tra le due capitali nel cercare di porre un freno alle bizzarrie della Corea del Nord. Donald Trump ha chiesto al collega Xi Jinping di collaborare, ottenendo in cambio un nuovo accordo commerciale con gli USA più favorevole di quanto non verrebbe altrimenti redatto. Ma la divergenza degli interessi nazionali nel medio e lungo termine non potrà che riportare le due potenze su lati opposti del tavolo. La Cina è conscia della propria forza economica e ormai confida che, almeno in Asia, la progressiva erosione del dollaro in favore dell’adozione dello yuan negli scambi sia solo questione di tempo.

Per arginare il più possibile tale rischio e allontanarlo negli anni, Washington si stringe attorno agli alleati preziosi nel mantenimento dei petrodollari: i sauditi. E non è un caso la riapertura delle ostilità verso l’Iran, nemico dell’Arabia Saudita. Senza il convinto sostegno di Riad, il dollaro cesserebbe all’istante di essere valuta per pagare gli acquisti dei barili di greggio nel mondo. E la vita per gli americani sarebbe meno facile. (Leggi anche: Sogno americano si trasformerà in incubo con fine petrodollari)

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