L’Argentina in eterna crisi vara una patrimoniale per graziarsi il Fondo Monetario

Buenos Aires punta a un accordo con l'FMI per ottenere nuovi aiuti in cambio di riforme. E l'imposta sui grossi patrimoni serve a strizzare l'occhio all'opinione pubblica.

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L'Argentina impone una patrimoniale sui cittadini più ricchi

La Camera bassa del Congresso argentino ha approvato ieri con 133 voti a favore e 115 contrari l’introduzione di un’imposta patrimoniale una tantum. L’obiettivo della stangata è di raccogliere 300 miliardi di pesos, circa 3,2 miliardi di euro, colpendo i patrimoni superiori ai 200 milioni di pesos (2,10 milioni di euro). Nel mirino vi sarebbero tra 9 e 12 mila contribuenti, meno dello 0,02% della popolazione argentina, assicurano dai banchi della maggioranza, dove fanno notare che circa la metà del gettito atteso arriverebbe da soltanto 252 persone. Secondo i peronisti, tornati al potere nell’ottobre dello scorso anno, questi numeri sarebbero la conferma dell’eccessiva concentrazione della ricchezza in poche mani.

L’imposta sarà del 2% e salirà fino al 3,5% dei patrimoni posseduti in patria e al 5,25% di quelli all’estero. La misura è stata studiata per essere straordinaria, ma le opposizioni di centro-destra non ci stanno e rimproverano al governo di non sapere rendere più efficiente il sistema fiscale attuale, caratterizzato già da troppe tasse e da un’elevata evasione fiscale.

Il mondo delle imprese si mostra diviso. Le grandi società appaiono contrarie, in quanto temono che la patrimoniale finisca per colpire la loro capitalizzazione e provochi un calo degli investimenti. Le piccole imprese, escluse nei fatti dall’imposta, tirano un sospiro di sollievo e non la osteggiano più di tanto.

Fatto sta che il clima idilliaco che si respirava nei primissimi mesi di amministrazione di Alberto Fernandez non esiste più. Nelle ultime settimane, diverse proteste si sono avute a Buenos Aires, in particolare, contro l’ipotesi di riforma delle pensioni e del sistema fiscale. Il punto è che la ristrutturazione del debito da 65 miliardi di dollari, avvenuta questa estate a carico degli obbligazionisti stranieri, non ha affatto risolto i problemi dei conti pubblici argentini.

Il ministro delle Finanze, Martin Guzman, sta cercando di rinegoziare i 44 miliardi di prestiti del Fondo Monetario Internazionale (FMI), sborsati tra il 2018 e il 2019. Per questo, si mostra disponibile a varare qualche riforma per ingraziarsi il suo principale creditore, così da potergli chiedere la corresponsione degli ultimi 12 miliardi stanziati e non materialmente spediti a Buenos Aires sul rifiuto opposto proprio dal nuovo governo.

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I pessimi numeri dell’Argentina

Un gruppo di parlamentari vicino all’ex presidenta e attuale numero due dell’amministrazione, Cristina Fernandez, ha scritto all’FMI per chiedergli un periodo di grazia di 5 anni, il taglio delle cedole e l’allungamento delle scadenze per decenni. Appare più che altro un tentativo di sabotare il possibile accordo tra governo e istituto, il quale farebbe venire meno la promessa elettorale dei peronisti in campagna elettorale di tenere fuori l’FMI dall’Argentina.

Ma se da un lato l’ala più radicale della sinistra teme le proteste, dall’altro l’esecutivo sta dovendo fare i conti con una realtà molto dolorosa. Questo sarà il terzo anno consecutivo di recessione e stando alle stime dell’FMI, il PIL crollerà dell’11%. L’emergenza Covid ha provocato qui oltre 36 mila vittime su 1,33 milioni di contagiati. L’inflazione a ottobre è risalita al 37,20%, con il tasso mensile al +3,80%, il più alto dal novembre 2019. La disoccupazione è salita sopra il 10% e il cambio contro il dollaro ha perso solo quest’anno un altro 25%. Cosa ancora più preoccupante, sul mercato nero il peso continua a collassare e ad allontanarsi dal cambio ufficiale, difeso dalla banca centrale. Ieri, scambiava a 160 contro un dollaro, mostrandosi del 50% più debole rispetto al tasso ufficiale, lo spread più elevato da anni e segno che i capitali dall’Argentina stiano defluendo copiosi per sfiducia verso il nuovo corso peronista.

Il gettito derivante dalla patrimoniale verrà utilizzato in parte per sostenere le piccole e medie imprese, in parte per finanziare la spesa sanitaria, in parte ancora per altri interventi a sostegno dell’economia.

Lungi dal colpire l’iniquità sociale, la stangata provocherà una nuova fuga dei capitali all’estero e colpirà ancora più severamente le prospettive di crescita di un’economia che dai tempi di Peron in poi è andata avanti a colpi di aiuti internazionali, seguiti da politiche demagogiche, clientelari e ostili al business. Una maledizione che non si riesce a spezzare.

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