L’Arabia Saudita ha una certezza: l’inflazione. Boom di attese per la fine del peg

Il mercato crede alla fine del "peg" in Arabia Saudita tra rial e dollaro, anche se non arrivano in tal senso segnali ufficiali. La crisi del petrolio impatta significativamente sui conti pubblici di Riad.

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Il mercato crede alla fine del

La crisi del petrolio sta avendo effetti considerevoli sulla principale economia esportatrice di questa materia prima, che vende all’estero ogni giorno più di 7 milioni di barili. Ieri, l’Arabia Saudita ha svelato il suo bilancio del 2015, annunciando le cifre per i conti pubblici del prossimo anno. Le entrate derivanti dal petrolio ammontano al 73% di quelle pubbliche complessive, in calo dall’oltre l’80% del 2014. Il regno intende tagliare la spesa pubblica a 840 miliardi di rial (224 miliardi di dollari) dai 975 dello scorso anno. Il 2015 si chiuderà con un deficit del 16% del pil e l’anno prossimo dovrebbe scendere di poco. Nel frattempo, saranno tagliati i sussidi energetici e il prezzo del carburante alla pompa sarà innalzato del 50% a 33 centesimi al litro.

Attese crescono su fine peg rial

Nonostante siano state annunciate alcune riforme, tra le quali le privatizzazioni, finalizzate a migliorare i conti pubblici, e malgrado Riad abbia presentato un bilancio statale, basandosi sulla stima prudenziale di un prezzo del petrolio a 45 dollari al barile, ieri i contratti forward a un anno sul cambio tra rial e dollaro sono balzati di 280 punti a 755 punti, il livello più alto dal marzo del 1999, segnalando come il mercato abbia incrementato ai massimi degli ultimi 17 anni le aspettative per un “de-peg” saudita. Il rial è tenuto agganciato al dollaro a un cambio fisso di 3,75 sin dal 1986, quando  esplose allora una potente crisi petrolifera, che fece scivolare le quotazioni fin sotto i 10 dollari al barile. Il cosiddetto “peg” ha assicurato stabilità finanziaria all’economia saudita, ma in questi mesi sta ampliando le ripercussioni negative che il crollo dei prezzi energetici comporta sui conti pubblici. Infatti, se il cambio fosse lasciato libero di fluttuare sul mercato, esso si deprezzerebbe e aumenterebbe il valore in rial dei ricavi in dollari, prodotti dalla vendita di greggio.      

Deficit saudita eccessivo e insostenibile a lungo

E’ il caso della Russia, che ha quasi del tutto sterilizzato le conseguenze sul suo bilancio statale, nonostante Mosca riponga su petrolio e gas la metà delle sue entrate. Tuttavia, l’economia russa sta soffrendo di un’inflazione schizzata fin quasi al 16% e che ha contribuito a colpire i consumi interni, mandando il paese in recessione. Lo stesso discorso varrebbe per l’Arabia Saudita. Se sganciasse il rial dal dollaro, questi si deprezzerebbe e il costo dei beni importati salirebbe, facendo accelerare l’inflazione. E i sauditi importano dall’estero cereali e beni di consumo, per cui gli effetti di un “de-peg”, o svalutazione che dir si voglia, sarebbero contrastanti: migliorerebbero i conti pubblici, ma s’impennerebbero i prezzi interni con conseguente aumento del malcontento popolare, specie tra i ceti meno abbienti.

Inflazione saudita destinata comunque a crescere

Ma dall’inflazione l’economia saudita non sembra potere sfuggire. L’alternativa sarebbe, infatti, quella adottata proprio ieri dal governo di Riad, ovvero il taglio graduale dei sussidi energetici, che pesano per circa un decimo del pil. Essi consistono nel tenere bassi i prezzi della benzina, delle bollette domestiche, attraverso un sistema di compensazioni alle compagnie eroganti i servizi. Dunque, il loro taglio equivale a fare aumentare il costo del carburante per gli automobilisti, della luce, dell’acqua, etc., in sostanza a più inflazione. In teoria, la fine del peg potrebbe evitare tutto ciò, ma l’inflazione si materializzerebbe, come detto sopra, per effetto del maggiore costo delle importazioni. Ci sarebbe una via di mezzo tra le 2 ipotesi: la fine del cambio fisso tra rial e dollaro a 3,75 e aggancio della valuta saudita a un cambio più svalutato, ma sempre fisso. In sostanza, si passerebbe da un peg irrealistico a uno più equilibrato.      

Scarsa convenienza a un “re-peg”

Tale alternativa non appare molto benefica. Una volta che si ponesse fine al peg trentennale, lo si dovrebbe fare in favore di un cambio libero, altrimenti il mercato inizierebbe ad attendersi ulteriori svalutazioni, anticipandole, di fatto dando vita a una speculazione contro il rial, dagli esiti probabilmente negativi per la banca centrale saudita, che sarebbe costretta a difendere il cambio intaccando le sue riserve valutarie. Una svalutazione parziale del rial, poi, comporterebbe un miglioramento anch’esso parziale dei conti pubblici, che dovrebbero essere aggiustati ugualmente attraverso tagli alla spesa pubblica. Ci sarebbe un po’ d’inflazione per via del “de-peg” e un po’ d’inflazione per il ritiro di parte dei sussidi statali. Il risultato non sarebbe dissimile dai casi precedenti, se non nel fatto che il mercato guarderebbe con sospetto al nuovo cambio fisso e potrebbe reagire con deflussi di capitali dal regno. Detto ciò, la banca centrale di Riad ha smentito con il governatore Fahad al-Mubarak quest’estate che abbia intenzione di porre fine al “peg”. Ciò non ha fermato la speculazione, ma andrebbe segnalato un ulteriore spunto di analisi. Se l’Arabia Saudita sganciasse il rial dal dollaro, lancerebbe ai mercati un messaggio interpretabile come la volontà di sostenere a lungo le basse quotazioni del Brent, puntando a un aggiustamento sul fronte valutario, anziché a tagliare la produzione, contribuendo al riequilibrio tra domanda e offerta globali. La reazione degli investitori potrebbe essere una vendita massiccia di contratti sul greggio, nella convinzione che uno dei principali produttori del pianeta abbia accettato lo scenario di quotazioni stabilmente basse.  

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