L’Argentina ottiene da FMI aiuti record per $50 miliardi, secondo salvataggio dal 2000

L'Argentina ha ottenuto aiuti per 50 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. E' il secondo salvataggio dopo quello di inizio Millennio e il più alto di sempre al mondo.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Argentina ha ottenuto aiuti per 50 miliardi di dollari dal Fondo Monetario Internazionale. E' il secondo salvataggio dopo quello di inizio Millennio e il più alto di sempre al mondo.

Il Fondo Monetario Internazionale ha stanziato aiuti per 50 miliardi di dollari in favore dell’Argentina, il pacchetto più oneroso mai varato dall’istituto. Lo ha reso noto il ministro delle Finanze di Buenos Aires, Nicolas Dujovne, secondo cui la prima tranche da 15 miliardi dovrebbe essere incassata già dopo 1-2 giorni dal board dell’istituto, che formalmente approverà il piano di salvataggio il prossimo 20 giugno. Lo stesso ha entusiasticamente evidenziato come il paese sudamericano otterrebbe così dall’FMI aiuti per 11 volte superiori alla propria quota. Il resto dello stanziamento dovrebbe essere erogato nel corso dei prossimi 36 mesi e dietro l’attuazione da parte del governo argentino delle riforme richieste. Sul piano fiscale, i target prevedono un deficit al 2,7% del pil per quest’anno, all’1,3% nel 2019 e il pareggio di bilancio tra due anni. E sull’inflazione, l’obiettivo consiste nell’abbassarla al 17% nel 2019, al 13% nel 2020 e al 9% nel 2021. Per quest’anno, invece, il governatore della banca centrale Federico Sturzenegger ha dichiarato che non sono stati assegnati obiettivi sui prezzi. Secondo gli analisti, a fine anno l’inflazione argentina dovrebbe attestarsi in area 25%. I tassi applicati sugli aiuti varieranno dall’1,96% al 4,96%.

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Quello in corso è il secondo salvataggio per l’Argentina dall’inizio del Millennio, quando fu dichiarato il default su un debito pubblico da 132 miliardi di dollari, il più elevato della storia. Ne è seguito un quindicennio tortuoso, con diatribe legali con i creditori, che nel 2014 hanno provocato un secondo default, pur di tipo “tecnico”. L’amministrazione del presidente Mauricio Macri, in carica dalla fine del 2015, sta cercando faticosamente di rimettere l’economia in carreggiata, dopo anni di ricette populiste attuate dalla presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, ma i risultati non stanno arrivando sul piano della stabilità macro. Nelle scorse settimane, la banca centrale si è vista costretta ad alzare i tassi di quasi il 13% al 40% per arrestare il crollo del peso, il cui tasso di cambio contro il dollaro è salito a 25, praticamente perdendo circa i due terzi del suo valore ufficiale in meno di due anni e mezzo. Ad oggi, l’obiettivo di rafforzare il cambio non sembra essere andato a buon fine, se è vero che per un dollaro continuano ad essere necessari 25 pesos, il 25,5% in più dall’inizio dell’anno.

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Eppure, soltanto un anno fa il governo riusciva a collocare sul mercato un bond a 100 anni. Mai nessuno stato uscito da un default era riuscito prima ad emettere titolo così longevi, cosa che aveva fatto sperare in una solida ripresa della fiducia dei mercati verso la seconda economia sudamericana. E all’inizio di quest’anno era stato emesso poco sotto la pari anche un trentennale in dollari con cedola 6,875%, il quale ad oggi risulta avere perduto il 12,7%, pur in ripresa del 5,5% nell’ultima settimana. Contrariamente all’inizio del Millennio, quando l’FMI “bruciò” ben 22 miliardi per assistere il governo nella difesa di un “peg” irrealistico tra peso e dollaro (1:1), stavolta la banca centrale non ha fissato alcun cambio fisso contro la valuta americana e, anzi, con l’avvio dell’amministrazione Macri ha liberalizzato il mercato valutario proprio per evitare le inefficienze del passato.

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Il salvataggio, per quanto rievochi cattivi ricordi nelle menti di milioni di argentini, consentirà a Buenos Aires di godere di interessi nettamente più bassi di quelli che altrimenti il mercato pretenderebbe per rifinanziargli il debito in scadenza e sulle nuove emissioni. Il timore che la stretta fiscale e monetaria possa deprimere l’economia è reale, ma va detto che si tratta di un approccio in corso dalla fine del 2015, pur applicato con gradualismo. Lo scorso anno, ad esempio, il deficit si era attestato al 6,5% e già senza il sostegno dell’FMI, il governo aveva fissato un target del 3% per quest’anno. Di soli interessi, l’Argentina risultava avere speso il 2,6% del pil. La scommessa di Macri consiste nel presentarsi alle prossime elezioni presidenziali di fine 2019 con un’economia finalmente uscita da una crisi infinita e frutto di un mix di debito, alta inflazione e chiusura ai mercati internazionali. Ad oggi, il consenso popolare non gli è mancato, ma chissà quale impatto provocherà sull’opinione pubblica l’accelerazione delle riforme in corso. Ed è proprio l’incertezza politica il principale ostacolo per una ripresa stabile della fiducia dei mercati verso l’Argentina.

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, Crisi paesi emergenti, default Argentina, economie emergenti, valute emergenti

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