L’Argentina dal default alla fiducia sui mercati: ed emette un bond a 100 anni

L'Argentina colloca un bond a 100 anni, segno dell riscoperta fiducia del mercato verso la seconda economia sudamericana. Eppure, fino a un anno fa era in default.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Argentina colloca un bond a 100 anni, segno dell riscoperta fiducia del mercato verso la seconda economia sudamericana. Eppure, fino a un anno fa era in default.

L’Argentina ha collocato ieri un bond a 100 anni per un controvalore pari a 2,5 miliardi e staccando una cedola del 7,917% all’anno. Considerando che il prezzo di emissione è stato di 90 centesimi, il rendimento finale è stato dell’8,25%, appena il 2% superiore a quello di un altro bond argentino longevo, con scadenza 2046. Il governo di Buenos Aires ha già attinto sui mercati internazionali quest’anno con l’emissione di altri bond in valuta straniera (dollari e franchi svizzeri) per complessivi 7,5 miliardi, mirando a coprire il suo fabbisogno finanziario per i prossimi 5 anni e annunciando che i prossimi collocamenti avverranno in pesos ed euro. (Leggi anche: Investire in bond Argentina? Adesso è meno rischioso)

Ad occuparsi del collocamento di ieri sono state Citi, Hsbc, Nomura e Santander. Il successo dell’operazione si spiega essenzialmente con l’appetito degli investitori per i titoli emessi sui mercati emergenti, i cui rendimenti appaiono assai interessanti, tenuto conto di quanto bassi siano ancora sui mercati più maturi. A dimostrazione di ciò, il bond Petrobras, la compagnia petrolifera brasiliana, che rende il 7,79% e che presenta scadenza 2115.

Il caso dell’Argentina è peculiare. La seconda economia sudamericana ha dichiarato default sette volte negli ultimi due secoli, di cui due solo nell’ultimo quindicennio. Alla fine del 2001, Buenos Aires ha dato vita al più grande default della storia, relativamente a un debito pubblico per 95 miliardi di dollari. E ancora nel 2014, a seguito di una pluriennale battaglia legale con i fondi “buitres” (“avvoltoi”) americani, non è stata in grado di onorare le scadenze, dopo che il Tribunale USA aveva imposto lo stop ai pagamenti nel caso di non ottemperanza degli obblighi verso i creditori non ristrutturati. (Leggi anche: Eurobond cattiva idea, faremmo la fine dell’Argentina)

Finita l’era Kirchner, tornata la fiducia

Da allora, però, il quadro politico è cambiato parecchio. L’era Kirchner è alle spalle e alle elezioni presidenziali di fine 2015 ha vinto Mauricio Macri, esponente del centro-destra liberale e pro-mercato, che ha rimosso immediatamente i controlli valutari e sui capitali, nonché diversi sussidi elargiti alla popolazione, aprendo al contempo l’economia al commercio con il resto del mondo e ai capitali esteri e ambendo a combattere l’inflazione e il deficit.

I risultati non sono ancora percepibili, tanto che la crescita dei prezzi è tornata ad accelerare al 24% annuo, a causa proprio della liberalizzazione dei prezzi energetici, tra l’altro. L’economia nel 2016 è andata in recessione (-2,3%), ma quest’anno dovrebbe tornare a crescere del 2,8-3%, trainata dalle esportazioni. I mercati stanno riguadagnando fiducia sul paese, anche grazie alla fine del default posta un anno fa dal governo, con l’indice Merval della borsa argentina a segnare il +24% negli ultimi dodici mesi, anche se il dato riflette sostanzialmente l’inflazione.

Riserve valutarie più che raddoppiate sotto Macri

E proprio il Merval dovrebbe essere inserito a breve nell’indice MSCI, quello che raggruppa i listini dei mercati emergenti. Dal 2009, infatti, Buenos Aires è stata retrocessa sul piano finanziario a “mercato di frontiera”, tanto è stata scarsa la fiducia riposta nelle precedenti amministrazioni populiste e visceralmente ostili al mercato di Cristina Fernandez de Kirchner (2007-2015).

Che il trend sia quello giusto lo segnalano anche le riserve in valuta estera, spia della posizione netta di un’economia verso il resto del mondo. Esse sono passate dai 21 miliardi di dollari di fine 2015 ai 46 miliardi di un mese fa, frutto della svalutazione del peso dopo la libera fluttuazione sul mercato dei cambi (-14% nell’ultimo anno), che contrariamente a quanto sta accadendo in Venezuela, ha consentito agli argentini di contrastare il mercato nero e di evitare di scivolare nell’iper-inflazione da un lato e nella carenza di beni dall’altro. (Leggi anche: Crisi Argentina, riforme Macri impopolari)

 

 

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Argomenti: Altre economie, bond Argentina, bond sovrani, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti