L’Argentina chiede nuovi prestiti alla Cina per rafforzare le riserve

L'Argentina chiede e ottiene nuovi prestiti dalla Cina. Le sue riserve sono crollate dopo il pagamento del bond. Vicina la svalutazione del peso.

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L'Argentina chiede e ottiene nuovi prestiti dalla Cina. Le sue riserve sono crollate dopo il pagamento del bond. Vicina la  svalutazione del peso.

Il governatore della banca centrale argentina, Alejandro Vanoli, e il vice-governatore della People’s Bank of China, Yi Gang, si sono incontrati nelle scorse ore a Lima, Perù, dove hanno partecipato all’Annual Meetings dell’FMI. I due hanno comunicato di avere concordato l’estensione del currency swap siglato nell’ottobre del 2014 e pari a 11 miliardi di dollari. Gang ha reso nota l’intenzione del suo istituto di rafforzare i legami commerciali, finanziari e di investimenti nel paese sudamericano, dove esisterebbe un grosso potenziale per le opportunità del mercato. La notizia non giunge del tutto inattesa, perché arriva a 3 giorni dal pagamento del Boden 2015 da 5,9 miliardi di dollari, che il governo di Buenos Aires ha effettuato intaccando le riserve valutarie, scese adesso a 27,7 miliardi. Nel tentativo di ripristinare almeno parte del calo subito, il ministro dell’Economia, Axel Kicillof, ha annunciato l’emissione di un bond quinquennale in dollari per 1,5 miliardi, riuscendo a raccogliere, però, poco più di un terzo del target, ovvero 669 milioni. Dunque, l’Argentina chiede nuovi prestiti alla Cina, attraverso l’allungamento delle scadenze per quelli già incassati e l’ottenimento possibilmente di una nuova linea di credito, sempre in forma di operazioni di swap. Di fatto, solo grazie ai dollari di Pechino è stato possibile stabilizzare nell’ultimo anno le riserve argentine, che altrimenti avrebbero accusato una riduzione di 1 miliardo al mese. Poiché è improbabile che la Cina sostenga indefinitamente la banca centrale argentina, dopo le elezioni presidenziali è molto realistica l’ipotesi di una svalutazione del cambio, che attenui nel corso dei mesi successivi il deflusso di capitali. Una decisione politica non semplice, data l’inflazione già altissima nel paese, ma che rappresenta l’unica alternativa al rischio caos in stile Venezuela.

     

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