L’Argentina tratta un nuovo prestito con il Fondo Monetario ed è caos alla banca centrale

L'Argentina cambia per la seconda volta in 4 mesi governatore centrale, mentre il governo chiede nuovi aiuti al Fondo Monetario Internazionale. E il peso continua a collassare sul mercato dei cambi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Argentina cambia per la seconda volta in 4 mesi governatore centrale, mentre il governo chiede nuovi aiuti al Fondo Monetario Internazionale. E il peso continua a collassare sul mercato dei cambi.

L’Argentina ha un nuovo governatore della banca centrale, l’economista Guido Sadleris. Sostituisce il dimissionario Luis Caputo, già ministro delle Finanze fino al maggio scorso, quando a sua volta aveva dovuto sostituire alla guida dell’istituto Federico Sturzenegger. Finisce dopo 4 mesi l’avventura di Caputo come responsabile della politica monetaria di Buenos Aires, pare per contrapposizioni con il ministro dell’Economia, Nicolas Duvojne, che ha espresso pieno sostegno al nuovo governatore. Nel frattempo, i tassi sono stati alzati al 60%, il livello più alto al mondo, mentre il cambio tra peso argentino e dollaro non ha cessato di indebolirsi e ieri è arrivato a perdere il 7% sulla notizia dell’avvicendamento alla banca centrale, chiudendo a 38,28, segnando un -2,6% giornaliero e cumulando il -54% quest’anno. Proprio l’inefficacia delle azioni messe in campo da Caputo avrebbe creato frizioni con il governo a cui egli stesso apparteneva fino a pochi mesi fa. Nemmeno la riforma delle aste per i contratti “swap” con cui intervenire sui mercati a sostegno del cambio ha esitato un risultato positivo.

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E mentre Caputo lasciava, la stampa nazionale riportava l’indiscrezione che il governo sta trattando con il Fondo Monetario Internazionale una linea di credito supplementare di 3-5 miliardi di dollari, che si aggiunge ai 50 miliardi già stanziati dall’istituto in tarda primavera. L’accordo, stando alle stesse parti, potrebbe essere siglato entro oggi stesso. Un fatto, che evidenzia ancora di più la dipendenza dell’Argentina dagli aiuti internazionali e sottolinea forse anche come il suo fabbisogno finanziario si starebbe deteriorando con il trascorrere dei mesi, anziché migliorare.

Rischio di ritorno al passato

Tornando alla banca centrale, nelle scorse ore si è diffuso il rumor, secondo cui il neo-governatore introdurrebbe una banda di oscillazione per il tasso di cambio contro il dollaro, ponendo così fine a meno di 3 anni di libera fluttuazione, introdotta in avvio di presidenza da Mauricio Macri. Se così fosse, torneremmo indietro all’era Kirchner e a tutte le inefficienze che essa ha generato. Un cambio non libero di muoversi secondo le forze del mercato tenderebbe a sganciare il peso argentino dai fondamentali, se teniamo conto che attualmente l’inflazione nell’economia sudamericana viaggia nei pressi del 35% e che il mercato si attende un rallentamento, se non il congelamento, dell’agenda di riforme apertasi alla fine del 2015. Il taglio dei sussidi, tra cui quelli sulle tariffe elettriche per le famiglie, verrebbe attenuato fino alle prossime presidenziali di fine 2019, con la conseguenza che il risanamento dei conti pubblici andrebbe in parte a farsi benedire. Da qui forse i nuovi prestiti richiesti all’FMI.

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Certo, fermare la liberalizzazione dei prezzi di molti beni e servizi sussidiati dallo stato avrebbe il vantaggio temporaneo di arrestare la corsa dell’inflazione, consentendo alla banca centrale di prendere fiato ed evitare così di proseguire con una stretta monetaria in sé già pesante e rovinosa per l’economia. Tuttavia, questo passo indietro finirebbe per ridurre l’appeal già scarso dell’Argentina per gli investitori domestici e stranieri, frenandone la crescita e conservandone le vecchie inefficienze alla base della crisi attuale. Non è nemmeno detto che ciò basti a Macri per ottenere un secondo mandato, visto che l’economia argentina sarebbe già caduta in recessione e difficilmente da qui a 13 mesi sarà in grado di riprendersi, specie senza riforme che agevolino la risalita della china. Il collasso del peso sconta anche questo scenario di stallo e il secondo cambio della guardia in 4 mesi alla banca centrale genera solo confusione e sconcerto per la confusione con cui le istituzioni di Buenos Aires stanno gestendo la crisi.

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti