L’Argentina ritorna peronista, subito super stretta sui dollari: tremano agricoltori e creditori

Le elezioni in Argentina hanno confermato la vittoria del peronista Alberto Fernandez sul presidente uscente Mauricio Macri. La banca centrale annuncia subito una stretta molto forte sui capitali, mentre agricoltori e obbligazionisti tremano.

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Le elezioni in Argentina hanno confermato la vittoria del peronista Alberto Fernandez sul presidente uscente Mauricio Macri. La banca centrale annuncia subito una stretta molto forte sui capitali, mentre agricoltori e obbligazionisti tremano.

Alberto Fernandez è il nuovo presidente dell’Argentina. Le elezioni di ieri hanno confermato le previsioni della vigilia. Il candidato “peronista” del centro-sinistra ha ottenuto il 48% dei voti contro il 40% del cartello di centro-destra, guidato dal presidente uscente Mauricio Macri. Nessuna sorpresa, insomma.

Buenos Aires boccia sonoramente i conservatori dopo appena 4 anni dal loro insediamento al governo e adesso sarà tutta un’altra (vecchia) storia. Il benvenuto a Fernandez lo ha dato già la banca centrale, che a mercati chiusi ha annunciato poche ore fa un drastico nuovo giro di vite sui capitali, limitando a 200 dollari al mese gli acquisti di valuta americana tramite conti bancari e a 100 dollari al mese in contanti. A fine agosto, il limite mensile era stato introdotto a 10.000 dollari.

Il problema da fronteggiare per il governatore Guido Sandleris è l’assottigliamento delle riserve valutarie, che rispetto a luglio risulterebbero scese di almeno altri 20 miliardi di dollari. E c’è da tutelare la stabilità del cambio, il cui collasso negli ultimi anni ha rinvigorito l’inflazione, schizzata tra il 50% e il 55%, spegnendo ogni speranza per Macri di ottenere un secondo mandato.

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Agricoltori e obbligazionisti preoccupati

Cosa succederà in Argentina d’ora in avanti? Due le categorie più preoccupate del ritorno dei peronisti al potere: agricoltori e creditori dello stato. I primi temono che la liberalizzazione commerciale di questi ultimi 4 anni giunga al termine, ovvero che Fernandez riproponga le medesime politiche fallimentari della sua vice Cristina Fernandez de Kirchner, imponendo dazi e limitazioni stringenti alle esportazioni. Lo smantellamento di queste misure ha fatto rifiatare il comparto agricolo. Ricordiamo che l’Argentina risulta tra i principali produttori al mondo di soia, avena e grano e alleva grandi quantità di bestiame.

Gli obbligazionisti dal canto loro appaiono rassegnati a subire perdite, anche se non è ancora chiaro in quali termini e proporzioni. Sui 100 miliardi di dollari contratti in valuta estera, i bond verranno verosimilmente allungati nelle scadenze, stando allo scenario meno traumatico e paventato dallo stesso Fernandez in campagna elettorale.

L’ipotesi più estrema, che rievoca la ristrutturazione avvenuta dopo il default del 2001, consisterebbe nel cosiddetto “haircut”, il taglio del valore nominale dei titoli. Una mazzata per i creditori esteri, attratti in questi anni dai rendimenti elevati offerti da Buenos Aires, unitamente all’ottimismo per l’apertura finanziaria dell’Argentina sotto Macri.

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La stretta sui capitali appena annunciata dovrebbe, in teoria, frenare la caduta del peso, mentre rischia di alimentare il mercato nero, facendo esplodere le quotazioni del “dolar blue” rispetto al tasso di cambio ufficiale. In tutto questo disastro, il Fondo Monetario Internazionale è più coinvolto che mai, avendo stanziato per la terza economia sudamericana ben 57 miliardi di dollari nel maggio 2018, sborsandone già 44 miliardi e sentendosi comunicare in estate dal governo che le scadenze di questi prestiti non potranno essere onorate come concordato. E chissà che la tempesta finanziaria, sopitasi nelle ultime settimane più in attesa dei nuovi eventi che per i controlli sui capitali, non riprenda vigore, salutando a modo suo la presidenza Fernandez.

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