L’Argentina si avvicina al baratro: peso a -76% sul mercato nero. Riserve a picco

Sempre più grave la crisi del peso in Argentina, dove la valuta varrebbe al mercato nero il 76% in meno del tasso ufficiale. Intanto, il livello delle riserve continua a colare a picco.

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Si amplia la distanza tra il tasso di cambio ufficiale e quello illegale sul mercato nero. Il cosiddetto “dolar blue” è scambiato ora contro 14,95 pesos, quando ufficialmente la chiusura è stata venerdì a 8,49. Rispetto a quest’ultimo valore, il peso vale il 76% in meno sul mercato nero, in aumento dal 68-69% della terza settimana di settembre. Ad aggravare la crisi valutaria argentina c’è l’assottigliamento delle riserve della banca centrale, scese ad appena 28 miliardi di dollari, livello sotto il quale l’istituto non intende andare. Per questo, ci rimette il sistema produttivo, perché la difesa ad oltranza del peso comporta per le imprese l’impossibilità di reperire legalmente dollari per importare beni e servizi, secondo un trend pericoloso già noto in Venezuela.   APPROFONDISCI – L’Argentina trucca anche il bilancio 2015. E il dollaro vola al mercato nero   Per cercare di ridurre la fuga dei capitali, legale o meno che sia, la banca centrale argentina ha alzato i tassi dal 19% al 23% sui depositi vincolati degli individui, un espediente che gli analisti ritengono non frenerà i deflussi, se si pensa che l’inflazione si attesterebbe intorno al 40%, benché ne dicano le statistiche ufficiali. A questi ritmi, si pensa che le riserve valutarie possano diminuire di 200 milioni di dollari. Secondo José Guerra, il livello più basso degli ultimi 11 anni per le riserve valutarie argentine è da addebitarsi a tre fattori: l’aumento delle importazioni, il calo del prezzo del petrolio e il calo del prezzo dell’oro. In pratica, ciò che l’Argentina acquista dall’estero aumenta di prezzo, mentre ciò che esporta diminuisce.

La politica fiscale

C’è un quarto fattore che aumenta l’inflazione a livelli allarmanti e provoca la crisi del peso e delle riserve: il deficit fiscale. Le spese statali crescono a un ritmo del 10% superiore a quello delle entrate. Poiché la seconda economia sudamericana non ha accesso al mercato dei capitali internazionali, dati i due default del 2002 e del luglio di quest’anno, la presidenta Cristina Fernandez de Kirchner sta pensando bene da molto tempo di finanziare il deficit stampando moneta. Nel solo quarto trimestre dell’anno, le nuove emissioni potrebbero ammontare a 100 miliardi di pesos. Ormai, le passività della banca centrale sono così alte, che si prevede che entro la fine dell’anno dovrà emettere almeno 5 miliardi di pesos al mese per il solo pagamento degli interessi.   APPROFONDISCI – Il default tecnico dell’Argentina è stato un grave errore   Rispetto al pil, le riserve argentine sono crollate al 4,9%, quando in Brasile ammontano al 17,1% e in Messico al 15,1%. E senza contare delle cause pendenti con diversi creditori finanziari e commerciali che Buenos Aires ha davanti all’ICSID, che potrebbero dare un ulteriore colpo alla sua disponibilità di dollari. Non sta giocando certamente in favore della credibilità residua del paese la sostituzione del dimissionario governatore centrale Juan Carlos Fabrega con il filo-governativo Alejandro Vanoli, quest’ultimo prono alle ragioni di politica fiscale e monetaria del governo Kirchner e del ministro dell’Economia, Axel Kicillof.   APPROFONDISCI – L’Argentina verso il baratro: si dimette il governatore della banca centrale. Crolla la borsa      

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