L’Argentina chiede aiuto all’FMI e fa bene, ecco perché

L'Argentina ha chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale per reagire alla crisi del peso. Si tratta di una buona notizia per i mercati, perché l'assistenza finanziaria avrebbe effetti positivi sull'economia.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
L'Argentina ha chiesto aiuto al Fondo Monetario Internazionale per reagire alla crisi del peso. Si tratta di una buona notizia per i mercati, perché l'assistenza finanziaria avrebbe effetti positivi sull'economia.

Con un discorso alla Nazione, il presidente Mauricio Macri ha annunciato ieri contatti in corso con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), finalizzati a richiedere aiuti economici, essenziali per ripristinare “crescita e stabilità” e allontanare lo spettro delle crisi passate. Secondo le indiscrezioni, Buenos Aires starebbe trattando su un pacchetto di 30 miliardi di dollari, anche se da Casa Rosada le bocche restano cucite. I mercati finanziari hanno preso bene la notizia, tanto che sia l’indice azionario Merval che il peso argentino hanno ridotto i ribassi, pur chiudendo entrambi in profondo rosso. E’ la conseguenza del crollo del cambio, che quest’anno ha perso il 18%. Un dollaro acquista adesso 22,5 pesos, quando prima della svalutazione voluta proprio da Macri nei primi giorni di presidenza nel dicembre 2015, ne servivano ancora appena 9, pur essendo allora la valuta tenuta fortemente sopravvalutata dall’amministrazione precedente.

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La richiesta di assistenza finanziaria all’FMI ci fanno tornare alla mente il default dell’Argentina del 2001 e il quindicennio successivamente trascorso all’insegna dello scontro con le istituzioni internazionali e in crisi finanziaria, oltre che economica. Tuttavia, la notizia in sé non solo non appare negativa, ma presenta diversi spunti che ci portano ad essere un minimo ottimisti. La banca centrale ha alzato i tassi per 3 volte in poco più di una settimana, portandoli venerdì scorso al 40%, tentativo evidente di contrastare sia il crollo del peso che l’alta inflazione, la quale continua a ristagnare in area 25% contro un target fissato per quest’anno al 15%.

La dura stretta monetaria comporta un aumento degli interessi che il governo dovrà pagare nei prossimi mesi ai creditori per emettere nuovo debito. Se questo accadesse (e accadrà), l’impatto sui conti pubblici sarebbe negativo e l’obiettivo di un deficit al 3% del pil sarebbe compromesso. Al contrario, se il governo ottenesse dall’FMI i 30 miliardi oggetto delle trattative, il costo sarebbe di appena il 4% annuo, intorno alla metà di quello mediamente sostenuto oggi. Dunque, Buenos Aires risparmierebbe denari pubblici, potendo raggiungere più agevolmente gli obiettivi fiscali. E sarebbe coperta fino alla fine dell’anno prossimo, ponendosi al riparo da eventuali shock finanziari, legati anche a fattori esterni, come il rialzo dei tassi USA. Avrebbe così il tempo per ridurre l’inflazione e nei prossimi mesi anche gli stessi tassi, per cui tornerebbe a rifinanziarsi sui mercati a costi auspicabilmente non superiori a quelli attuali, specie se tra gli investitori si diffondesse ottimismo sulla capacità di Macri di tenere fede agli impegni.

Il sostegno dell’FMI

In effetti, gli aiuti dell’FMI non sono mai pasti gratis, venendo erogati dietro il rispetto di precise misure (il famoso “Washington Consensus”), tra cui il taglio del deficit e il disinflazionamento dell’economia. Pertanto, affidarsi al sostegno dell’istituto equivale a rafforzare la credibilità del piano di riforme portato avanti sin dall’insediamento dell’attuale presidenza. Sarebbe opportuno, poi, che Macri sfruttasse questa finestra di opportunità per accelerare su alcune riforme specifiche, alla base dei mali economici argentini. Il deficit delle partite correnti viaggia al 5% del pil, per cui l’Argentina esporta poco e ha bisogno di importare capitali per mantenere l’equilibrio esterno. Il valore delle importazioni sta aumentando, sia per il crollo del peso, sia pure per la più alta bolletta energetica con il rialzo delle quotazioni del petrolio, trattandosi di un’economia dipendente dall’energia importata.

Sul fronte delle esportazioni, restano diverse criticità. La produzione interna non si attesta su livelli adeguati, vuoi per una fiscalità punitiva (imposte sugli utili al 35%), vuoi per una legislazione ostile al mercato, nonché per i dazi imposti sulle esportazioni, soia in primis, finalizzati a incentivare le vendite per il mercato interno. Il presidente Macri ha iniziato a tagliare i dazi sulla soia esportata dal 35% di fine 2015 all’attuale 29,5% e con l’obiettivo di giungere al 18%, ma servono più sforzi per liberalizzare il mercato dei beni e l’FMI potrebbe sostenerlo in tal senso. E, comunque, rispetto agli anni degli scontri tra Buenos Aires e organismi internazionali, almeno oggi l’Argentina segnala di essere non più ostile ai mercati e di non cercare soluzioni avventuristiche ai suoi problemi storici. L’ingrediente fiducia appare essenziale per riportare stabilità sul mercato dei cambi, a sua volta precondizione per contenere l’aumento dei prezzi e alleggerire la pressione futura sulla banca centrale.

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Argomenti: Altre economie, Crisi argentina, economie emergenti, valute emergenti

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