L’Argentina trova l’accordo con i fondi “avvoltoi” e la fine del default si avvicina

L'Argentina è a un passo dal formalizzare un accordo con i fondi "avvoltoi", ponendo termine così al default e uscendo dall'isolamento finanziario.

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L'Argentina è a un passo dal formalizzare un accordo con i fondi

L’Argentina avrebbe trovato un accordo con Elliott Management e Aurelius Capital Management, i 2 maggiori fondi creditori del paese sudamericano e i più duri in questi anni contro Buenos Aires. Lo ha annunciato il loro legale, che ha parlato anche in rappresentanza di altri 2 fondi, i quali complessivamente detengono il 65% dei bond in mano ai creditori non ristrutturati e vincitori della lunga battaglia legale contro il governo argentino. Solo Elliott Management e Aurelius Capital Management posseggono crediti per 5 miliardi. Secondo alcune stime del governo, l’accordo comporterebbe un esborso di quasi 10 miliardi, prevedendo un taglio del 25% del valore preteso dai creditori. A questo punto, il Congresso dovrà votare una modifica alla legge, che impedisce al paese di offrire condizioni differenti da quelle accettate dagli obbligazionisti ristrutturati del 2005 e del 2010,  i quali hanno dovuto accontentarsi di un taglio del valore nominale dei titoli in loro possesso del 70% e di un allungamento delle scadenze.

Default Argentina, breve cronistoria

L’Argentina andò in default nel dicembre del 2001 su 82 miliardi di dollari di debito. Il paese restò in crisi economica per anni e nel 2005 e successivamente nel 2010 raggiunse con il 92% dei creditori 2 accordi di ristrutturazione, ai quali non aderirono alcuni fondi stranieri, specie americani, che guidati proprio da Elliott Management del miliardario Paul Singer hanno chiesto al governo di Buenos Aires l’integrale rimborso dei bond. Alla risposta negativa, hanno fatto causa negli USA, dato che i titoli erano stati emessi sotto la legge americana per attirare capitali stranieri, vincendo definitivamente la loro battaglia nell’estate del 2014, quando il giudice di New York, Thomas Griesa, sentenziò che il governo argentino non avrebbe potuto onorare le scadenze dei creditori ristrutturati, senza prima avere sbloccato i pagamenti anche in favore dei fondi ricorrenti.

A causa della mancata volontà dell’allora amministrazione Kirchner di ottemperare alla sentenza, l’Argentina ha fatto scattare un secondo default “tecnico” sin dalla fine di luglio di 2 anni fa e da allora non riesce a rifinanziarsi sui mercati finanziari internazionali.    

Inflazione Argentina un rischio dopo svalutazione peso

Con l’accordo ormai prossimo all’ufficializzazione, il presidente Mauricio Macri, in carica da appena 2 mesi e mezzo, punta a riconquistare l’accesso al mercato dei capitali esteri, in modo da finanziare a costi più contenuti il debito in scadenza e il disavanzo fiscale ereditato. Il nuovo capo dello stato intende anche attirare nuovi capitali dall’estero, necessari per sostenere l’economia. A inizio mese, ha siglato un’intesa anche con gli obbligazionisti italiani. A pochi giorni dal suo insediamento, come promesso, Macri ha lasciato fluttuare il cambio liberamente sul mercato, in modo da porre fine al preoccupante disallineamento tra i pesos ufficiali e quelli sul mercato nero. Da allora, la valuta locale ha perso circa il 36% contro il dollaro, attestandosi attualmente a un cambio di 15,31. La svalutazione del peso sta impattando negativamente sui prezzi, tanto che gli analisti si attendono a febbraio un’inflazione in crescita del 4-5% su gennaio e del 30% su base annua. Inoltre, al fine di risanare i conti pubblici, il governo sta progressivamente anche tagliando i sussidi generosamente elargiti negli anni passati alla popolazione e che hanno tenuto le bollette, come quelle della luce, a tariffe quasi gratuite. Nel breve termine, però, tali misure contribuiscono ad accelerare l’inflazione e il rischio è che il riformismo di Macri sia avvertito negativamente dai ceti popolari, punendolo nei consensi. Si tratta, tuttavia, di azioni necessarie per fare uscire l’Argentina dall’isolamento finanziario e, in parte, anche politico, in cui si era cacciato negli anni della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner.  

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