L’Arabia Saudita annuncia il possibile affare del secolo da migliaia di miliardi

L'Arabia Saudita annuncia la possibile privatizzazione di Aramco, la compagnia petrolifera statale dal valore di qualche migliaio di miliardi di dollari.

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L'Arabia Saudita annuncia la possibile privatizzazione di Aramco, la compagnia petrolifera statale dal valore di qualche migliaio di miliardi di dollari.

Il Principe Mohammed bin Salmad, figlio di Re Salman e a capo del Consiglio per lo Sviluppo e gli Affari economici, ha dichiarato nel corso di un’intervista a The Economist che Aramco, la compagnia petrolifera statale dell’Arabia Saudita, potrebbe presto essere privatizzata e quotata in borsa. La notizia è di quelle che fa il giro del mondo in un attimo, perché se i piani del principe fossero confermati, questo sarebbe l’affare del secolo. Con una produzione giornaliera di oltre 10 milioni di barili e riserve stimate in almeno 261 miliardi di barili (il 15% di quelle mondiali, 10 volte quelle dichiarate da Exxon e seconde solo alle riserve del Venezuela), il valore di mercato della compagnia sarebbe di “migliaia di miliardi di dollari”, spiegano funzionari di Riad, un’opinione condivisa anche dagli analisti.

Anche con basse quotazioni petrolio, Aramco è gallina da uova d’oro

Si consideri che il costo industriale di produzione è nel paese di appena un paio di dollari al barile, per cui chi acquistasse la compagnia, estrarrebbe greggio con un margine di profitto certo persino con prezzi bassi, come quelli attuali. La quotazione non è detto che sarà per il 100% del capitale, ma mettendo in borsa anche solo il 5%, il Regno Saudita incasserebbe un minimo di 50 miliardi di dollari. L’operazione rientra in quella che Mohammed bin Salman ha definito una “rivoluzione thatcheriana” dell’economia saudita. Il trentenne, considerato il vero detentore del potere nel paese, sta imprimendo una svolta nella gestione della politica nazionale, generalmente dai ritmi molto lenti e caratterizzata da un’assenza quasi totale di trasparenza informativa.        

La rivoluzione del Principe Salman

Al contrario, il principe ha aperto all’ingresso dei privati in settori come sanità e istruzione, allo stesso tempo cercando di rendere più trasparenti le informazioni riguardanti il settore petrolifero, che rappresenta il 73% delle entrate fiscali del paese. Un limite della stessa Aramco, ad esempio, è che non rilascia quasi alcun dato sulla sua situazione finanziaria e produttiva, per cui servirebbe un’opera di apertura dei suoi libri contabili, prima di una possibile IPO.

L’Arabia Saudita sta subendo le conseguenze della crisi delle quotazioni del greggio, ridottesi a un terzo rispetto ai livelli di un anno e mezzo fa. L’economia dipende per il 40% dall’oro nero, che ha garantito fino ad oggi un bassissimo costo della vita per le famiglie, grazie a generosi sussidi statali, che hanno tenuto quasi azzerati i prezzi del carburante, nonché delle bollette domestiche.

Le riforme annunciate

Ma il deficit è salito quest’anno a 97,8 miliardi di dollari, pari al 15% del pil e dovrebbe rimanere sostanzialmente sui livelli attuali anche quest’anno. Pertanto, alla fine di dicembre, in occasione della presentazione del nuovo bilancio pubblico, sono stati annunciati tagli alla spesa nell’ordine del 20%, introduzione di imposte come l’IVA, a partire dai tabacchi e le bevande “dannose”, privatizzazioni e ritiro graduale dei sussidi, con un aumento del 40% del prezzo della benzina, anche se si partiva dai 16 centesimi al litro. Il paese dispone ancora di riserve per 648 miliardi di dollari, in grado di finanziare per almeno un altro quinquennio i “buchi” di bilancio, senza apportare alcuna correzione alla dinamica della spesa pubblica e ipotizzando che le quotazioni del Brent restino ferme intorno ai 40 dollari al barile.        

Possibile fine del peg

Tuttavia, il mercato sta scontando nelle ultime settimane un maggiore rischio default, per quanto contenuto, tanto che il costo dei cds è salito a 176 punti base dai 40 di metà 2014. In realtà, il debito pubblico saudita ammontava alla fine del 2014 ad appena il 2% del pil ed è solamente cresciuto al 7,8% al dicembre scorso, in quanto il governo ha potuto attingere alle immense riserve valutarie, che sono diminuite, in effetti, di circa 85 miliardi dal picco record di 734 miliardi del settembre di 2 anni fa. In verità, il vero rischio avvertito dagli investitori sarebbe la fine del “peg”, ossia del cambio fisso tra rial e dollaro a 3,75, in vigore dal 1985. Abbandonando il cambio al libero mercato, il rial si deprezzerebbe contro il biglietto verde e ciò aumenterebbe il valore dei (minori) dollari in ingresso nel paese, attutendo parzialmente il deficit fiscale.

La misura, però, potrebbe risultare impopolare, in quanto innalzerebbe il costo dei beni importati e provocherebbe inflazione.

Economia saudita ancora troppo dipendente da petrolio

La privatizzazione di Aramco resta l’annuncio più interessante che si potesse immaginare. La monarchia dei Saud segnalerebbe così l’intenzione di reagire alla crisi delle quotazioni con un pacchetto nutrito di riforme, che contemplano la diversificazione dell’economia da 650 miliardi di dollari e di 31 milioni di abitanti, di cui 10 milioni sono lavoratori immigrati. Appare poco probabile, però, che l’intera compagnia possa essere ceduta ai privati in un batter d’occhio, visto che i suoi introiti contribuiscono ancora per i 3 quarti alle entrate statali. Né la famiglia Saud può permettersi un repentino passaggio verso un’economia priva di sussidi e varie forme di elargizioni pubbliche, poiché così metterebbe a rischio la stabilità interna, gelosamente custodita a colpi di stato sociale in questi anni, nonostante le Primavere Arabe in vari angoli del Medio Oriente.  

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