L’Argentina aumenta i controlli sui capitali e il cambio segnala allarme rosso

Nuovo giro di vite sui capitali in Argentina, nel tentativo disperato del governo di ripristinare un po' di calma apparente sui mercati finanziari prima delle elezioni presidenziali di ottobre. Ma i pesos lanciano segnali allarmanti.

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Nuovo giro di vite sui capitali in Argentina, nel tentativo disperato del governo di ripristinare un po' di calma apparente sui mercati finanziari prima delle elezioni presidenziali di ottobre. Ma i pesos lanciano segnali allarmanti.

Mancano poche settimane alle elezioni presidenziali in Argentina, che con ogni probabilità decreteranno la fine della presidenza Macri e il ritorno a Casa Rosada dei peronisti, guidati da Alberto Fernandez. E la scorsa settimana, la banca centrale di Buenos Aires ha deciso un nuovo giro di vite sui capitali, potenziando i controlli, a distanza di pochi giorni dalla loro reintroduzione.

Chi acquista valuta straniera non solo dovrà ricevere l’autorizzazione dell’istituto, ma dallo scorso giovedì è tenuto anche a garantire che non la utilizzerà per almeno 5 giorni per fare compravendita di obbligazioni. Motivo? Fino a una settimana fa, si poteva guadagnare anche il 5-7% subito con la vendita di bond a tassi di cambio più favorevoli rispetto a quelli a cui era avvenuto l’investimento.

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Una ulteriore torchiata anti-speculazione, che porterà improbabili evoluzioni positive per l’economia argentina e i consensi di Mauricio Macri. E i segnali che stanno arrivando dal mercato dei cambi vanno nella direzione sbagliata, anche quando apparentemente segnalerebbero calma. A settembre, il peso ha guadagnato il 5,25% contro il dollaro, attestandosi ieri in area 56,30, pur sempre a -34% quest’anno. Tuttavia, questo è il tasso ufficiale, ma diverse economie sudamericane hanno a che fare quotidianamente con quello vigente al mercato nero, qui chiamato il dollaro “blue”. Anch’esso risulta apprezzatosi nel mese di settembre, ma del 2,4% e scendendo a un rapporto di circa 58,8 contro il dollaro.

Si ampliano le distanze tra dollaro ufficiale e quello illegale

In pratica, quando sono stati introdotti i controlli sui capitali, il dollaro blu valeva l’1,5% in meno di quello ufficiale, adesso quasi il 4,5% in meno, riportandosi ai livelli di divaricazione vigenti all’inizio di quest’anno. Poco prima delle elezioni primarie di agosto, la distanza tra i due tassi di cambio risultava ristretta ad appena lo 0,7%. Altro aspetto non secondario, l’elevato spread tra denaro e lettera per le transazioni relative al cambio ufficiale e che sfiora il 7%. Ciò significa che chi vende dollari sul mercato legale pretende di essere pagato in pesos per una quantità decisamente superiore a quella a cui chi acquista dollari e disposto a pagare.

Sarebbe il segno di una scarsa liquidità sul valutario, un fatto che dovrebbe allarmare la banca centrale, in quanto indice di dollari carenti, almeno ai tassi tenuti artificiosamente sopravvalutati.

Quanto alle obbligazioni in dollari, una discreta ripresa delle quotazioni vi è stata con i controlli sui capitali, ma rifletterebbe semplicemente la tenuta del cambio contro la divisa americana, frutto di un artificio e non delle leggi del mercato. Il bond a 100 anni con scadenza 2117 prezza in area 42,50, giù dai quasi 77 di fine luglio, mentre il 2038 in euro non va oltre 37,50, giù dai poco meno di 58 di un mese e mezzo fa. Più i dollari sul mercato ufficiale scarseggeranno e più numerosi saranno gli scambi su quello illegale, con la prospettiva di una deriva venezuelana, caratterizzata da inflazione in ascesa e controlli sempre più stringenti (anche ai prezzi sotto Fernandez?), tali da distruggere l’economia domestica e provocare il terzo default sovrano conclamato degli anni Duemila.

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