'L'Argentina potrebbe annunciare la fine del default. Ecco la beffa con l'arrivo del 2015

L’Argentina potrebbe annunciare la fine del default. Ecco la beffa con l’arrivo del 2015

Con l'arrivo del 2015, l'Argentina potrebbe porre fine al default di luglio, il secondo in poco più di 12 anni. Ma ancora una volta, ciò avverrebbe a spese dei creditori ristrutturati. Vediamo perché.

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Il secondo default dell’Argentina in 12 anni potrebbe finalmente trovare una soluzione con l’arrivo del nuovo anno. Alla fine di giugno del 2014, il governo di Buenos Aires non ha potuto onorare una scadenza di pagamento del bond 2034, a causa del divieto posto dal giudice americano Thomas Griesa, il quale ha riconosciuto ai fondi dissenzienti (“avvoltoi” per gli argentini) il diritto di essere indennizzati al 100% del valore nominale dei titoli acquistati e relativi al primo default del 2002. Senza un loro previo loro pagamento, lo stato argentino non potrà onorare le scadenze in favore dei creditori ristrutturati, ossia di coloro che accettarono i termini della ristrutturazione del debito sovrano del 2005 e del 2010.   APPROFONDISCI – L’Argentina rischia un altro default da $14 miliardi, ecco quando e perché  

I cavilli legali

Tuttavia, quelle ristrutturazioni contenevano una clausola, la cosiddetta RUFO (“Rights Upon Future Offers”), secondo la quale il creditore ristrutturato avrebbe potuto chiedere allo stato argentino le stesse migliori condizioni che questi avrebbe eventualmente accordato ad altre categorie di creditori. Dunque, se tutti i creditori ristrutturati avessero preteso un rimborso al 100% del valore nominale dei titoli acquistati prima del 2002 e sui quali Buenos Aires dichiarò default, il governo argentino avrebbe dovuto mettere mano al portafoglio fino a 120 miliardi di dollari, inclusi gli interessi. Considerando che dispone di meno di 29 miliardi di dollari di riserve valutarie, ciò sarebbe equivalso a un nuovo più potente default.   APPROFONDISCI – L’Argentina aumenta le riserve valutarie e i bond s’impennano. Cosa succede?   Da qui, la decisione della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner di non pagare gli obbligazionisti non ristrutturati, anche al costo di subire la dichiarazione di un nuovo default “tecnico”, con lo spirare dei 30 giorni di grazia dopo il 30 giugno scorso. A differenza di un default vero e proprio, infatti, sostiene l’amministrazione Kirchner, qui si avrebbe il paradosso di un governo che intende pagare gli obbligazionisti, ma che non può farlo per un impedimento legale. Fatto sta che da cinque mesi, l’Argentina non riesce a pagare i suoi creditori, i quali hanno disertato l’appello a convertire i loro bond in obbligazioni dal valore equivalente, ma rientranti sotto la legge locale e non più di quella americana, in modo da sottrarli agli effetti della sentenza USA. A parte il fatto che Griesa ha fatto presente che la sua decisione si estende anche ad eventuali operazioni di “swap”, il flop dell’iniziativa dimostra la scarsa credibilità che il governo argentino riscuote sui mercati.   APPROFONDISCI – L’Argentina fallisce lo swap per allungare le scadenze del debito sovrano  

Le opportunità da ieri

Ma con l’arrivo del 2015, c’è una buona notizia.

La clausola RUFO è scaduta il 31 dicembre dell’anno appena trascorso. Ciò significa che se Buenos Aires decidesse “improvvisamente” di accordarsi con i creditori dissenzienti, ovvero i fondi usciti vincitori dalla pluriennale battaglia legale contro lo stato sudamericano, gli obbligazionisti ristrutturati non potrebbero più accampare pretese. Ciò suggerisce che da ieri esistono le condizioni formali per evitare che l’intesa tra fondi e governo si traduca in una nuova grama legale.   APPROFONDISCI – Default Argentina, Buenos Aires offre ai creditori nuovi titoli sotto legge locale   Se fosse vera questa previsione, il default di luglio sarebbe stato una sorta di gioco delle parti, con cui l’Argentina ha evitato di pagare subito i fondi degli 1,5 miliardi loro dovuti in virtù della sentenza, non incorrendo nemmeno nel rischio dei reclami di tutti gli altri obbligazionisti; i fondi avrebbero accettato la dilatazione dei tempi per giungere a un accordo, consapevoli dall’1 gennaio di quest’anno avrebbero potuto ottenere il 100% delle loro richieste. Nel mezzo ci sono i perdenti di questa partita, ossia quanti hanno accettato, loro malgrado, i termini penalizzanti della ristrutturazione del debito (che assegna loro solo il 30% del valore dei bond sottoscritti prima del 2002) e che ora rischiano di essere stati beffati una seconda volta da una recita venuta anche male.   APPROFONDISCI – Argentina, Massa promette: via controlli sul peso e accordo con i fondi sul debito

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